giovedì 31 luglio 2008

Si vede solo se si è disponibili a guardare

di Gigi Sanna

Mi fa piacere che l’amica Aba Losi abbia individuato le altre due lettere del secondo coccio di Orani, perché le analogie, le somiglianze o le identità non sono cose che si scorgono o anche si vedono solo perché si è ‘amici’. Anzi. Si individuano perché si individuano, e basta. Come gli antropomorfi (quelli di Oniferi, di Dorgali, della Grotta Verde, di Cheremule, ecc. Sono tutti diversi ma tutti chiaramente antropomorfi. Forse il modello ideale sta nel mondo delle idee di Platone. Chissà!). Come il Toro, come la Bipenne di tutti i documenti di Tzricotu (che fanno il paio con quelli delle cosiddette 'statue stele' di Laconi, di Samugheo e di Allai).
Qualcuno proprio non ci riesce? Qualcuno non nota la loro disarticolazione o ‘esplosione’? Qualcuno non riesce ad immaginare che quest’ultima serve genialmente a dare ulteriore ‘senso’ al documento ('scientifico') ovvero fornire dei grafemi aggiuntivi ai logo-pittogrammi con valori fonetici? Quegli stessi valori, non si dimentichi, che sono serviti a decifrare i documenti greci pitici del Lossia di Glozel?
E io cosa ci posso fare circa questa insensibilità? Quella stessa che non denuncia solo il sottoscritto, ma che ha pubblicamente deplorato nelle pagine dell’Unione Sarda un notissimo biblista sardo della Facoltà Pontificia in occasione del Seminario Internazionale di Studi di Sassari di due anni fa. Uno 'specialista, dunque. Un docente universitario. O no?
Non tutti hanno la stessa sensibilità, soprattutto quando la scrittura 'spiazza', per così dire, in quanto non presenta quei caratteri pragmatici ovvero di economicità che si affermano, soprattutto, a partire dall’ugaritico e dal fenicio e poi dal greco 'arcaico' e 'classico', i quali adoperano, significativamente, pochi segni alfabetici per gli indispensabili fonemi. Perché tramite questi codici tutti 'devono' capire.
Quando la scrittura è ‘a rebus’, legata al sacro e al religioso del tempio (ma quante volte, purtroppo, lo devo dire!) come è quasi tutta quella nuragica documentata e la 'glozeliana' di Delfi, bisogna essere capaci di risolvere i rebus; talvolta assai capaci. Infatti in questo secondo caso capita l'opposto di quella 'urbana': tutti, se non gli addetti ai lavori del sacro, 'non devono' capire. Per questo motivo consiglio la lettura di un libro, certo un po’ difficile, ma che fa molto meditare sull’aristotelismo in tema di scrittura e sulla nascita della stessa: quello notissimo e citatissimo di Roy Harris.
Il coretto degli archeologi (non epigrafisti) negazionisti intervistati da Figari nelle pagine dell'Unione Sarda, che capiscono solo di scrittura urbana o semiurbana, forse cesserà di annoiare con la solita solfa dell'impossibilità dell'esistenza della scrittura sarda nel periodo della tarda età del bronzo e nel principio di quella del ferro.
Comunque, confidando nella ‘apertura’ mentale dei più, spero di poter far vedere la ‘originalità’ stupefacente della scrittura nuragica del sito di S.Stefano di Oschiri che, impegnata com’è a tutto campo, riesce a dare, in base a delle convenzioni 'scribali', senso fonetico persino con il ricorso alla matematica e, in particolare, alla geometria. Chi lo direbbe mai! Per l’occasione fornirò, come d’obbligo, tutte le prove a corredo, perché so bene (e questo qualcuno, a prescindere della chiara prefazione di Sardōa Grammata, dovrebbe tenerlo ben fisso in mente), per antica scuola filologica, che non solo la scienza è doverosamente scettica (scettica sì, ma non di certo ‘falsofila’ a priori: quarda un po’, ahimè, cosa ci tocca di sentire, persino – come si afferma- nelle aule dell’Università), ma è scettico anche chi solo usa il buon senso e persino il passante, che non danno credito alcuno ai ciarlatani. Danno credito a chi fornisce non una o due e neanche tre: ma decine e decine, possibilmente centinaia di prove.
Ora, chi è negazionista per partito preso o 'insensibile' lasci pure le decine di prove, faccia baccano e si affidi pecorescamente alle placche bizantine turco-mongoliche del dott. Serra che, per altro, non sono mai state trovate in Sardegna (pensate un po’: ben quattro presunte matrici e nessuna linguella. Guarda un po’ che scarogna per i linguellisti (o puntalisti o fibulisti dalla 'scientifica' coerenza ermeneutica).
Mi dispiace per l'intervento coraggioso di Aba Losi , sia pur marginale (a commento) perché qualcuno arriverà forse a negare la correttezza di una scienziata del suo calibro e sospetterà che lo yod e il waw del 'secondo' coccio di Orani l'abbiamo concordato da compari di scelleratezze epigrafiche.
Ho detto, qualche settimana fa, che la partita sulla scrittura nuragica era 'chiusa'. Oggi lo ribadisco, presuntuosamente se volete; perché sarà difficile, molto difficile, anche con i bizantinismi degli avvocati più bizantini, che si possa negare che in quel coccio ci sia scritto d + Y(a)hw.
Quanto al bel consiglio, stringato ma efficacissimo, di Bachisieddu vedrò di seguirlo, anche perché già il povero amico Guido Frongia mi aveva consigliato di tirare dritto e di lasciar perdere le 'voci' del mondo. Il filosofo di Tor Vergata di Roma, studioso del Tractatus di Wittgenstein, diceva dei suoi libri non accessibili ai più, anche per difficoltà di linguaggio: “Io sono solito scriverli e lasciarli in vetrina, quando possibile, oppure negli scaffali. Se dicono qualcosa e hanno valore, prima o poi qualcuno comprerà”.
Ma questo purtroppo, caro Bachis e caro Guido che (purtroppo) non mi parli e non mi scrivi più, va bene per chi è freddo e, da 'filosofo' o da 'scienziato puro', interpreta il mondo ed agisce di conseguenza. Io invece, si sa, sono un rozzo sardaccio che detesta, spesso con un muso così, le persone che non hanno nessuna 'umiltà', ovvero come diceva Endokimov, 'l'arte di trovarsi esattamente al proprio posto' e s'incazza troppo per le stupidaggini (uso volutamente il termine forte), anche perché so, per amara esperienza, che quelle stupidaggini gli autori di esse le nasconderanno con estrema disinvoltura il giorno che tirerà aria nuova.
Loro infatti avranno un volto nuovo e l'abito nuovo dell'ipocrisia. L'articolo di Gianfranco Pintore in sardo sul sardo, quello qualche decennio fa detestato, bloccato e 'tagliato' da certi sedicenti teorici del Pci sulla lingua sarda, anche su riviste prestigiosissime con firme prestigiose, deve far meditare molto. Anzi conoscendo la sottilissima malizia dello scrittore ritengo che il senso e la morale dello scritto vadano allargati: ai negazionisti non solo di ieri (sulla lingua sarda) ma anche a quelli di oggi (sulla scrittura sarda).

lunedì 28 luglio 2008

Fulana a ti nd'amentas cando fias Cristina?

Su tratu meu barbaritzinu m'imperat de la pagare, a "Fulana", cun sa matessi moneda. E, duncas, de mancu la numenare. Su fatu istat, "Fulana" si la leat cun megus, sena mi numenare. Totu est cumintzadu una pàia de meses como, cando in su situ de su presidente de su guvernu sardu, "Fulana" iscriet una lìtera a coro in manos amparende sa limba sarda. Una lìtera galana e curiosa meda, ca a la firmare est una mastra de italianu chi, a sos tempos, si li pesaiat sa tudda, intendende fragu de limba sarda.
M'amento, pro nàrrere, unu sero de trintaduos o trintatres annos como, una assemblea de su "Circolo Città Campagna". Issa si fiat befada de Antonello Satta e de Eliseo Spiga chi chistionaiant de limba sarda. A bìdere - naraiat "Fulana" - si si fiant girados de tòrronos a chèrrere su sardu in iscola e su bilinguismu. In buca de "Fulana" aiat sonadu, su sero, un'agetivu chi aiat giai fatu e deviat galu fàghere tretu meda in su limbàgiu polìticu: sa de sa limba est una chistione "deviante".
In su matessi situ de Soru, unas dies de pustis, canteddu brullende e canteddu cuntentu de golligire a "Fulana" puru in mesu de sos amantiosos de sa limba sarda, l'aia dimandadu: ma custa "Fulana" de oe est sa matessi chi aia connotu unu bene de annos in antis, o est un'àtera pessone?
S'11 de custu mese, "Fulana" iscrivet in unu diàriu telemàticu e si sa leat contra a "alcuni noti e strenui sardofili da Lsc che, meravigliati e ironici, si chiedevano se a scrivere quelle cose in sardo fosse la stessa grande antagonista della lingua sarda". Eja, sighit "Fulana", so sa matessi e mai so istada contrària a sa limba sarda "che è anche mia, assieme all'italiano". De àteru, deo - narat - custas cosas las apo finas iscritas.
Balla. De sas duas una: o sas origras meas (e de sos àteros chi l'ant intesa) ant faddidu o est "Fulana" chi non bi la faghet a pònnere làcanas a partzire su beru dae su farsu.
E tando mi so amentadu una die de su 1983 chi "Fulana" at faveddadu cara a una comissione de su Parlamentu italianu in cherta de cumprèndere comente, a pàrrere de sos sardos, cheriat atuadu s'artìculu 6 de sa Costitutzione chi òbrigat sa Repùblica a amparare sas minorias linguìticas. B'at chèrfidu 15 annos pro chi su Parlamentu aeret bogadu a campu sa lege cuarnitze pro sas limbas che a su sardu, e "Fulana" una bella manu de agiudu a sos istentalogos bi l'aiat dada. S'arresonu de "Fulana", chi faveddaiat in contu de "Ichnusa", mi l'amentaia a sa grussa, petzi unu sentore de roba guasta. Est pro more de Diariulimba, chi at tzitadu su tìtulu de un'artìculu de sa revista giagobina de tando, chi apo imbentu paràula cun paràula su nàrrere de "Fulana". E bos nde torro unas allegas tòpicas, sena annànghere nudda.
"Lingua sarda: valorizzazione sì, ufficialità no [...] se per ufficialità si intende l'istituzione per legge del bilinguismo in Sardegna [...] La Sardegna non è infatti una minoranza linguistica ma, semmai, un insieme di minoranze, e privilegiare una qualunque delle varietà che coesistono sul territorio regionale per "ufficializzarla" andrebbe arbitrariamente e ingiustamente a discapito delle altre."
"Né è pensabile che l'adozione di una coinè creata artificialmente, a tavolino, sarebbe la soluzione del problema. [...] La lingua veicolare più efficace per la comunicazione intraregionale (tra le diverse aree che usano localmente diverse varietà linguistiche: logudorese, nuorese, campidanese, sassarese, gallurese, algherese-catalano, tabarchino) è l'italiana".
S'artìculu de "Fulana" est longu meda, ma custu est s'arresonu. Unu discursu che pesaiat un'atitu pro sa limba sarda. Torrende a si lu lèghere, "Fulana" diat finas pòdere atrogare: "Perdonade, mi so isballiada". Ma no l'at a fàghere mai, ca s'idea de gente che a issa est chi non b'at peruna contraighidoria intre su chi narat oe, "bivat sa limba sarda", e su chi naraiat tando, "a terra sa limba sarda". Sunt fatos gasi, meda intelletuales pesados a pane e pci: si b'at de isseberare su beru dae s'interessu de partzidu, est custu chi binchet.
Cristina Lavinio, eja, "Fulana" est issa, como non narat prus chi sa chistione de sa limba sarda "è deviante" e, si podet dare, non narat prus chi sa sarda no est una minoria linguìtica, ma unu matzamurru de limbàgios, in mala fide ponende a murru muntone nugoresu e cadalanu, campidanesu e tabarchinu, limba sarda e limbazos chi sardos non sunt. Bae e chirca, una die at a cussiderare finas chi, fortzis, sa Repùblica italiana, faghende sa lege 482, non s'est faddida. Su caminu est longu e su sardu est passentziosu.

domenica 27 luglio 2008

Antichi sardi: e se avessero origini illiriche?

