lunedì 12 luglio 2010

Intervista sugli Shardana con Giovanni Ugas

Il saggio del professor Giovanni Ugas (diviso nelle tre parti El Ahwat e gli Shardana nel Vicino Oriente, Qui stavano gli Shardana, Architettura e ceramica Shardana nel Vicino oriente) ha suscitato numerose domande in molti lettori. Le ho sintetizzate, spero correttamente, per porle a Giovanni Ugas che risponde in questa intervista.





1.Il suo saggio su Shardana e el Ahwat sta suscitando, come è ovvio che sia, molto interesse e reazioni che vanno dall'incredulità alla cauta accettazione, dall'incoraggiamento all'attesa del suo libro sugli Shardana. Si attendeva qualcosa di diverso?
Mi attendevo esattamente questo. Ho presentato lo studio El Ahwat e gli Shardana nel Vicino Oriente in questo Blog non solo perché me lo ha chiesto Gianfranco Pintore ma anche con un preciso intento divulgativo data la scarsa accessibilità dell’articolo, pubblicato nel 2008 in un volume israeliano. Dunque non posso che essere grato ai lettori e mi scuso per il fatto che non mi è possibile rispondere a ogni singola domanda e a ogni commento. Questo mio lavoro ha il fine, come del resto lo avrà quello più generale sugli Shardana, di fare il punto sulla situazione degli studi e sulle problematiche relative al primo e più importante “popolo del mare”.
Nell’ottica di una prospettiva di identificazione tra gli Shardana e i Sardi non può essere certo trascurato, come sinora è avvenuto, il tema delle relazioni archeologiche tra la Sardegna e il Vicino Oriente (e l’Egitto) durante l’età del Bronzo. Si è solo all’inizio di una ricerca che, comunque, non è limitata ai soli dati presentati nell’articolo in forma abbreviata e per di più non documentati adeguatamente sul piano iconografico. Io ho cercato semplicemente di aprire, grazie anche all’Università di Haifa e in particolare ad Adam Zertal, la porta di un cammino difficoltoso che risente dello stato non ottimale della ricerca in questo campo poiché sino a un decennio fa nessuna missione archeologica sarda ha operato in contesti del Vicino Oriente. Il mio non è un punto d’arrivo ma di partenza e tuttavia non posso esimermi dal trarre le prime conclusioni.

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Nel disegno: ricostruzione della fortezza di el Ahwat

28 commenti:

illiricheddu ha detto...

Una breve osservazione a commento del piacevole intervento di Ugas. L'affermazione secondo cui "Stando alle attestazioni epigrafiche e alle fonti mitografiche e storiche, nessun popolo vanta un nome affine a quello degli Shardana tanto antico quanto quello dei Sardi della nostra isola", può esser vera, ma è altrettanto vero che Stefano di Bisanzio, che manegggiò materiali di varia origine ed epoca, ed è studioso fidato, riporti:" Sardos, oos Parthos, polis Illyrias. oi politai Sardeenoi", che agli atti è l'etnico più vicino foneticamente a quello dei Shardana.(Stephani Byzantii "Ethnicorum quae supersunt", ed. Meineke I, 556). D'altra parte se un etnico "sardo" è esistito questo il nostro Ugas tende a farlo derivare dall'altrettanto supposto nome libico di Sardos, che non è affatto perspicuo per quanto riguarda l'etimo e non pare inserirsi nel caso lo si valutasse nei termini di un teonimo, nel novero comune degli etnici. E' forse utile ricordare comunque che la Libia è stata una testa di ponte di diverse popolazioni provenienti dall'Egeo, assai anticamente. Peraltro riguardo ad elementi di provenienza berbera nel sardo, se ne sono stati trovati, possono essere facilmente addebitati al tempo dei Fenici, ma qui bisognerebbe interrogare il venerando Paulis, che si dice ne sappia più di tutti noi.

Atropa belladonna ha detto...

Una breve osservazione anche per me, Dr. Ugas. Devo constatare che c'è almeno un argomento su cui tutti gli archeologi isolani sono d' accordo: i nuragici non scrivevano; lei Dr. Ugas, ci aggiunge anche gli Shardana. Con una unica motivazione, che ho già sentito innumerevoli volte (sembra una delle litanie del mio gemellino Zedda): non scrivevano perchè non può essere.
All' ingresso di ogni porto della vostra isola doveva esserci un cartello-figurato perchè nessuno sapeva ovviamente leggere: "lasciate ogni stilo voi che entrate". Un caso unico e raro, quanto grave, nell' intero mediterraneo dell' età del bronzo: dove tutti quelli che contavano un pò,perfino i minatori del Sinai, scrivevano. Si vede che da voi era vietato, non ho altra spiegazione: perchè che viaggiatori e/o persone di una certa improtanza come gli Shardana- e come li dipinge lei dr. Ugas, non un altro, fossero estranei alla scrittura è una idea mi scusi sa, semplicemente anacronistica.

