Un professore bavarese, che qui si firma Sardopator, solleva una serie di questioni molto intriganti, del che lo ringrazio di cuore. Costringe me – e credo gran parte di noi – a mettere nel bagaglio culturale termini nuovi. Per dirne una, sapevo dei tentativi di Nelson di “acquistare” la Sardegna, non sapevo delle mire del Granduca di Baviera. Egli dice che in età sabauda “la Sardegna vista da fuori non era mai l'isola ma soltanto la parte di terraferma”.
E questo torna con quanto scritto da Cesare Casula e, semmai, rinforza la sua dottrina della sovranità e la constatazione che Sardegna fu il nome dello Stato fino al 1861. Potrei aggiungere che fino al 1859, gli studenti di tutti gli stati sardi imparavano a scuola, per esempio, che la Sardegna confinava al nord con la Francia, che i fiumi della Sardegna erano il Po, il Tirso, la Dora Baltea, che le città della Sardegna erano Torino, Cagliari, Mondovì, Sassari. E anche che il reazionario Solaro della Margarita scriveva: “Eccettuate le cinque grandi Potenze e la Spagna, a nessun'altra crederei dovesse andare la Sardegna seconda, e precederne molte per l'importanza politica”. Insomma, fino al 1861, Sardegna era il nome dello Stato che oramai si era annesso gran parte della penisola italiana. Mi chiedo: se questa questione è ininfluente, perché nasconderla?
Ma non è questo che più mi intriga nei post di Sardopator, quanto il rapporto fra nazionalismo e storia a cui egli è “allergico” almeno quanto lo sia io: “l'orgoglio nazionale basato sulla storia è sempre una cosa pericolosissima”. Non escludo che qualcuno, in Sardegna, cada in questa trappola, fra questi non ci sono io né i miei amici. Il problema è un altro, per capire il quale è necessario, però, ricordare che il nazionalismo pericoloso è quello degli stati – quello italiano compreso – che nega le nazioni esistenti nel loro interno. È massimamente pericoloso perché, insieme alle nazioni (la sarda, la friulana, la bretone, la corsa, etc), negano la loro storia, la loro cultura, la loro lingua.
Per non restare nel vago e non essere sospettato di inutile vittimismo, invito Sardopator e chiunque voglia a guardare il Curriculum archeologico del Corso di laurea in Beni culturali dell’Università di Cagliari (http://193.206.224.50/beni_culturali_2008_2009.pdf). Vi vedrà che c’è solo un esame che riguarda la preistoria e la protostoria della Sardegna e, per l’indirizzo preistorico, due esami di Preistoria e protostoria e di Paleoetnologia (non è specificato se generale o applicata alla Sardegna). Senza pensare male, è comunque evidente che i fatti riguardanti una civiltà originale autoctona sono relegati in un cantuccio. Sorte diversa è riservata, per dire, all’etruscologia (nominata così) all’Università di Firenze, dove gli esami in materia sono quattro nei tre anni.
Il sospetto che qualcosa non vada riguardo alla nuragologia (mai nominata per altro) spinge molti e me fra questi a interrogarsi sulla formazione delle conoscenze. Di qui la voglia di conoscere da dove veniamo, dove mettiamo le nostre radici culturali, di non accontentarci – alcuni, anche su questo blog lo fanno – dell’indagine sul conosciuto, riproposto entro binari che non permettono deviazioni verso l’ancora sconosciuto, come se la ripetizione all’infinito dell’errore possa trasformarlo in verità scientifica. Certo, lo so anch’io che il rischio della costruzione della nazione attraverso l’archeologia e, soprattutto, la preistoria, è in agguato.
Un rischio che vorrei tutti scansassimo, ma che certo non è evitabile attraverso l’absconditum o la riserva archeologica destinata agli addetti ai lavori.
Ha idea Sardopator di quanti siti scavati, ritrovamenti, nuove acquisizioni non vengono neppure pubblicati. E quante pubblicazioni, in era di internet e di comunicazione anche scientifica istantanea, vengono relegate nei sacrari dei fascicoli per addetti ai lavori? È chiaro che in internet, allora, corrano la curiosità, le tesi non accettate dalla “comunità degli addetti ai lavori”, studi seri insieme a studi che seri non sono, interrogativi che sconfinano nella fantarcheologia insieme ad interrogativi terribilmente seri, come alcuni che anche questo blog pubblica.
Sardopator si chiede e chiede a noi anche: “Perché sempre ritirarsi in un passato fantasioso invece di essere fiero dei contributi della piccola Sardegna alla cultura mondiale di OGGI”? E fa un elenco di artisti e scrittori, alcuni dei quali seriamente impegnati a portare la cultura sarda nel mondo, altri impegnati a dare al mondo l’immagine della Sardegna che “al mondo” piace, che compra volentieri perché ci trova proprio la Sardegna come la vulgata la descrive. Se il bronzetto nuragico appartiene alla categoria degli stereotipi, che cosa sono i luoghi comuni sulla violenza della società pastorale, sul bandito buono ma solo nel passato, la macerazione sulla scarsa disponibilità dei sardi alla modernità, le storie di un sesso sempre arcaico e mai gioioso… se non stereotipi che vendono bene nel mercato sardesco e anti sardesco?
Non credo sia un caso che Sardopator non citi un solo autore in lingua sarda (o in gallurese, sassarese, algherese, tabarchino). Ce ne sono tanti quanti sono quelli in italiano, dieci più dieci meno. Non li cita, credo, perché non ne ha conoscenza, non certo per malanimo. Personalmente non credo a un complotto negazionista. La spiegazione è molto più banale: l’industria culturale che produce questa discriminazione è la stessa, guarda caso, che ha preconcetti nei confronti della protostoria sarda, che intervista i sardo parlanti in italiano e solo in italiano raccoglie le risposte, che rifiuta di spendere i soldi pubblici per l’insegnamento del sardo all’università, che restituisce allo Stato centinaia di migliaia di euro destinati al sardo veicolare nell’università.
Una ricerca sociolinguistica delle Università sarde, pur condotta con interviste in italiano, ha dato questi risultati: il 68,4 dei cittadini parla il sardo (il gallurese, il sassarese, l’algherese, il tabarchino), il 29 non lo parla ma lo capisce, solo il 2,6 per cento né lo parla né lo capisce. Si dà il caso che l’industria culturale sia in mano a questo 2,6 per cento. Non c’è in questo alcuna autocommiserazione, ci mancherebbe. Anzi la soddisfazione per aver sconfitto, spero in maniera permanente, chi appena trentanni fa aveva cantato la morte della lingua sarda come retaggio di arcaismo e impedimento alla modernità. Se ce l’abbiamo fatta a sconfiggere il canto funebre per la lingua sarda, ce la faremo a sconfiggere chi vuol negare la conoscibilità della storia sarda. Cominciando, se è il caso, dal tentativo di rendere conoscibile la preistoria e la protostoria, ma continuando con le vicende che da lì partono per arrivare ai tempi nostri.
Ho visto, non senza soddisfazione, che comincia un qualche interesse per la Sardegna medioevale e moderna, scontando, va da sé, la paura di chi, trovandosi di fronte ad acquisizioni nuove, si rinchiude intorno al conosciuto scolastico o invoca la supremazia dell’ideologia sulla realtà, della quale, direbbe Monsignor Della Casa, se ne fotte.
Nessun vittimismo, mi creda, Sardopator, solo un’idea diversa della Sardegna, quello scoglio che fece gola anche a Nelson, ai giacobini francesi e, ho imparato oggi, al Granduca di Baviera. E che rimane orgogliosamente sarda.