di Alberto Areddu

Circa un anno fa ho dato alle stampe (a Napoli) un mio saggio, nel quale vado sostenendo che molta della presunta oscurità riguardo le origini linguistiche dei Sardi (un più o meno fantomatico brodo "mediterraneo") può esser tranquillamente messa da parte, adottando come metro di spiegazione un codice linguistico, finora trascurato dai vari studiosi, che è quello della paleoeuropeicità originaria, in pratica ho spiegato diversi termini oscuri (prima) e successivamente molta parte della toponomastica, usufruendo dell'aiuto che lingue indoeuropee arcaiche quali il lituano, le lingue slave e particolarmente l'albanese offrono al linguista.
Anzi proprio l'albanese offre delle superiori possibilità a questo tentativo di interpretazione, giacché sappiamo che una lingua non-greca era presente in areale egeo prima (e poi con) l'arrivo dei Greci, e questa lingua definita dai Greci "pelasgica", da molti è stata repertoriata come una lingua di ceppo illirico. Ovviamente questa lingua ha lasciato tracce profonde nel greco stesso, nelle sue glosse o nei suoi ramificati dialetti (e anche di questo strumento mi sono avvalso). Verosimilmente i Shardana (che meglio sarebbe chiamare Shardena, in vista della città Sardos dell'Illiria, i cui abitanti eran Sardenoi) sono i portatori (in un'ipotesi cronologicamente bassa) di questa popolazione balcanica.
Pensavo che si potesse avere un'idea generale, per quanto superficiale, attraverso una lettura facile (visto anche lo strumento elettronico), e a tal scopo ho preparato un sito (web.tiscali.it/sardoillirica/sardoillirica) nel quale il curioso può trovare estratti di questa mia tesi insieme con excerpta di altri studi.

sabato 26 luglio 2008

Parisi o La Russa? Anghingò tre galline tre capo'

Corse voce, un giorno, che il ministro Parisi dovesse visitare Orgosolo. La vigilia sui muri del paese comparvero dadzebao a pennarello: "W Heather", "Heather benvenuta a Orgosolo". I dadsebaoisti sapevano, naturalmente, che a visitare il paese veniva non la bellissima cantante e ballerina Heather Parisi, ma il meno affascinante Arturo Parisi. Non volevano smentire la nomea di gente ospitale, e però segnalavano che, potendo scegliere, fra i due Parisi, avrebbero accolto meglio la showgirl.
Già, perché è vero che il sardo Parisi dei sardi ha poco rispetto, ma anche un bel po' di sardi lo contraccambiano. Non tutti, chiaro: ce ne sono che per ragioni di schieramento ingoiano tutto ciò che passa il loro convento, che sia di una parte o della parte avversa. Capita che l'ex ministro della difesa del governo Prodi, ad elezioni già perse, e però ancora in carica per la "ordinaria amministrazione", abbia dato il consenso all'allungamento della pista aerea all'interno della base di Perdasdefogu.
Capita anche che al nuovo ministro della Difesa, La Russa, di An, non sia parso vero che a levargli le castagne del fuoco sia stato il predecessore, del Partito democratico. La Russa ha confermato la decisione di Parisi. Il governo Soru non protestò se non molto timidamente quando c'era un governo "amico", ma si è ora messo sa berrita a tortu, scagliandosi contro il governo non amico. Sia chiaro che Soru ha ragione a protestare veementemente contro l'imposizione di una nuova servitù militare. Peccato che sia poco credibile e che la sua appaia una opposizione strumentale: se la costruzione della nuova pista aerea è un male oggi che c'è Berlusconi, era un male anche ieri che c'era Prodi.
Se i governanti sardi, siano di sinistra, di destra, di su o di giù, si mettessero in zucca che è lo Stato centrale, non i governi che alternamente lo amministrano, ad avere un rapporto coloniale con la Sardegna, probabilmente farebbero figure assai meno deprimenti.

mercoledì 23 luglio 2008

Il "coccio d'Orani", duro come il coccio. E non sta zitto


Il coccio di Orani e il concio di S Pietro di Bosa


di Gigi Sanna

Spesso anche io devo inforcare gli occhiali, perché non vedo antropomorfi neanche a bastonarmi. Nelle tavolette di Tzricotu sì, nella vita e in certi ambienti almeno, purtroppo no. Ma una rinascita o un ritorno nel mondo degli umani è pur sempre possibile come ci insegnano Apuleio e, in fondo, anche Collodi. Lunghi e sofferti, ma sempre possibili. Auguri sinceri per le rose del sacerdote, anche per BigBoy.
Passiamo subito ad altro. So che ti stai interessando del cosiddetto coccio di Orani in caratteri fenici arcaici e della polemica che ha suscitato un po’ di tempo fa.
Ora, mi è capitato di ‘rileggere’ con maggiore attenzione il coccio delle cosiddette due Tanit, sempre dello stesso rinvenimento di Orani del 1996. Nel 2004 (anno di pubblicazione di Sardōa Grammata) sulle prime avevo pensato ad una semplice reiterazione della nota figurina, simbolo della divinità, con simbologia bipenne, dal momento che in Tzricotu A3, A4 e A5 le icone sono sempre ripetute in particolari settori dei documenti (il primo ed il terzo). Ho pensato solo a simboli, ma sbagliavo perché in realtà il coccio è scritto. Eccome!
Ho notato infatti che il documento nuragico (sulla sua ‘nuragicità’ non ci sono dubbi) riporta incisi non solo due segni ma quattro. Infatti sulla destra in basso della seconda cosiddetta Tanit, si trova, agglutinata o quasi, la lettera protosinaitica waw (il grosso cerchiello con la barretta), mentre tra la prima e la seconda 'Tanit', ma agglutinato al braccio destro della seconda si trova, anche se meno visibile, la lettera yod (figura in alto a sn.).
Si tenga presente, per parare ad una facile obbiezione, che le braccine delle Tanit sono sempre a 'due segmenti' e non a tre e che quindi l’apparente prolungamento del braccio destro non è nient’altro che il completamento dello yod disposto (come spesso in protosinaitico) orizzontalmente (ruotato di 90 gradi) e non verticalmente od obliquo ( si veda ad es. lo yod nel concio della chiesa di S.Pietro di Bosa). La lettura, integrata dai due segni, è estremamente facile, costituendo in realtà le due Tanit la lettera hē in protosinaitico (si tenga presente che tutti e quattro i segni sono protosinaitici: il yod, il waw, i due morfemi pittografici dello hē): h(ē) yhw (= lui y(a)hw).
Il documento, autenticissimo, essendo stato scoperto negli anni Novanta (quando ovviamente non parlavo - e nessuno aveva mai parlato né avrebbe mai pensato di parlarne - ancora della presenza, per testimonianza documentaria, di Yhwhé come divinità venerata in Sardegna nella seconda metà del Secondo Millennio a.C.) è importantissimo, tra l’altro, per i seguenti motivi :
1) Perché mostra che il nome di Yhwh in realtà non è un tetra-gramma ma un tri-gramma (il numero organico sacro della divinità) a cui si aggiunge, il cosiddetto ‘determinativo’, per cui yhw + d. Quindi non hanno senso alcuno, a mio parere, i vari tentativi etimologici su basi radicali semitiche, verbali o meno per spiegare il nome di Yahwhé. I valori sono chiaramente pittografici acrofonici (yiad, halal, waw: ossia, nell'ordine: ‘mano’, ‘rallegrarsi’ o ‘agitare le mani’, ‘potere’). Da cui ‘potere, sovranità del Mani-festo’, ovvero Yahwhé, che è sempre – come si sa - il dio che 'si manifesta' e non si fa mai ‘vedere’ altrimenti.
2) Perché mostra che il segno commentatore o determinativo, dato dal pronome indicativo semitico, può essere preposto in protosinaitico, anche se di questo fenomeno non sembra (almeno per mie conoscenze) rimanere traccia nell’antica documentazione israelitica sinaitica o postsinaitica. A conferma di questa pre-posizione del determinativo basta solo esaminare il vaso de la Prisgiona di Arzachena dove il ‘tre’ (dopo il nome ‘aba’), sempre segno del determinativo, precede il nome di yah reiterato nella serie successiva delle colonne solari; ed ancora il cosiddetto ‘brassard’ di Is Loccis –Santus, dove lo schema a Tanit precede con valore di hē o di determinativo il sole (simbolo e logogramma assieme di yh o 12) con i sette raggi (= Lui Santo 12, ‘(Is)su Santu Doxi’ o Santu Yacu).
3) Perché dimostra che il nome arcaico, forse ancora ‘cananeo’, di Yahwhé è yahw (ovvero il sardo Yacu che ovviamente non ha niente a che fare con il Santo ‘Giacomo’ sovrapposto dalla religione cristiana.) I numerosissimi toponimi precristiani in Sardegna di Santu Yacu o Santu Yaci lo confermano senza dubbio alcuno. Si consideri ad es. che il toponimo della Chiesa di S.Pietro extra muros di Bosa, dove si trova la scritta di Yhw con segni protocananei e protosinaitici, si chiama significativamente Santu Yacu. La bella chiesetta medioevale di S.Pietro insiste dunque su un antichissimo tempio sardo nuragico, sicuramente ad ‘antas’, ovvero a colonne, tempio le cui tracce resistono ormai solo nella scritta arcaicissima del concio riciclato (figura in alto a ds.) e nel nome della località.
4) Perché si affianca al S’n Yhwh che si trova scritto per intero (con le lettere agglutinate come in Orani) nelle tavolette A3,A4,A5 di Tzricotu e nel sigillo di S.Imbenia di Alghero.
5) Perché dimostra che in Sardegna esistevano delle vere e proprie scuole scribali, di altissimo livello, che erano in grado di produrre, in un gioco combinatorio che teneva presente tutti i codici alfabetici semitici, dei testi singolari, nobilitandoli spesso con le forme più arcaiche e con continue variazioni sul piano della pittografia (si vedano ad es. le notevoli differenze grafiche delle Tanit con valore fonetico dell’aspirata hē). Ciò affermo perché non si riesce a comprendere altrimenti per quale motivo nella stessa località di Orani (ma dove precisamente? Si parla di un Nuraghe. Quale?) due dei quattro cocci esibiti al prof. Giovanni Lilliu presentano l’uno caratteri interamente fenici arcaici (addirittura quelli stessi della stele di Nora) e l’altro interamente protosinaitici (si tenga presente che il termine ‘protosinaitico’ è usato solo per convenzione).
Il prof.Lilliu allora, sulla base della consolidata pregiudiziale che i nuragici non scrivessero, rifiutò categoricamente la parte dei documenti relativa alla scritta fenicia e alle due cosiddette Tanit, mentre confermò l’autenticità della ceramica. E così pare che abbiano fatto, ma senza dichiarazioni ufficiali, alcuni suoi allievi dopo di lui ai quali erano stati affidati gli oggetti.
Oggi mi pare che, dopo tanto tempo, si debba rendere definitivamente giustizia al buon Giulio Chironi (che presentò gli oggetti all’eminente archeologo) che ci rimase molto male per il frettoloso giudizio che, tra l’altro, rischiava di mettere in serio dubbio la sua onorabilità. Farà questo il prof. Giovanni Lilliu, il mio ed il nostro stimato maestro?

P.S. Naturalmente i soliti ‘negazionisti’ ad oltranza, come li chiama il giornalista Figari, replicheranno su questo documento (ovviamente non ‘scientifico’) che i grafemi non esistono e che sono solo parto della mia fantasia. Nessuno, ahimé, li schioderà. Diranno poi che le Tanit sono di tarda imitazione nuragica fenicia oppure che sono false e tanto altro ancora, facendo il solito fumo più che fuoco di sbarramento. Lo stesso fumo che ha notato anche Aba Losi a proposito del dottore-professore che ogni tanto interviene per spacconeggiare (sulla falsariga dell’Usai con l’archeologia) dando lezioni divine di che cosa sia un vero ‘documento scientifico’; senza capire però (per fare un banalissimo esempio, con l’obbiezione di Pierino) che la scienza epigrafica cuneiforme è potuta sorgere su di un documento non ’scientifico’, anzi assurdo, costituendo esso solo un disegno di un sigillo ricopiato da un funzionario di un museo britannico.
D’altronde i caratteri romani presenti nell’altare del nuraghe Pitzinnu costituiscono un esempio del loro sicuro manuale epigrafico di riferimento. Che tristezza! Che tristezza che non riflettano almeno su di un aspetto: che ci sono altri, tanti altri (e qualificatissimi) che proprio non la pensano come loro. E che un motivo quindi ci sarà. Ma questo non fa altro che aumentare la loro rabbia ed il loro accanimento negazionista. Diventando spesso anche patetici, come dei pugili suonati che danno colpi all’aria e non inquadrano più il bersaglio.
Comunque, gli anni diranno, cari miei, non certo ‘questa polemica’ dirà. Per la storia della scrittura d’altronde è andata sempre così. Il nuragico non farà eccezione. Ci saranno anche le ‘spine’ di mille o forse un milione di Valerie (ospitate in questo blog), alcune forse anche in buona fede. Non so e non mi illudo di un viaggio facile. La polemica serve, almeno per quanto mi riguarda, solo per dare la giusta amplificazione a quanto ‘stranamente’ era stato taciuto (o quasi) per più di dieci anni.
Quello che è certo è che in molti, grazie al Blog di Gianfranco Pintore e agli articoli di Carlo Figari dell’Unione Sarda (ma anche a Michele Masala dello stesso giornale e ad Enrico Carta della Nuova Sardegna), per ora osservano e giudicano, con tutte le riserve del caso. Per questo semplice motivo spesso mi invitano a parlare e a spiegare. Dopo le vacanze, a Settembre, questo grillo parlante sarà ad Abbasanta, a Loceri, di nuovo ad Oschiri e poi a Sinnai. E forse tratterò diffusamente anche di antropomorfi e di ‘padri’ e di ‘figli’. Chi vuole sa ora dove trovarmi ed avere così tutte le spiegazioni che sarò (umilmente) in grado di fornire. Se si darà il caso ci bisticceremo, ma sicuramente con garbo.

lunedì 21 luglio 2008

Su sardu in pitogrammas

Custu manifestu de sa pro loco de Santa Justa at bintu unu prèmiu curiosu: una giuria de inimigos de sa limba sarda bi l'intregat a chi mustrat mègius de àtere chi sa limba sarda non de l'iscrìvere, ma non si podet mancu pronuntziare. Est unu limbàgiu agreste, chi no aguantat codìfica, règulas, ortografia, non balet a nudda. Castiade cussu pitograma protocananeu chi s'agatat intra de sas lìteras "fass" e sas lìteras "is". It'est? unu epigrafista bascu chi at decriptadu unu bene de limbàgios primidivos, l'at assimigiada a sa "Ǿ" vichinga, e m'at dimandadu: "E ite raju b'intrat cun su sardu?". Nudda, e però mi l'imàgino sa cara de sos dischentes postos una die a imparare su sardu; lis ant naradu chi aiat sas matessi lìteras chi agatant in limbas connotas e s'agatant cara a pitogrammas.

Ma la scrittura risponde a necessità economico-politiche

di Alfonso Stiglitz

Caro Gianfranco,
voglio in primo luogo associarmi ai tuoi complimenti per Carlo Figari che con correttezza e sapienza ha saputo dare informazione su un tema archeologico dibattuto e, cosa rara, dando voce anche agli archeologi.
Devo dargli atto (ma, conoscendolo, non avevo dubbi) di essere stato in grado di sintetizzare correttamente in poche righe una conversazione durata più di un’ora. D’altra parte, è evidente che una sintesi, tiranneggiata dagli spazi invalicabili della carta stampata, non possa che rendere secche e categoriche posizioni e argomentazioni in realtà estremamente articolate. Quindi cerco di “riespandere” quelle argomentazioni, rispondendo anche alla chiamata in causa, un po’ supponente (anche in archeologia, come in biofisica, il “referaggio” presuppone una qualche competenza) di Aba Losi.
E parto proprio da un’affermazione a dir poco sorprendente per una ricercatrice, ancorché di Fisica, che dichiara di non capire cosa si intenda per documento scientifico.
Un documento (o, più genericamente, un dato) scientifico è, in campo storico, ma suppongo anche in quello fisico, un documento che ha subito quella che, con brutto termine oggi in voga, possiamo chiamare una validazione: cioè è stato verificato. Mi spiego meglio con quello che insegno nella prima lezione quando, di tanto in tanto, vengo chiamato a insegnare all’Università. La prima lezione è dedicata, ovviamente, ai primi rudimenti metodologici e agli ausili di studio e in essi richiamo due “leggi” della ricerca storica:
1. ogni fonte, fino a prova contraria, è “falsa”; ciò significa che ogni volta che ci troviamo di fronte a un documento di qualsiasi natura dobbiamo effettuare una serie di verifiche per valutare se è un originale, una copia, una falso, dobbiamo capire se è inserito in un contesto (vedi la seconda “legge”), quindi, se supera questi gradini valutare se è veritiero o meno (anche gli antichi dicevano bugie). In altre parole si cerca di insegnare la sana arte del dubbio (non so se anche in Fisica ....).
2. ogni accadimento storico (compresa la scrittura e le iscrizioni) avviene in un tempo e in uno spazio definiti e non in altro; tempo e spazio che vanno identificati.
Queste operazioni trasformano un documento in un “documento scientifico”.
Veniamo al problema della scrittura, dello Stato e della città. Spero sinteticamente.
Ci troviamo di fronte a due distinti problemi. Il primo riguarda la realtà materiale dell’esistenza concreta della scrittura nuragica; il secondo quello del contesto storico in cui la scrittura nasce e si sviluppa.
Per il primo caso la risposta è relativamente semplice ma, evidentemente, legata sempre e comunque allo stato delle conoscenze, perché è sui dati concreti e verificabili che la ricerca storica si muove.
Allo stato attuale delle conoscenze non esiste un documento che sia certificabile, “validabile”, come scrittura nuragica. Gli esemplari di Tziricottu sono, al di là di ogni ragionevole dubbio, matrici altomedievali (dato cronologico) di ambito artistico bizantino (dato culturale) e presenti anche nelle culture coeve, tra cui quella longobarda. Lo dimostrano ampiamente le decine e decine di esemplari simili per forma, aspetto e dimensioni, presenti nelle necropoli di quell’epoca, ben databili in quanto contesti chiusi, situate nella penisola italiana (e quindi, grazie a dio, non scavate ne studiate da quei cattivi e ignoranti di noi archeologi sardi) che il collega Paolo Serra ha richiamato in diverse sedi scientifiche con precisi riferimenti verificabili. A quei dati non è stata data risposta scientifica ma solo insulti e basse ironie, indegne della qualità della persona che li esprime e di quella che li riceve.
I cocci di Orani appartengono ad altro ambito e cronologia; uno presenta caratteri chiaramente fenici, due degli antropomorfi e uno dei chiari simboli di Tanit. Dalle foto (e quindi in assenza di una validazione scientifica) non è possibile stabilire se si tratti di reperti appartenenti allo stesso contesto, ambito culturale e cronologico. Nel caso della scrittura si tratta di elementi privi di problemi di inquadramento, così come per i segni di Tanit, inseribili in note sequenze iconografiche di cui esistono repertori per la Sardegna, Sicilia, Africa, Spagna, Fenicia (dove peraltro c’è l’attestazione diretta della connessione tra il simbolo e la dea Tanit). Anche nel caso dell’interpretazione di questo segno nei “cocci di Orani” si è privilegiato di ignorare totalmente questi studi e repertori eppure solo per la Sardegna le evidenze (che ormai si avvicinano al centinaio) sono chiare e tutte riportabili a definiti ambiti culturali fenici con persistenze sino all’età romano-repubblicana (vedi le case “puniche” di Cagliari).
Nel caso delle iscrizioni su pietra a parte il caso con lettere palesemente di alfabeto latino e l’altra in alfabeto fenicio, per le altre bisogna approfondire con estrema cura l’analisi; ma sino a oggi, manca l’edizione scientifica: non mi sembra che gli attacchi a me o ad altri colleghi possa considerarsi l’equivalente di una spiegazione scientifica, come ho avuto modo di mostrare in un precedente intervento dove ponevo dei precisi riscontri all’iscrizione fenicia, per i quali non ho ricevuto risposte (e non pretendo di riceverle).
L’altro problema che si pone è se l’assenza di una scrittura nuragica “certificata” (sia essa originale o mutuata da altri sistemi di scrittura) sia effettiva o si basi semplicemente sull’assenza di ritrovamenti. Qui il discorso si complica perché, come è noto a chi si occupa anche distrattamente di ricerca storica, assenza di dati non significa che quei dati non esistano. Allora, fermo restando che l’eventuale rinvenimento di nuovi dati porterebbe a creare nuovi modelli interpretativi, resta il fatto che l’assenza di scrittura di per sé non è sorprendente.
In tutte le culture Mediterranee, Europee e Vicino-orientali la scrittura nasce in collegamento con precise necessità politiche ed economiche legate all’accentramento del potere, alla necessità di organizzare questo potere, soprattutto in campo economico, e all’interno di questo in culture di tipo urbano. Nel caso nuragico questi fenomeni non sono presenti per l’epoca dei nuraghi (Bronzo Medio e Recente, grosso modo secondo e terzo quarto del II millennio a.C.), mentre si colgono segni di formazione di processi simili nelle fasi finali della civiltà nuragica, post nuraghi (Bronzo finale e primo Ferro (dal 1200 a.C. in poi). Guarda caso la scrittura come elemento stabile, non occasionale (importato sugli ox-hide ad es.) compare con i primi fenomeni urbani fenici (anch’essi attestati al di là di ogni ragionevole dubbio) che in Sardegna datiamo alla metà dell’VIII sec. a.C. (a Cartagine nella seconda metà del IX sec. a.C. ecc.). Ovviamente possiamo far finta che la fase fenicia non esista, ma non basta prendersela con gli archeologi, bisogna dimostrarlo (e mi sembra difficile).
Altra cosa sono i marchi ceramici che conosciamo e da qualche anno iniziano a essere meglio studiati, in tutto il Mediterraneo.
Quindi scrittura non equivale a società più evoluta e mancanza di scrittura non equivale ad analfabetismo. Parliamo, invece, di differenti strutture economiche e sociali e, ovviamente, di differenti codici di comunicazione di cui la scrittura è uno dei tanti.
Nessuna negazione né della straordinaria qualità della storia della Sardegna né della capacità dei nuragici, vorrei far sommessamente notare che i materiali nuragici oltremare e le capacità di movimento di quella cultura l’hanno provata gli archeologi, spesso e volentieri sardi, con il faticosissimo cercare strato per strato, coccio per coccio, muro per muro, tomba per tomba, le tracce di questa cultura ovunque essa fosse, ma sempre legati a dati concreti, verificabili e discussi.

P.S. Una umile richiesta alla dott. Losi, mi critichi, anche duramente, per affermazioni che faccio e non su “sillogismi” inventati: “i nuragici erano contadini, la scrittura non serviva loro, ergo i nuragici non scrivevano”; non l’ho mai detto né pensato; per di più, mi consenta, le mie pur scarse frequentazioni di Aristotele mi avrebbero portato a formularlo in modo diverso e più logico: “i contadini non utilizzavano la scrittura, i nuragici erano contadini, ergo non scrivevano” e così via. Sarò antipatico ma certe sciocchezze non mi appartengono.

domenica 20 luglio 2008

Caro Sanna, fatto sta non dimostra nulla

di Mirko Zaru

La risposta del signor Sanna è proprio nel suo stile! (anche se probabilmente la definizione di stile è assente nel vocabolario di 2.000.000 di parole dell’ illustrissimo ex-professore di Oristano). Infatti sotto la scorza stampata GRANA PADANO , una volta grattata via, sicuramente si nasconde un retrogusto VALGRANA!
Il ruolo che lei (oh Gigi) ha interpretato nelle vesti di menestrello le si addice parecchio, chissà se sa anche suonare, per natale le regalo una chitarrina! Nella sua grandissima scientificità, inoltre, ha ben pensato di rimanere fedele ai suoi scritti decantando l’ennesima storiella, e sono più che sicuro che avrebbe potuto continuare per 464 pagine rifilandocele al modico prezzo di 80 euri!
Difficile, invece, per lei, è dimostrare quel che dice visto che continua a nascondersi dietro l’umorismo e i giornali, che continuano a parlare della polemica tra noi e lei senza mai menzionare i motivi della polemica, e soprattutto, senza mai far notare che lei non dà dimostrazione di ciò che afferma, anche quando le viene richiesto svariate volte! Ai dubbi e alle perplessità (ne ho tutto il diritto visti i suoi scritti precedenti) non si espone mai, e si rifugia nell’angolino buio sotto il tavolo!
Le farò delle domande dirette sperando che questa volta risponda con dati scientifici e documenti validi sia in ambito archeologico, che storico (altrimenti darà prova di aver campato in aria le sue teorie)! Mi aspetto che quando lei parla di caviale si tratti di caviale e non di polistirolo colorato di nero!
Le mie domande sono queste!
In che modo ha decifrato le tavolette di Tzricotu? (Su quali basi scientifiche e su quali dati archeologici fa queste affermazioni?)
Come ha attribuito i segni a rappresentazioni antropomorfe? (Su quali dati scientifici e in base a quali studi?)
Come può parlare di padri e figli nelle rappresentazioni e in base a cosa lo afferma?
Tradurrebbe cortesemente passo passo l’iscrizione che parla di donna-i Masala?
Dov’è scritto Masala?
…ne avrei altre decine di domande, ma penso che questo possa bastare per il momento.
Tutti ci aspettiamo una sua risposta (scientifica naturalmente)! Altrimenti mi chiami che la chitarra mentre parla la suono io!
Continuare a tirarsi le penne non farà di lei una gallina!

sabato 19 luglio 2008

Ecco perché Soru vincerà le regionali

Il titolo è palesemente pretenzioso. Non sono nelle condizioni di colui che – racconta una barzelletta polacca ai tempi di Gomulka – rubò i risultati delle “elezioni dell’anno venturo”. Mi si perdoneranno perciò i dettagli. E le possibili invenzioni della storia che, si sa, è una gran meretrice: oggi ti promette momenti di passione, domani lo fa con un altro.
Renato Soru non è uomo di sinistra (leggetevi il bel libro di Bachisio Bandinu e Salvatore Cubeddu “Il quinto moro”) e in questo interpreta il sentimento della grande maggioranza dei sardi che di sinistra non sono. Se si fa la conta dei governi degli ultimi sessanta anni, si può vedere come la sinistra propriamente detta vi è stata solo perché una volta ce l’ha portata il Partito sardo (pagando la scelta con la riduzione al lumicino), un’altra il nuovismo di Federico Palomba (che ha pagato la carica con crisi a catena) e infine il quinto moro che dei tre soggetti è il più tignoso.
Oggi, Renato Soru è in rotta di collisione con il partito leader del centrosinistra a governo, di gran lunga egemone culturalmente. È questo fatto a rendere sicura l’altra parte, il centro destra, che la propria vittoria l’anno venturo tende alla ineluttabilità. Tutti gli schieramenti, da una parte e dall’altra, sono convinti che la partita (vinta per gli uni, persa per gli altri) si sia giocata sulle questioni economiche e sociali: l’impoverimento, la disoccupazione, lo sfilacciamento dell’industria, etc. Si esibisce ora, con scarso successo, la fotocopia delle preoccupazioni continentali per la sicurezza.
Oltre a Soru, pochissimi pare si siano accorti che le questioni della identità sono destinate a giocare il ruolo dell’asso pigliatutto in una situazione fortemente bipolare, nella quale basta un cinque-sei per cento per vincere o perdere. Quasi due anni fa, in momenti troppo lontani dalle elezioni per suscitare il sospetto della “strumentalità elettorale”, il centro-destra si fece garante di un processo di profonda revisione della Carta fondamentale della Sardegna nel senso di un radicale “autogoverno della Nazione sarda”. Ad un anno dalle elezioni, sicuramente il progetto sarà portato all’attenzione degli elettori, i più maligni dei quali subodoreranno, però, la strumentalità elettorale. Cosa poco commendevole per elettori che di punto in bianco si sentiranno investiti di problemi di cui sfuggono i contorni che sarebbero stati, invece, nitidi a termine di un dibattito che li avesse investito durante un intero anno e più.
Fra i tanti errori e le insopportabili prepotenze nella legislazione soriana su economia, occupazione, lotta alla povertà, ambiente e del paesaggio, uno non l’ha fatto: quello di mostrarsi incerto nella difesa dell’identità e dei suoi elementi costitutivi: l’immagine esterna e interna della Sardegna, la lingua e la cultura sarda. Sulla lingua è partito assumendosi la responsabilità di varare, dopo aver consultato esperti, uno standard scritto, ed entrando in rotta di collisione con l’Università, scandalosamente ostile ad una sintesi politica di studi fatti e decisa a continuarli all’infinito, fino alla morte della lingua.
Ha scontato l’opposizione di quella intellighèntzia di sinistra che pure lo aveva sostenuto nella campagna elettorale e nei suoi primi atti di governo. Sta continuando nella pianificazione degli investimenti sulla lingua, affinché essa sia visibile in tutta la società, distinguendo il collocamento di denari per la cultura da quelli per la lingua, una bestemmia per la intellettualità di sinistra, per la quale la lingua è un epifenomeno della cultura. Ha infine annunciato una legge di politica linguistica che potrebbe essere la più grande riforma istituzionale di questa legislatura.
Tutte cose, come si può comprendere, che urtano la parte giacobina della sinistra, non tutta la sinistra, ma quella che conta sì: quella universitaria, quella che scrive sui giornali, che pubblica libri, che fa opinione dando a intendere che “solo i linguisti possono parlare di lingua”, “solo gli archeologi possono parlare di archeologia”, “solo gli...”. È la stessa parte che si è indignata perché Soru ha varato la Limba sarda comuna, malgrado non tutta la commissione da esso insediata fosse d’accordo e arriva a scrivere che, di certo, Soru è stato subornato. La Lsc non è una priorità – dicono – così come in tutti gli anni Settanta e Ottanta mai la lingua è stata una priorità, ma qualcosa che si sarebbe potuta affrontare una volta risolti tutti i problemi economici.
Io non so se e quanto questa linea “identitaria” abbia messo parte del Pd contro Soru e, francamente, ho troppo rispetto dei travagli altrui per volerlo davvero sapere. Immagino, però, uno scenario in cui il Pd continui a tirare la corda, che so?, proponendo un antagonista suo a Soru, lasciando la briglia sul collo della sua intellettualità sardofoba e comunque timorosa delle conseguenze di una politica “troppo” identitaria (che cosa succederebbe, se domani la Regione desse soldi all’Università in cambio di servizi in lingua sarda?). Se la corda si spezza, non mi pare di aver capito che Soru, buono buono, se ne tornerebbe all’ovile. Magari si metterebbe a capo di una lista che parlerebbe, come gli altri, di occupazione, di lavoro, di lotta alla povertà, di risanamento economico, di rilancio della produzione... Avete mai sentito un dirigente politico dire che del lavoro e dell’occupazione se ne strabatte?
Se ne occuperà come gli altri, appunto. Intanto, però, si è fatto uno know out identitario che, non essendo né di sinistra né di centro né di destra né di su né giù, Soru potrà mettere sul mercato politico, facendo appello ai sardi e alla loro capacità di contare sulle proprie gambe. Gli altri lo inseguirebbero, certo, accorgendosi, però, troppo tardi che una politica identitaria, per essere credibile e creduta, ha bisogno di un retroterra che non si sono preparati.
Ecco che vi ho detto perché Soru vincerà le prossime elezioni. Naturalmente, se dall’altra parte ci si rendesse conto che non tutti gli elettori sono costretti a ragionare con la pancia, che l’autonomia non si proclama ma la si esercita sempre e comunque, anche nei confronti di un governo e di partiti amici, che, come ha mostrato la Lega, le questioni identitarie pagano anche elettoralmente, beh, allora...

venerdì 18 luglio 2008

Santu Istene di Oschiri e il linguellista

di Gigi Sanna
Caro Zua’,
di Oschiri non sai niente? No? Si sunt brigaos torra sos santos? Teniat arresone Donna Maria. E torra Giuanne Battista? Cun cuss’anzoneddu… No, no. Non c’entra Giovanni Battista. C’entra S.Stefano. Sant’Istevene? E comente podet esse mai, s’iscureddu? Issu in cresia est semper solu solu e mudu mudu, in foras de sa ‘idda...
Ascolta. Qualche giorno fa sono accaduti fatti da non credere. Più incredibili di quelli del tuo Blog archeologico. Che è tutto dire. È giunto infatti in piazza un cavaliere con un’armatura strana, a cavallo di un ronzino e armato di lancia e spada. Con sé aveva anche una bisaccia. Tutti hanno pensato che fosse una specie di hidalgo di Cervantes fuori Carnevale e divertiti sono corsi ad ammirare quello strano cavaliere che, fermo e impettito, dava tutta l’aria di voler arringare la folla.
Quando la piazza fu piena, il cavaliere si tolse, dopo molta fatica, l’elmo e uno, proprio davanti, gli gridò: “Ma tu non sei ‘Puppone’, il forumista più acclamato di Sardegna?”
“Io direi il ‘casinista’ più acclamato” fece subito, duro, un altro che stava
vicino.
“O il giullare, servitor della Somma corte archeologica” disse un altro, ancora ridacchiando.
“Fatelo parlare! Fatelo parlare”, gridarono in molti. “Se è qui, parato in quel modo, ci sarà pure un motivo!’
“No. È molto più probabile che un motivo proprio non ci sia!” esclamò acido un tale seminascosto, un certo Melis Sherdanu che nessuno sapeva come mai proprio quel giorno fosse a Oschiri.
Quando il silenzio fu totale il cavaliere prese a parlare e disse: “Popolo di Oschiri, io sono Bigboy Mirchovic de Zar! de Zar, mi raccomando, non de Zur! Perché là sta l’altra setta del romanaccio falsario di colonne, il cataclistico e maremotistico. Sono qui da lontano, molto lontano ma la pressa, come dite voi in sardo, lo richiedeva! Importante è, direi deleterio, il compito per il momento dei cavalieri difensori della santa BIDIA (Banca Isolana Dati Iscrizioni Autentiche). Però d’ora in poi saremo ovvissimi a tutti; ci scoprirete sempre più facilmente perché abbiamo fabbricato uno squadrone e come segno di distintivo portano le minilinguelle ai fianchi, uguali ai puntali della spade e al cinturoni delle braghi. Tutta attrezzistica della fusione longobarda di Serramenta e & di Tzricotu. Avvicinatevi, avvicinatevi. Vedete questi segni? Sono a punti e virgole, anche se poi punti e virgole proprio non sono. Non li notate? Non importa: l’importante è sempre sapere, mica vedere. Chi vede e non sa, non mette bene i punti e virgola e immagina tante porcherie:linette verticali e persino bischeri, grandi quanto un nuraghe. E questo puntale di spada ? Bello, no? Non lo avevano neanche i Cavalieri del re Artù. Puro Longobardo o Bizantino!”
“Macché punti! Qui si vede un toro. Guarda guarda, il muso e le corna!” esclamarono alcuni bambini in coro, che erano riusciti a mettere gli occhi in quei quasi francobolli.
“Un toro? Le corna? Andate via, andate via, piccoli demoni con le zanne del grande sciamano zannuto del dio Kaph! Noi ci siamo proprio per questo: per combattere zanne e corna. Il cavallo è il nostro nobile animale, che non ci tradisce mai!
“Questo però ne sa davvero. È sgrammaticato peggio di mio figlio, che fa gli anni di scuola a due a due. Ma quanto è bravo per l’età che ha” fa una donnetta.
“Aspetta, aspetta a dirlo” gli risponde ancora il Shardanu.
E il cavaliere Mirchovic senza battere ciglio proseguì: “Popolo di Oschiri ho qui una bisaccia piena di scritture immonde: abbasantesi, paulesi, allaesi, sanveresi, oranesi, cabraresi e di diecimila paesi ancora. Ecco, guardate.. Questi fogli per disprezzo sovrano, anche a nome dei noti della proedria, li frantumo davanti a voi, in mille cocci. Sono segni della stra-fottente setta dei falsari; lo ipotizzo con assoluta certezza. Io poi non dormo la notte per colpa loro e vigilo correndo qui e là in tutta l’Isola come uno scemo...”
“Un pazzo” vorrai dire, esclamarono in molti.
“No no, come uno scemo”
“Se lo dici tu…”
“Per ora non ho mai trovato nessuno, ma uno forse ipotizzo di beccarlo di sicuro. Datemi retta. Non ascoltate i falsi epigrafisti, ma solo un giovane paleologo come me, uno che stupisce sempre perché è anche medioevolologo e i segni latini sa metterli bene. in riga, come a Pitzinnu, e di forte prepotenza! e nei posti giusti. Anche i fenici li digerisco bene, benissimo! anche quelli falsi del nuraghe Aiga che in latino vuol dire ‘aliga’, ossia spazzatura”.
“Guarda che semmai il toponimo è greco”, sbotta Roberto, e vuol dire capra”.
“Caprone sarai tu, che non sai le lingue e non sei linguologo, anche se le capre in fondo lo sono. Io poi sono il cavaliere Bigboy, perdipiù decorato con minilinguelle turco-mongoliche, mica uno come te che va a piedi con i tuoi stracci sardisti . Dunque. È solo caduta una semispirante o Elle, o una dentale, non so; ma in consonantistica non fa niente, com’è noto; e Aiga è proprio aliga. Farò fare uno scavo in grande stile al dott. Glitz per vedere se mi conferma l’antica spazzatura longobarda o bizantina degli abbasantesi o al massimo dei norbellesi. A proposito di immondezza, vedete le penso tutte, big come sono, il nuraghe Aiga o Aliga è il posto dove noi cavalieri abbiamo chiesto alla Sovrintendenza di affittarci la sala del falso solstizio; servirà per la biblioteca di studi dei saggi spazzatura. Lì potremo leggerli nel buio più assoluto e poi ci pronunciamo alla luce. Dal buio alla… luce, non so se avete capito l’allusione malevola o maliziosa, comunque la vogliamo chiamare! Così con l’occupazione militare chiudiamo definitivamente anche la partita con i sostenitori del buco del sole che non c’era”.
A questo punto, Giorgio, non reggendo più, appoggia Roberto, e gli grida “Ignorante, buffone”.
Anche altri lo coprono di insulti. Qualcuno grida anche parole irripetibili.
“No, non sono Bu-glione, come voi gridate. Quello era Goffredo, perché io tutto so. E non potete giocare con un rebusologo di fama come me. Non mi turbo, come una Ferrari, che mi insultiate perché io respiro bene tra il gas degli insulti. Ascoltatemi ancora un po’, perché arrivo, anzi in fondo sono arrivato, a parlarvi del mistero di S.Stefano, un mistero naturalmente che solo io BigBoy posso svelarvi. Donna Masala è un falso falsissimo, non esiste proprio… Anche a Oschiri so che sono arrivati prima, per imbrogliarvi con le false traduzioni dei misteri. Ma vi hanno detto fesserie. Dove sono le lettere? La lapide è autentica,ma forse; comunque sappiamo per fortuna tutto sulla storia dei Giudei e dell’Inquisizione ( avrete letto il mio saggio, naturalmente non spazzatura, che finalmente mi son fatto correggere per benino)… dunque, allora il 1492, molto importante e Isabella di Castiglia in quel tempo; e pertanto quella Masala ebrea… mai potrebbe…Del resto il trigramma YESUS HOMINUI (?) Salvator (?)…”
A questo punto il presidente de Su Furrighesu indignato per quell’ incipit finale, fece per andarsene e prese il telefono per chiedere urgenti aiuti di cavalieri di Venezia e di Mestre al socio Laner.
Ma non ci fu bisogno perché dalle ultime file arrivarono le prime pietre sarde che però BigBoy, in quella torrida giornata, accolse raggiante come le prime spruzzate d’ autunno. Ma non il cavallo, che naturalmente fedele com’era, per asserzione del cavaliere, lo disarcionò al primo bernoccolo e scappò via anche senza sproni battuti. Alle prime pietre se ne aggiunsero altre,sempre di più e sempre più grandi, respinte però sempre, non solo dalle microlinguelle, ma anche da quella testa che sembrava di gomma ‘pirelli copertoni’. Alcune pietre, addirittura, il cavaliere Mirchovic de Zar le addentò al volo e le trangugiò, manco fossero panadas.
“Eh, eh! Vedete che testone?” fece, sfidando ironicamente la folla e battendosi energicamente più volte il capo con la pesante spada dal puntale longobardo. ‘ Nessuno mi fermerà e io vi dico che Donna Masala è una fregatura per il paese, una delle solite fregnacce di Gi..
A questo punto le sue parole non si udirono più e si sentirono, provenienti da un viottolo campestre, solo le urla di alcune devote, capeggiate da una antica pia donna che fendeva inferocita, con un’enorme lastra sotto il braccio, la folla della piazza. Quando fu davanti a BigBoy sollevò con forza insolita la pietra dicendo:
“Abbaida chie seo. E tando? Tue, tialu corriatzu, mi nche cheres interrare po ateros chimbe seculos…
“Ma, sei davvero Donna Masala…” gridò, vistosi perduto il cavaliere. “Eppure io sono un noto paleologo e castigliologo che mai sbaglia..’
“Calla, calla. Comente, jeo fea, jeo Masala ebrea? E pois, Donna jeo? Donna-I, Donna-I mì, cun sa ‘i’ de sa nobiltade. E ite? Amos crocau paris fortzis, faularzu cavalleri? Como, con custa apitzus, as a morrere…
E il cavalier Bigboy Mirchovic de Zar e non di Zur sarebbe morto davvero se improvvisamente non avessero cominciato a volteggiare sulla piazza, come uccelli, tutti i Santi di Oschiri, capeggiati da Santo Stefano che spargeva, imitando il diabolico eroe di Suskind, profumo celestiale di pace, d’amore e di perdono. Donna-i Masala restò allora come paralizzata con la pietra sollevata e tutti i presenti sbalorditi per il miracolo si inginocchiarono commossi per l’innocenza del cavaliere.
Quindi Santo Stefano scese dall’alto, si posò di fronte a Bigboy, come per proteggerlo e disse: ‘Donna-i Masala e Oschiresi. Perdonate, perdonatelo. Non fatene un protomartire della fede linguellista! Il proto protomartire lapidato, il santo delle pietre, quello di diritto ad Oschiri, sono solo io, modestamente parlando. Lasciate che viva e permettete pure che diffonda la fede delle decorazioni a punto e a virgole. State tranquilli. Presto le linguelle longobarde, le fibbie dei cinturoni e i puntali, soprattutto quelli per le scarpe alla moda o per dare più energicamente anche salutari calci nel di dietro, si troveranno dappertutto. Tra non molto ci sarà un vero e proprio ‘made in Sardinia -Italy – Turkey - Mongolia style’, che avrà anche l’eco imitativo dei Cinesi e di Taiwan. Ma i punti e virgola avranno, col tempo, anche punti interrogativi ed esclamativi ed allora, per iniziale inimmaginabile opera egregia dei cavalieri linguellisti, la scrittura nuragica sarà in un baleno riconosciuta e studiata in tutto il mondo. Anzi l’alfabeto e la lingua nuragica diverranno, per volontà dell’ONU e del Parlamento Europeo, l’Esperanto del mondo. Forse contro voteranno solo i parlamentari Sardi, se ci saranno”.
Così Bigboy si salvò e non fu protomartire linguellista e puntalista, come moltissimi avrebbero fortemente auspicato, perché talora anche i cavalieri santi rompono le balle. Gli Oschiresi premurosi gli diedero un asino, a cavallo del quale dal Limbara procedette lemme lemme verso il Campidano. Una bestia ainuologa, nota in tutta la città, con la quale, data l’altra specializzazione molentologa, pare che ci sia stata presto perfetta sintonia di vedute durante il lungo e sempre sofisticato conversare; tanto che si può ipotizzare che Mirchovic de Zar (e non di Zur) abbia ipotizzato, con assoluta certezza, che si dovesse sostituire con essa il cavallo, animale troppo intelligente e quindi del tutto inaffidabile, durante i successivi prevedibili frequenti tentativi di lapidazione.

Basta! Terminadda sia,
abà, cun patzi e amori;
Si lu pobaru autori
At fattu calchi mancantzia,
cumpattiddili l’errantzia,
ch’è tontu già lu sabeddi:
chi diaulu vuleddi?
Lu chi sa più non fatzi:
S’a calcunu non li piatzi
Li dia calchi arrangiadda.
A tzent’anni! E’ terminadda,
riverilla, bona jenti

giovedì 17 luglio 2008

Avvicinandosi questo blog ai diecimila lettori, mi pare doveroso render conto delle analisi che dal 24 di maggio (data di attivazione) fa Google Analytics, il sito specializzato in questi affari, il quale avverte che va data attenzione più alle tendenze che ai numeri assoluti.
Dal 24 maggio a ieri (16 luglio) sono state viste 5209 pagine da un 69,58% di visitatori abituali e da un 30,42% di nuovi visitatori. Abituali e nuovi provengono in gran parte da Sardegna e Italia, ma anche da Spagna, Catalogna, Svizzera, Francia, Lussemburgo, Portogallo, Belgio, Stati Uniti, Germania, Svezia, Canada, Regno unito, Vaticano, Australia, Venezuela, Colombia, Austria, Olanda, Norvegia, Giappone. L'elenco è fatto in ordine decrescente.
Il 30,42% è entrato una sola volta nel blog e il 48,62% lo ha fatto da 10 a 200 volte. A parte la prima pagina, quella cui si accede per leggere l'articolo del giorno, e a parte le rubriche dell'archeologia e della lingua sarda (nel complesso il 69,9%) gli articoli più ricercati autonomamente sono stati: Escalaplano: "archeologi" in calzoni corti, l'articolo del prof Ugas "L'uso del sardo non è solo un diritto: è un dovere, lo scambio di lettere fra l'architetto Laner e Massimo Pittau "Caro Pittau: rispondiamo a Usai? Caro Laner: sì", e "Un'altra scrittura sarda", l'articolo del 19 febbraio che ha dato il là alla discussione in corso su questo blog.

Hampsicora era sardo, non cartaginese

di Massimo Pittau
È del tutto certo che su noi linguisti incombe in maniera permanente il grave pericolo di farci condizionare, nelle nostre scelte ermeneutiche ed etimologiche, dalle lingue che effettivamente conosciamo e soprattutto da quelle della nostra esatta specializzazione. Per la nostra Sardegna è un esempio paradigmatico quello del canonico Giovanni Spano, che all’apice della sua lunga carriera di benemerito studioso, pubblicò il suo Vocabolario Sardo geografico, patronimico ed etimologico (Cagliari 1875), nel quale si dette da fare per spiegare con la lingua fenicia - che egli del resto conosceva in maniera superficiale - moltissimi toponimi sardi, la massima parte dei quali sono invece di sicura ed anche evidente matrice od origine latina. Il grande linguista tedesco Max Leopold Wagner ha adoperato il vocabolo «feniciomania» per bollare alla radice il tentativo fallimentare messo in atto dallo Spano.
Sennonché, proprio per la spiegazione di due antichi antroponimi sardi, è caduto nel medesimo errore della «feniciomania» lo stesso M. L. Wagner. Egli infatti, con una molto fugace notazione, ha attribuito al semitista Paul Schröder la spiegazione “fenicia” del nome dei due famosi protagonisti della rivolta dei Sardi contro i Romani all’epoca della II guerra punica, Hampsicora e Hosto <1>. Invece lo Schröder, nella sua ormai vecchia opera Die phönizische Sprache (Halle 1869, pagg. 172, 87), non ha citato per nulla il sardo Hampsicora, ma ha spiegato il nome di donna, che compare nel Poenulus (1065) di Plauto, Ampsigura come “ancilla hospitis” ed ha spiegato pure il nome del sardo Hostus – citandolo realmente - come “amico di Astarte” (Freund der Astarte).
Sorvolando pure su questo notevole qui pro quo del Wagner, alla spiegazione che lo Schröder ha presentato dell’antroponimo femm. Ampsigura io muovo le seguenti obiezioni:
1) Lo Schröder ha chiamato in causa l’ebraico amt «serva», con la finale /t/, mentre l’antroponimo implica come sua prima parte il gruppo amp-, con la finale /p/.
2) L’antroponimo di Plauto Ampsigura è un hapax legomenon, per cui non è per nulla sicura la sua forma grafica che noi adesso conosciamo; tanto più che nei vari codici del testo plautino compare anche come Amsigura e Ampsagura.
3) È molto probabile che il nome della donna cartaginese Ampsigura sia una delle tante creazioni di nomi dei suoi personaggi effettuate, come è noto, dallo stesso Plauto; e può essere stata una sua creazione fatta sullo stampo ed a ricordo proprio del personaggio storico sardo Hampsicora, del quale il commediografo latino aveva sicuramente conoscenza, dato che, vissuto fra il 254 e il 184 avanti Cristo, era stato spettatore - sia pure alla lontana - della rivolta contro i Romani fatta dai Sardi capitanati da Hampsicora nel 215 a. C. In questa ipotesi, dunque, è molto verosimile che Plauto abbia creato il nome di donna Ampsigura derivandolo proprio da quello del sardo Hampsicora, anche come rivalsa inconscia rispetto ad un nemico di Roma alleato degli odiatissimi Cartaginesi.
D’altra parte è un fatto che Ettore Paratore, traduttore e commentatore anche del Poenulus di Plauto <2>, parlando degli antroponimi, che ricorrono assieme, femm. Ampsigura e masch. Iahon, sia pure senza darne una adeguata spiegazione linguistica, commenta: «In fondo sono due nomi di origine greca: il primo potrebbe esser reso con “focaccia tonda”, il secondo, sia pure dubitativamente, con “abitante della Ionia”».
Ancora molto meno convincente è la spiegazione “fenicio-punica” presentata dallo Schröder del nome di Hostus come «amico di Astarte». A mio avviso questa spiegazione è del tutto campata in aria, anche perché 1) lo Schröder si è basato su una forma Hiostus che non è documentata da nessun codice di Livio e di Silio Italico, 2) nella supposta base fenicia lo Schröder, con l’uso in apparenza innocente di parentesi quadre, ha inserito una lettera iniziale ed una finale…! A mio giudizio invece Hostus può essere corradicale – non derivato – con l’appellativo lat. hostia «ostia, vittima sacrificale» (che probabilmente deriva dall’etrusco), avendo pertanto il significato di «(figlio) offerto (alla divinità)» <3>.
Del nome di Hampsicora si è in seguito interessato lo storico Ettore Pais, nella sua Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano <4>. Egli parlando del condottiero dei Sardi ribelli a Roma ha scritto testualmente: «sebbene nato in Sardegna, era in fondo un Punio; lo fa sospettare lo stesso suo nome». «Il nome di Hampsicora od Hampsagoras (Silio Italico, XII 345) ricorda quello di Ampsaga noto fiume della Numidia».
Qualche anno dopo Camillo Bellieni ha ricalcato la frase del Pais scrivendo testualmente: «Ampsicora, grosso latifondista dell’isola, d’origine punica, come appare dal nome» <5>.
Sennonche anche al Pais io obietto in primo luogo che la connessione fra l’antroponimo Hampsicora/Hampsagoras col nome del fiume Ampsaga è molto problematica in termini fonetici, in secondo luogo che questo fiume era nella Numidia, presso Cirta, l’odierna Costantina, che dista da Cartagine più di 300 chilometri; ragion per cui è molto più ovvio ritenere che Ampsaga fosse un idronimo numido, cioè berbero, che non fenicio-punico o cartaginese. Per queste due pesanti difficoltà di carattere linguistico, è del tutto illegittimo dedurre – come ha fatto il Pais – che il nome Hampsicora fosse fenicio-punico o cartaginese.
In linea di fatto è avvenuto che da questa sua inconsistente e illegittima connessione linguistica il Pais abbia dedotto conseguenze troppo grandi e vistose di carattere storico generale: dunque secondo lui Hampsicora non era un Sardo, ma era propriamente un Cartaginese, inoltre la rivolta contro i Romani dai lui capeggiata non era propriamente rivolta dei Sardi, ma era rivolta dei Sardo-Punici ed infine la città di Cornus su cui egli comandava non era sarda, bensì era propriamente “sardo-punica”.
Tutto al contrario di recente io ho fatto osservare che nel testo di Livio (XXIII 40), che narra abbastanza a lungo la storia della rivolta di Hampsicora e dei Sardi, non c’è nulla, assolutamente nulla che faccia intendere che Hampsicora fosse un “Punio” e che Cornus fosse una città “sardo-punica” (cfr. anche Eutropio, XIII 1). A proposito della città ho pure messo in risalto che nel piccolo pianoro in cui si trovano ancora i resti di Cornus si trovano anche tre nuraghi e ho sottolineato che i nuraghi li costruivano i Sardi Nuragici e non affatto i Fenici o i Cartaginesi… <6>.
Purtroppo però è avvenuto che questa interpretazione data dal Pais del nome e della figura di Hampsicora e della rivolta da lui capeggiata sia entrata tale e quale in tutta la successiva storiografia sulla Sardegna dell’età romana.
Ho già detto che invece Ettore Paratore ha seguito la direzione geografica orientale ed ha spiegato l’antroponimo femm. Ampsigura di Plauto in base alla lingua greca, cioè come “focaccia tonda”, anche senza darne una spiegazione adeguata. Anche io preferisco seguire questa direzione orientale e a tal fine chiamo in causa gli antroponimi di tre famosi filosofi, Anassagora, Protagora e Pitagora (Anaxagóras di Clazomene, Prōtagóras di Abdera e Pythagóras di Samo), antroponimi la cui struttura linguistica è chiaramente molto simile a quella del nostro Hampsicora/Hampsagoras.
L’etimologia dei tre citati antroponimi è molto controversa e pertanto non entro nel merito per non allungare troppo il presente studio. Per parte mia mi limito ad osservare che la città di Abdera, patria di Protagora, era sulla riva settentrionale del Mar Egeo e Clazomene e l’isola di Samo, patrie di Anassagora e Pitagora, erano nella Ionia nell’Asia Minore, a ridosso della Lidia, terra di origine sia dei Sardi Nuragici che degli Etruschi. Addirittura sappiamo che Pitagora veniva tramandato come “tirreno” e in greco Tyrrhenói significava «costruttori di torri», proprio come lo erano i Sardi Nuragici <7>.
Pertanto sui tre antroponimi a me sembra legittimo affermare come certo almeno questo fatto: che tutti e tre erano propriamente di origine egeo-anatolica.
Inoltre c’è da osservare e sottolineare che la connessione fra l’antroponimo sardo Hampsicora/Hampsagoras con quelli egeo-anatolici Anaxagóras, Prōtagóras e Pythagóras è chiaramente molto più stretta di quanto non lo sia con l’idronimo numidico Hampsaga e con l’ipotetico punico Ampsigura. A ciò si deve aggiungere una notizia che mi ha ricordato l’amico Attilio Mastino: secondo Silio Italico (XII 344) Hampsicora si vantava di essere di origine Iliaca o Troiana, cioè – commento io – pure lui di origine egeo-anatolica.
La mia conclusione ultima è questa: ha un molto elevato grado di probabilità il fatto che l’antroponimo sardo Hampsicora/Hampsagoras avesse una origine egeo-anatolica, in pieno accordo con la tesi dell’origine orientale dei Sardi Nuragici dalla Lidia nell’Asia Minore, dalla cui capitale Sardis è derivato sia il nome stesso dei Sardi sia quello della loro patria Sardó/Sardinia <8>.
Dunque la figura di Hampsicora ed anche la rivolta contro i Romani che egli ha capeggiato vanno reinterpretate in termini storiografici <9>.

<1> M. L. Wagner, Über die vorrömischen Bestandteile des Sardischen, in «Archivum Romanicum», XV, 1931, pag. 5; Idem, La Lingua Sarda – storia spirito e forma, Bern 1951, pag. 15; Idem, Die Punier und ihre Sprache in Sardinien, “Die Sprache”, III, 1, 1954, pag. 36.
V. Bertoldi, Sardo-Punica, in «La Parola del passato», II, 1947, pag. 8, si è limitato a citare e ripetere quanto aveva scritto il Wagner.
<2> E. Paratore, T. M. Plauto, tutte le commedie, Roma 1976, New Compton, 5 voll., IV.
<3> Vedi etr. Hustnei «Hostia», gentilizio femm. da confrontare con quello lat. Hostius (RNG), nonché col lat. hostia, fostia «ostia, vittima sacrificale», finora di etimologia incerta (DELL, DELI) (vedi M. Pittau, Dizionario della Lingua Etrusca, Sassari 2005, pag. 206).
<4> Roma 1923, ristampa a cura di A. Mastino, Nùoro 1999, pag. 220.
<5> C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico, Cagliari 1928, 2 voll., I, pag. 101.
<6> M. Pittau, Cornus nome punico? E se invece fosse latino?, nella rivista Làcanas, Selargius (CA), V, num. 24, I/2007, pagg. 59-62.
<7> Cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, Selargius (CA) 2007, Domus de Janas edit., §§ 7, 20, 40, 43, 45, 47.
<8> Cfr. M. Pittau, Storia dei Sardi Nuragici, cit., Capp. II e IV. A cui oggi apporto questa importante aggiunzione: nei passi di Pausania (X 17, 2) e di Solino (I 50) dove si accenna alla origine dei Sardi si debba emendare Libyē «Libia» (cioè «Africa») in Lydiē «Lidia».
<9> Attilio Mastino presenta un magistrale compedio della questione di Hampsicora nelle sue recenti opere: Storia della Sardegna antica, Nùoro 2005, pagg. 68-86; I Sardi Pelliti del Montiferru o del Marghine e le origini di Hampsicora, in «Santu Lussurgiu, dalle origini alla “Grande Guerra”», Nùoro 2005, pagg. 141-166. Io lo ringrazio qui pubblicamente anche perché ha accettato di revisionare questo mio studio.

martedì 15 luglio 2008

Si non proghet in sa mea, nessi non progat in sa de compare

Francu istimadu,
Torro imposta in sardu (a perdonare sos letores istranzos de su blog), a s'artìculu tuo, agabende chi so de lèghere su romàngiu tuo “Arrega pon pon”, iscritu in una variedade campidanesa, e s’istèrrida chi nd’at fatu Antoni Arca in una variedade logurosesa. Galana s’istèrrida, pomposu su romàngiu. Deo non so ne “campidanesu” ne “logudoresu” si non “baroniesu” e mancari gasi apo cumpresu totu, e a tie e a Arca.
Ma tue paras origras surdas e deo ti torro paràulas macas. Ses, Francu istimadu, su paradigma de cudda maladia sarda chi de cando in cando si bi brullat pro la esortzigiare. Cando iscrives: “Tanto vale che gli si risponda in italiano, a queste condizioni”, bastante – est a nàrrere – chi, iscrivende, non s’impreet sa Limba sarda comuna mi pones a pessare a su massàiu de sa paristòria. “Deus meu faghe pròghere in su cungiadu meu. E si pròpiu non podes, chi nessi non progat in su cungiadu de compare”.
Ma custa est una parisòria, una brulla pesada pro critigare una gasta de individualismu foras de tinu. Tue non brullas, timo. La diamus agabare inoghe narende chi sa Lsc no est un’impèriu si no una proposta e chi, duncas, bastat de no l’impreare e totu amigos che a tando, cando sa Lsc non bi fiat. Ma de s’idea mea, chi una limba comuna est pretzisa, est belle su 58 pro chentu de sos sardos (e duncas meda “campidanesos” puru) e de s’idea contraria est su 31,4 pro chentu; nùmeros de sa cherta universitària de ocannu coladu, non meos.
Tue naras chi s’issèberu de sa Lsc no est democràtica. Beru: l’at fatu, s’issèberu, unu grustu de linguìstas, “campidanesos”, “logudoresos”, “nugoresos” e de àteras alas puru, chi torraiant contu a unu seddoresu. Ma tue pessas a beru chi unu protocollu medigu, pro nàrrere, podat èssere “democraticu”, chi su pòpulu, sugetu de soverania, devat essere mutidu a lu botare, custu protocollu? E sa democratzia cal’est? A pigare su 1,56% de allegas aristanesas, su 0,41% de santusparadesu, su 0,46% de otieresu... e a fraigare gasi sa limba sarda comuna?
A beru, amigu istimadu, nemos obrigat a nemos de impreare ne pro iscrìvere ne pro allegare una variedade o un’istandard. S’òbrigu est pro sa Regione chi – a tie ti pesat su risu, a mie no – devet finas gherrare a manera chi su sardu siat limba europea. E custa est una chistione economica manna: su milione e ses de sardos non podent oe tènnere fìgios intèrpetres e tradutores in sardu; sos bator chentos maltesos eja, in sa limba issoro. Est petzi un’assempru. Ma nois, a su nàrrere tuo, pessamus chi siat mègius s’italianu bastante chi non siat una variedade de su sardu, comente est sa Lsc. Si non proghet in su cungiadu meu, a su nessi non progat in su de compare.
Cun istima. E, pro praghere, sighi a iscrìvere in cudda limba tua galana. Deo e meda àteros meilogheses, baronieros, nugoreros, ogiastrinos, monteferrinos... t’amus a lèghere cun praghere mannu

Sa Limba sarda comuna, peggio dell'italiano

di Franco Pilloni

Caro Giovanni,
Caro Gianfranco,
la lettura di quanto avete scritto, mi ha fatto fare un salto indietro nel tempo di venticinque anni, quando tutti eravamo sardisti e fieri di esserlo, ipotizzando un’età dell’oro nuova per la nostra isola. Ma noi facevamo parte della milizia in quel partito, mentre i generali pensavano più terra terra ai loro stipendi e alle loro pensioni d’oro, mandando al macero le nostre speranze.
Questo dibattito fra sardisti doc (nell’accezione più alta, dato che non si può essere ex sardisti così come non si può essere ex carabinieri) da una parte mi ricompone con i miei ideali. Per questo sono al cento per cento d’accordo con Giovanni e sottoscrivo in pieno ogni passaggio del suo discorso. D’altra parte, non è da oggi che Giovanni la pensa a questo modo e io stesso, forse non lucidamente quanto lui, ho espresso la mia opinione in proposito, quando mi si è data l’occasione.

Gianfranco, d’altra parte, guarda al futuro e pensa ai vari funzionari (europei, di viale Trento o di qualche capoluogo di provincia mistilingue(!)) che sarebbero messi in difficoltà e, alla fine, deciderebbero essi lo standard del sardo.
Gianfranco afferma che lo farebbero “alla membro di segugio”. Perché, caro Gianfranco, la LSC non è stata decisa nello stesso modo?
O hai visto procedure non dico democratiche, che sarebbe troppo aver preteso ma non ingiustificato, o almeno scientifiche?
Perché non pensi al diritto del cittadino di Pompu che pone in marmillese la sua domanda e, secondo te, dovrebbe sentirsi rispondere in logudorese/nuorese, dato che questo è la LSC nella sua sostanza?
Tanto vale che gli si risponda in italiano, a queste condizioni.
Non ti pare, caro Gianfranco, che le ragioni della LSC non siano altro che fughe in avanti, verso un riconoscimento europeo che dovrebbe avvenire “prima o poi”, come dici tu?
Cosa se ne fa il cittadino di Pompu del riconoscimento dell’UE, quando non comprende la risposta?
Potrebbe persino verificarsi il caso che il funzionario, magari venuto dalla Valle d’Aosta, come gli assessori, o anche dal Senegal, perché ci teniamo a dimostrare di essere aperti verso le altre nazioni, che il funzionario dunque abbia superato l’esame conoscendo solo la LSC.
Cosa facciamo: gli affianchiamo un fuzionario che gli traduca il marmillese o in italiano o in francese o in senegalese perché possa rispondere nello standard di sardo che nessuno parla se non a gettone?
Vedi, Gianfranco, so bene che le cose che dico sono amenità, fesserie, quisquiglie, come diceva Totò. Non più insipide però dei ragionamenti a favore della LSC che tu riporti, ma che altri hanno fatto a posteriori per sostenere una scelta altrimenti insostenibile.
Io sono convinto che la LSC nuocia al sardo, a tutte le parlate sarde, più di quanto abbia fatto l’imposizione dell’italiano.
Se vuoi averne una prova, vedi la famosa o famigerata lista di Berlino dove tutti, dico tutti, scrivono nella parlata che conoscono, mentre i sostenitori della LSC, anche i propugnatori di essa, scrivono di essa preferibilmente in italiano, ma mai in LSC.
Qualcosa vorrà dire anche questo.

Con i migliori saluti
Fraternamente

P.S.: Solo adesso mi sono accorto di aver scritto in italiano anch’io, ma la colpa è vostra. Come ci scusavamo da piccoli, avete incominciato voi!

lunedì 14 luglio 2008

Per dare lezioni, il pulpito deve essere adeguato

di Gigi Sanna

Caro Pittau ,
se tu ti opponi a quello che io sostengo ("E infine ci sono le false scritture") e se mi citi persino il Serra ‘linguellista’ medioevale, io non faccio altro che prenderne atto. Ognuno ha le sue idee e le sue convinzioni ed è legittimo che le sostenga, anche a spada tratta, persino quando sono (o possono sembrare) ridicole. Ma ti esorto a non appoggiarti a chi non ha alcuna, perché lo dimostra, credibilità. Io infatti, neppure con tutta la mia buona volontà, posso concedere credito e trattare da epigrafista uno che non sa riconoscere un sigillo (quello di S.Imbenia di Alghero) e che, in “Phoinikes b Shrdn: i fenici in Sardegna” (p.233), del manufatto dice che “sembra trattarsi di un prodotto nuragico ad imitazioni di quelli orientali, ed, infatti,i segni grafici paiono lettere alfabetiche fraintese”.
No, le lettere sono intese rettamente (anzi sono scritte benissimo), solo che un sigillo - si sa - contiene le lettere in negativo e bisogna riportarlo in positivo per poterlo leggere (v.figg.1 e 2). E infatti c’è scritto S’N YHWH. Le lettere sono protocananee, protosinaitiche e ugaritiche (per contestare questo, cioè un mix di scrittura, bisogna contestare quello che dico in Sardoa Grammata, soprattutto alle pp.85 -179 e 290 -293).
Un mio amico carissimo, noto biblista ed epigrafista, non ha esitato qualche anno fa, durante la presentazione del libro in Cabras, a dire che nell’oggetto risulta scritto il nome di YaHWHé. Ora, l’archeologo in questione se ben ricordi ha cercato di dare a me, pubblicamente, lezioni di epigrafia. Guarda un po’. Osa dare lezioni pubbliche di epigrafia e paleografia uno che non solo non individua e pasticcia con le lettere ma non individua neppure il (banale) valore ed il significato del supporto. Vizietto di alcuni archeologi questo, il pretendere di voler dare lezioni pubbliche di grande sapere aristotelico; com’è successo anche al malcapitato Usai che in Santa Cristina di Paulilatino ha cercato di dire, ad un pubblico generalmente competente, che “spiegava Lui che cos’era l’archeologia” (roba da non credere se proprio non la senti). L’ingenuità, colpevole talora il delirio di potenza, tocca davvero vette incredibili. Ingenuità puerile che ha messo, come sai, palesemente in imbarazzo i suoi colleghi, molto più aperti e prudenti per l’occasione e per il delicatissimo incontro.

Caro Massimo ora cerco di spiegarti perché, tracciando una linea verticale, le due parti risultano speculari, dando (l’errata) sensazione che ci si trovi di fronte a delle decorazioni. Ancora una volta l’archeologo suddetto la butta giù a casaccio, non capisce ancora una volta proprio nulla (così come del resto il Serra) del supporto perché non individua i logogrammi, i logo-pittogrammi e i pittogrammi presenti nel documento: uno di questi macro logogrammi è proprio la torre nuragica, che risulta formata dallo schema degli antropomorfi più lo schema della divinità. Se tu noti, infatti, gli antropomorfi sono riportati una volta verticalmente (al centro del documento) e due volte obliquamente, proprio per suggerire l’idea delle linee immaginarie che rendono ‘nascostamente’ il tronco di cono.
Bada bene che gli antropomorfi non sono riportati nel supporto ad occhiometro ma è il disegno ‘iniziale’ del tronco di cono che dà poi l’esatta collocazione degli antropomorfi che, guarda caso, sono collocati nelle tre ‘nicchie’ dei vani del monumento a tre piani. Se poi volessi la controprova che esiste questa figura (il nuraghe), tracciata con linee immaginarie, devi vedere altro, molto altro, anzi moltissimo altro. Ti ho già pregato nella nostra corrispondenza, caro Massimo, che devi avere la pazienza di leggere bene “tutto” quello che cerco di spiegare. Proprio quella pazienza che tu chiedi agli altri per quanto riguarda la lettura puntuale delle tue numerose opere. Altrimenti sei tu a precipitare in quell’errore fatale che imputi a me, ovvero quello di farsi trascinare e fuorviare ingenuamente da colleghi poco competenti.
Una delle prove è data dal fatto che il trattino verticale (simbolo fallico) è riportato nello schema 11 volte (v.figura 3). Il numero (solare) 12 si completa evidentemente con quello più importante ed imponente, la torre fallica o nuraghe che dir si voglia. L’ho scritto e lo ripeto, il nuraghe non è nient’altro che un betilo (“la casa di Dio”: che tutti riconoscono come fallo) fatto tempio, un edificio imponente, naturalisticamente concepito, per un dio “creatore” o dio “fallo” che ha, tra l’altro, come continua significativa metafora, il toro “focoso”. Certo, so bene che in una società bigotta e che tende, ancor oggi, per radicalismo culturale sessuofobico, ad obliterare tutte le forme naturalistiche “pagane”, sostenere che il nuraghe è un fallo o un betilo enorme richiede una buona dose di coraggio. Ma io non mi faccio impressionare o intimidire dalle beghine e dai bacchettoni, ma solo dai documenti.

Sono un loro umile servitore e riporto sempre quello che dicono. Anche quello che in fondo sarebbe più prudente (e profittevole) non dire. E non la sparo grossa per il solo gusto di spararla. Sappi comunque, se non ne fossi a conoscenza, che lo stesso nome di YaH (Yahwhé) è dato nei documenti del Negev (sinaitici) da una lettera maschile e da una lettera femminile che indicano il chiaro sesso dell’uno e dell’altra. Basta documentarsi un pochino e, come vedi, la cosa non è poi così strana come può sembrare.
Lo stesso nuraghe però riporta, come potrai notare facilmente, il “segno” femminile od il numero corrispondente al segno femminile (il “tre”), prova questa che lo stesso monumento riporta la “scrittura”, ovvero che esso è così concepito per “essere letto” e con ben precisi valori fonetici. Questo tipo di scrittura, come sai, la usavano gli egiziani. Così come per l’egiziano geroglifico, tre erano gli aspetti che contavano anche della scrittura nuragica: Bellezza (Decus),Simbolo e Suono. L’ultimo è sempre presente ed è importante come gli altri due. Ci è voluta tutta la forza di un tale francese per dimostrarlo nell’Ottocento, contro l’opinione “universale” dei cocciuti e presuntuosi simbolisti.
Per questo, a Sassari ho sostenuto che il vaso di La Prisgiona di Arzachena non ha solo il DECUS e il SYMBOLUM ma anche l’aspetto fonico. Tori, serpenti e bidenti etc. danno, per “rebus” e per “acrofonia”, i suoni consonantici che completano gli aspetti decorativi e simbolici. Potrei continuare, ma non so quanti avranno voglia di seguirci in un discorso tecnico (epigrafico, alfabetico e linguistico) riguardante la tavoletta A 1 di Tzricotu. Sulle altre tre tavolette poi dovremmo discutere per settimane perché non solo confermano la prima, ma si arricchiscono di ulteriori segni che portano diritti diritti ai documenti francesi di Glozel e alla scrittura pitica greca del XIV-XIII secolo a.C.

Caro Massimo, capisco il tuo commovente istinto “paterno” di protezione, ma non devi ritenere che mi faccia “raggirare da falsari” o “fuorviare” da chicchessia nel portare avanti la mia tesi sull’esistenza della scrittura nuragica nella seconda metà del Secondo Millennio a.C. Ti prego inoltre di tener conto che non faccio mai una sola mossa senza che mi consulti con altri epigrafisti ed altri linguisti, non solo dell’Isola ma anche fuori di essa. Tutto quello che vedi scritto e studiato, anche se porta la mia firma, non è solo mio ma di altri, tantissimi altri. Come del resto deve essere, se un lavoro vuol essere serio.
Quanto poi all’autenticità o meno dei documenti che studio e presento, permettimi di avere un fiuto – per così dire - perlomeno pari al tuo perché ciascuno di noi ci tiene molto a non essere ritenuto un ingenuo o, addirittura, un fesso. Chiudo dicendoti ancora una volta che i documenti di Tzricotu, a dispetto di molti, sono tra i capolavori dell’arte della scrittura di ogni tempo. Il fatto che non li si riconosca affatto in certi ambienti archeologici dipende da tanti motivi: presenza di apriorismi ingiustificati, resistenze di “scuola”, ignoranza quasi totale dei codici alfabetici arcaici, pressappochismo nella lettura, presunzione di voler risolvere immediatamente quesiti difficilissimi, ecc. ecc. .
Ma bada che non esiste solo Tzricotu: esistono (se si vuole solo parlare di epigrafia con scrittura lineare) altri trentasei documenti (e crescono sempre più) che dimostrano che gli scribi nuragici shardan avevano un concetto altissimo, perché religioso, della scrittura. Se le forze mi assisteranno conto di pubblicare il “Corpus” delle iscrizioni nuragiche entro la fine dell’anno. Forse dall’insieme dei documenti e da una visione sinottica di essi potrà crescere quella sensibilità, del resto già presente, che porterà, ne sono convinto, ad un approccio più aperto (non a chiusure o isterismi) allorché si scoprono gli ostici segni della scrittura antica.
Tra questi documenti c’è anche la stele di Nora che è scritta “proprio” in semitico, caro Massimo, ovvero in nuragico perché, pur essendo qui presente, in netta maggioranza, una popolazione di lingua indoeuropea, i documenti si scrivevano in lingua semitica, semplicemente perché la parte che dominava era quella semitica. Un po’ come accadeva durante il periodo punico, romano, bizantino, spagnolo e anche italiano. Ho scritto pochi giorni fa che nella stele forense non c’è scritto Bi SHaRDaN (in Sardegna) ma He ‘aBa ShaRDaN (Lui Signore Giudice). Ma tu proprio non mi vuoi ascoltare. A Pula qualche settimana fa mi hanno ascoltato e capito in molti senza obbiezioni. Ma sono sicuro che anche tu mi ascolteresti maggiormente se avessi davanti a te in diacronia, dai più antichi ai più recenti (sino alla stele di Nora), tutti i documenti sinora rinvenuti in vari luoghi della Sardegna.

domenica 13 luglio 2008

Scrittura= Stato. E se fosse una premessa errata?

Per merito di Carlo Figari, la discussione sull’archeologia in corso su questo blog è approdata venerdì e sabato su L’Unione sarda, il quotidiano per cui Figari fa l’inviato. Corro il rischio di essere considerato svergognatamente presuntuoso, usando una parola impiegata da ben altre persone, ma non ne trovo altra per dire che la funzione di questo blog vorrebbe essere maieutica. Nel suo piccolo, ha cominciato ad assolverla. Anche nei confronti del più importante quotidiano sardo.
Cosa dicono gli studiosi intervistati nell’inchiesta di Figari? Gigi Sanna ribadisce la sua convinzione che i sardi al tempo dei nuraghi avevano imparato a scrivere e della scrittura facevano largo uso (lo ribadirà, del resto, domani su questo blog in un intervento di risposta al professor Massimo Pittau). Altri studiosi, gli archeologi Momo Zucca, Alfonso Stiglitz, Alessandro Usai, Angela Antona (e Giovanni Ugas, il cui articolo su questo blog è citato dal giornalista) sostengono di no. Con, però, qualche interessante apertura: “per ora”.
A fondamento della loro negazione “per l’oggi”, c’è una riflessione che ha tutta l’apparenza dell'evidenza e che troverebbe d’accordo quanto scrive Eliseo Spiga nel suo bellissimo saggio-romanzo “La sardità come utopia” che consiglio a tutti. Ridotta all’osso la considerazione è questa: “La scrittura è affare di città e di stati e non lo è di una società come la nuragica, rurale, pastorale e contadina, che città e stato non hanno avuto.” Eliseo Spiga arriva a dire, fra il il serio e il faceto e comunque con fascino inarrivabile, che i sardi assaltarono imperi e stati per evitare che la metastasi statalista e imperialista contagiasse loro e questa parte del mondo.
È un’obiezione seria, quella dei negatori, ma a me sembra fondata su una lettura del passato con le prevenzioni nazional-stataliste ottocentesche: lo Stato, cioè, è l’unico sbocco di una società organizzata. Ho letto di peggio, su questa falsa riga. Come il fatto che i responsabili della Fusione perfetta del 1847 dell’Isola con gli altri stati sardi avevano preconizzato l’Italia unita. Dico il peccato non il peccatore, ma l’uno e l’altro ignorano (spero in malafede) che ancora undici anni dopo, a Plombières, Cavour e Napoleone III decisero di costituire nella penisola tre regni confederati e che di Italia unita neanche a parlarne. Figurarsi se poteva essere nei pensieri degli sciagurati fusionisti che, infatti, volevano essere ancora più dentro “su Rennu sardu”. La lettura a posteriori, e con schemi, in quest’ultimo sa tanto di inquietante Destino della Storia. Nel caso che ci riguarda, è un altro paradigma ideologico a dettare la lettura del passato: solo lo stato e il “potere centralizzato” (Stiglitz) hanno bisogno della scrittura.
Il professor Usai è convinto “che gli antichi sardi parlassero una lingua comune, da nord a sud”. Segno evidente, credo, di una organizzazione non casuale, unita dalla lingua, marchio incontrovertibile di società unitaria. Ma non urbana, non statuale, si dice.
Non urbana certo, ma perché non concepire la possibilità che anche una società policentrica e federale (Lilliu) ma unitaria (come mostrano gli studi di Ugas sugli shardana) sentisse il bisogno di comunicare per scritto, "come se" fosse Stato? Gli Stati uniti sono forse struttura meno unitaria per il fatto che un loro stato applica la pena di morte e un altro la condanna, in uno i gay possono sposarsi e in un altro sono discriminati? Perché essere tanto presuntuosi da pensare che solo la modernità possa concepire forme complesse di società in cui unità e radicale autogoverno comunitario marcino insieme?
A me sembra che il sillogismo messo in atto: le società non urbane non avevano bisogno di scrittura; la sarda era una società non urbana; ergo i sardi non scrivevano, assomigli pericolosamente a un altro famoso sillogismo che mise a dura prova la credibilità del povero calabrone. Si trovò in imbarazzo, il poveretto: si ostinava a volare scontentando quei filosofi che avevano decretato: “Un insetto così non può volare”.
Fuori dello scherzo, amici archeologi: e se fosse la premessa del sillogismo ad essere sbagliata?

PS. – Un malcostume invaso nel mondo dei quotidiani sardi (e non solo) impone ai giornalisti di non citare per nome, cognome e testata il giornalista e il giornale cui si fa riferimento. “Secondo quanto afferma un quotidiano”, “un’emittente televisiva sostiene” sono le citazioni usate. Il fatto che Figari faccia riferimento a questo blog e non “a un blog” è una buona cosa che mostra che su sàmbene no est aba. Lo ringrazio non tanto per la citazione, quanto per il segnale dato che la civiltà è ancora possibile.

venerdì 11 luglio 2008

Pittau: "I vinti non lasciano archivi"

di Massimo Pittau

Insisto sulla mia conclusione ultima ed essenziale, anche per ribadirla: a mio fermo giudizio, non è mai esistita una “scrittura propriamente ed esclusivamente nuragica”, come del resto non è esistita una “scrittura propriamente ed esclusivamente fenicia o greca od etrusca o romana”. Per trascrivere i loro messaggi in lingua nuragica i Sardi hanno adoperato di volta in volta, col passare dei secoli, l’alfabeto fenicio, quello greco e quello latino.
A questo punto prevedo una logica domanda e obiezione da parte dei miei lettori: come mai dell’uso della scrittura da parte dei Sardi Nuragici esistono così pochi resti e così poco significativi? A questa logica e sensata domanda e obiezione si debbono dare due differenti risposte:
I) Se gli archeologi non hanno trovato nei monumenti e nei reperti nuragici iscrizioni in alfabeto fenicio o greco o latino, ciò è dipeso o dal fatto che non le hanno cercate con la dovuta cura (e tutti sappiamo che nei vari campi del sapere si trova soprattutto ciò che si cerca), oppure dal fatto che, avendole trovate, le hanno trascurate perché le hanno giudicate "iscrizioni pasticciate" (nota 1).
II) L’amico e compianto poeta e scrittore Francesco Masala ha sintetizzato e pubblicizzato in maniera icastica e magistrale quest’aspetto della storia dei nostri antenati Nuragici: «I vinti non lasciano archivi!». E ciò avviene – commento io - o perché i vincitori quasi sempre distruggono tanta parte dei documenti scritti dei popoli vinti oppure non hanno alcun interesse né cura a conservarli. E noi Sardi siamo stati vinti, ampiamente vinti dai Romani, i quali o hanno distrutto i documenti scritti dei nostri antenati oppure non si sono curati affatto di conservarli e tramandarli fino a noi.
D’altronde una storia perfettamente analoga è successa pure a danno di un altro popolo, parente stretto di quello nuragico, gli Etruschi: anche dei documenti scritti della civiltà etrusca sono arrivati fino a noi solamente scarsi e poco significativi frustoli. E ciò è avvenuto perché, vinti ampiamente gli Etruschi dai Romani, questi o hanno distrutto i documenti scritti dei vinti oppure non si sono curati di conservarli e tramandarli fino a noi. E doveva trattarsi anche di documenti di elevato livello letterario, come lascia intendere una acuta osservazione fatta dal collega ed amico Riccardo Ambrosini: nel periodo della migliore fioritura della letteratura in lingua latina (ultima Repubblica e primo Impero) non c’è un solo nome di scrittore in lingua latina che fosse nato in Toscana. E se ne deduce che dunque in quel periodo non soltanto il popolo etrusco, ma anche la sua intellighentzi continuava a scrivere e a leggere in lingua etrusca.

(nota 1) Cfr. M. Pittau, I Nuragici e la scrittura, nel quotidiano di Cagliari «L’Unione Sarda» del 4 agosto 1982, pag. 3, in polemica con l’archeologo che ha messo in giro la favola della “civiltà illetterata dei Nuragici”.

giovedì 10 luglio 2008

L'uso del sardo non è solo un diritto, è un dovere

di Giovanni Ugas

L’uso della lingua sarda è un atto doveroso verso la gente di una terra che ha sempre avuto una sua distinta identità, indipendentemente dai popoli che l’hanno conquistata e governata. Chi vive in Sardegna dovrebbe avere il senso civico di conoscere la sua storia, le proprie tradizioni e ovviamente la parlata della zona in cui risiede oltre che delle altre che la caratterizzano.
Dopo aver conosciuto almeno in parte il dominio di Cartagine, Roma, Bisanzio, Vandali, Pisani, Genovesi, aragonesi e catalani, piemontesi, dall’Ottocento, la Sardegna fa parte politicamente dell’Italia, ma avrebbe potuto far parte della Francia, come la sorella Corsica, oppure dell’Inghilterra, se l’ammiraglio Nelson fosse stato ascoltato dai suoi connazionali, oppure potrebbe essere indipendente come Malta. Se la Sardegna fosse indipendente, forse la questione oggi dibattuta di quale lingua sarda adottare per i documenti amministrativi sarebbe stata già definita da tempo, o forse no?
I Sardi citano spesso il titolo di un lavoro di Marcello Serra, Sardegna quasi un continente, elogiano i tanti vestiti della tradizione etnografica che sfilano nelle sagre. Invero, la bellezza della natura, così come dell’umanità è la varietà, ma oggi in Sardegna, come in Italia, c’è la tendenza a semplificare, eliminando progressivamente le diversità e i deboli in politica ed in economia, nella società, nella stessa natura. “Centu concas e centu barrittas” è una ricchezza straordinaria se ognuna può dare un apporto e non se ne elimina una parte. È come se in musica si decidesse di usare una sola nota, solo perché talora le note non vanno in sintonia tra loro. La stessa cosa sta avvenendo per la lingua. È così fastidioso per i Sardi conoscere e far conoscere le diversità della propria cultura? È così difficile apprendere e divulgare, anche oltre Sardegna le diverse varietà linguistiche, il Campidanese, il Logudorese/Nuorese, il Gallurese-Sassarese?
Si cerca di dare una soluzione al problema degli atti amministrativi regionali con l’impiego di una lingua “comune”, individuata nella variante linguistica di una zona periferica tra l’area campidanese e quella nuorese-logudorese. Per inciso, mi chiedo se in consiglio i politici regionali parlano il sardo, perché altrimenti non capirei, tutto il loro impegno. Si è pensato che ciò consente di facilitare le relazioni linguistiche con gli altri popoli. Ma per uno straniero tradurre un testo dal logudorese o dal nuorese o dal campidanese o dal gallurese o la cosidetta lingua “comuna”, è teoricamente la stessa cosa. L’importante è che egli conosca una variante.
Infatti, i Sardi sistematicamente sembrano ignorare che in Svizzera sono parlate e scritte quattro lingue. Perché non può avvenire la stessa cosa in Sardegna anche nell’ambito degli atti amministrativi? Il poeta latino Nevio in tempi non sospetti (prima metà del III secolo a.C.) usava il verbo sardare, nel senso di “pensare in modo intelligente come i sardi”, e spero che i Sardi non abbiano smarrito il senso pratico della loro intelligenza e che sappiano procedere nei propri passi senza troppe pastoie burocratiche.
Invero, il vero problema non è quale variante del sardo usare, ma quello di usare una variante qualsiasi del sardo in tutti gli aspetti della vita quotidiana, nella scuola, nei giornali, nella letteratura, perché altrimenti la fine della nostra lingua è dietro l’angolo di una generazione. Se il pensiero e l’opera di ognuno sono validi avranno la possibilità di affermarsi attraverso le opere tradotte, in italiano, in inglese, spagnolo, francese etc. Non esiste per i Sardi il rischio di isolarsi se nel frattempo una buona scuola consente di apprendere anche, diverse le altre lingue straniere. Si può e si deve essere cittadini del mondo senza rinunciare alla propria identità.
Si dice che la lingua madre è il sardo, ma non è chiaro perché non si debba insegnare in sardo (e non solo il sardo!) fin dalla prima infanzia. So che è un problema spinoso perché investe la politica, ma la realtà è che occorre trovare un rimedio per evitare la fine della lingua e delle altre specificità della Sardegna. Per questo occorre un progressivo, notevole e lungo sforzo da parte dei Sardi a produrre dei testi in sardo delle diverse discipline per ogni ordine e grado dalle scuole materne all’Università, grammatiche e vocabolari idonei alla conoscenza e alla diffusione delle diverse varietà linguistiche sarde comparate.

Caro professor Ugas,
rompo con lei una consuetudine di questo blog, nel quale non entro in discussione con quanto altri scrivono, per non essere nella sciocca condizione di avere l’ultima parola. E la rompo non solo perché, come è ovvio, su questioni come quelle che lei solleva l’ultima parola non esiste, ma perché l’1% del suo intervento su cui non sono d’accordo mi permette di sollevare un paio di questioni.
1. Nel momento, che prima o poi verrà, in cui la sarda sarà lingua di comunicazione europea (al pari del catalano, del gallego, del basco che già lo sono) potremo comunicare andata e ritorno in alcune decine di varietà? Chi ha deciso o deciderà che, per semplificare le cose, ad esempio il baroniese è logudorese o l’ogliastrino campidanese? Il funzionario di Bruxelles o di Strasburgo che riceve la comunicazione, conoscendo il sardo non avrà difficoltà a leggere alcuna delle varietà. Ma quando dovrà rispondere quale variante userà, posto che non possiamo pretendere che all’Ue ci sia un funzionario per ognuna delle varietà del sardo. In quale varietà del Campidanese, per esempio? In quello del Sarrabus o in quello barbaricino meridionale o, ancora, in cagliaritano? E ammesso che ne scelga uno, possiamo permettere che sia un funzionario europeo a imporre alla lunga una koinè amministrativa che noi non siamo stati in grado di scegliere?
2. Dopo cinquanta anni di vita repubblicana, lo Stato ha finalmente riconosciuto “il sardo” con una legge molto più avanzata di quella che – con il solito iper-realismo che ci caratterizza – anche la Regione, e anche essa con un ritardo di mezzo secolo, si è data. In virtù di quella legge, io ho diritto di scrivere alla Amministrazione in sardo e di ricevere da essa risposta nella stessa lingua. Io scrivo in baroniese e il funzionario regionale, marmillese, mi risponde in baroniese o in marmillese? Non pensa che, se lo facesse, deciderebbe lui che è la sua variante a doversi imporre? Sa limba sarda comuna, con tutta la sua perfettibilità, mi assicura che qualunque varietà io usi, la risposta sarà sempre in una lingua. Nulla toglie, naturalmente, che nella replica di soddisfazione o di contrarietà io continui ad usare il baroniese.