Dr. Ugas mi spiega, allora, visto che afferma NO cona tanta sicurezza:
1) il nuraghetto di Uras, che segni ha?
2) il coccio di Pozzomaggiore, che segni ha: romani o punici? o fenici?
3) la barchetta di Teti? cos'è se non proto-cananeo quell' aleph? è raro ma attestato: le dico dove, nel manico di giara da Khirbet Raddana.

Potrei andare avanti fino a saturare il blog di Gianfranco, quello di Gabriele, quello di Pierluigi e oltre con esempi epigrafici presi dall' area palestinese che lei assegna agli Shardana.

Però sono stanca di produrre esempi, comparazioni su comparazioni, mostrare analogie su analogie, far vedere che il mix scrittorio esiste ed è ben documentato.
O almeno lo sono stasera, stanca. Poi mi passa.

@ Alberto, scusa la mia ignoranza, cosa significa quella frase:" Sardos, oos Parthos, polis Illyrias. oi politai Sardeenoi"?

Mauro Peppino Zedda ha detto...

Caro Giovanni
In primis ti inviterei a riflettere su uno scritto di Lucia Vagnetti che sostiene che gli shardana sono arrivati nell'Isola nel XIII, ascolta cosa dice: «Moreover, in regard to the identification of the Sherden with warriors of Sardinian origin, a further difficulty arises from the almost complete lack of evidence for armor and weapons in Sardinia in the local Middle and Late Bronze Ages. Although this is admittedly an argumentum ex silentio, it is surprising that, if the Sardinian of the 14th century were renowned warriors enlisted in the service of Egypt, no trace of weaponry has been preserved in their supposed area of origin. If the warrior status had a particular importance for the Nuragic people, it should be visible in tombs.». (Vagnetti 2000).

poi ti chiederei cosa ci facevano i nuragigi in Egitto e Palestina?

per me non ci sono nè motivazioni valide nè, soprattutto prove di natura archeologia che possano dimostrare che i nurgaici fossero gli shardana invasori dell'Egitto.

é immensamente più verosimile ritenere che gli shardana fossero l'etnia maggioritaria di quel levantini egeo-anatolici che arrivarono in sardegna a partire dal XIV secolo.
nel mio ARCHEOLOGIA DEL PAESAGGIO NURAGICO ritengo che ho tratteggiato uno scenario alquanto verosimile che spiega le ragioni per le quali si insediarono in approdi strategici dell'Isola, che qualche secolo più tardi prenderà anche il nome da loro.

DedaloNur ha detto...

Caro Prof. Ugas
leggo sempre con attenzione e interesse i suoi interventi. avrei un paio di dubbi:
1) la spada di bet dagal da Lei citata, sempre che sia la stessa, non sarebbe un po troppo antica per esser attribuita ai popoli del mare?
è in rame arsenicato come quelle di produzione sarda (iroxi, Maracalagonis). ma proprio per questo motivo mal si prestano ad essere inserite nelle vicende dei popoli del mare quando ormai le armi erano in bronzo di stagno.
si potrebbe pensare anche però ad una convenzione pittorica egizia, come pure al fatto che le forme delle spade del bronzo antico-medio siano perdurate durante il bronzo recente.
In effetti una daga sarda di lama triangolare ma di bronzo i stagno sembra suggerire questo . volevo il suo parere.

@ Mauro
caro mauro capisco che ciascuno usa le sue armi e l'autorevolezza dei passi che gli son cari. ma come ebbi diverse e diverse volte a chiederti, la Vagnetti (che ripeto, non sono riuscito ancora a leggere) ha preso in considerazione le spade di iroxi-maracalagonis? continuo a chiedertelo, perchè la Lo schiavo con cui la vagnetti collabora, lo ha fatto da tempo e ha stabilito che a causa di talune particolarità che le differenziano le spade iroxi siano spade di produzione sarda, successive a quelle di al argar (accetta la datazione del prof Ugas) ma comunque derivanti da una base comune (quela campaniforme o epicampaniforme)...dette spade di iroxi tecnologicamente parlando non differiscono neppure, tranne che per la lunghezza, dalle daghe trovate in altri siti nuragici del bronzo medio, lasciandoci intravedere una cultura nuragica guerriera gia nelle sue origini.

Atropa belladonna ha detto...

Va bene, stamattina sono un po’ meno ‘rabiata. Mauro mi aggangio al tuo discorso ed al problema Sherden e/o Nuragici. Non lo faccio sui dati archeologici perché non sono capace, lo faccio sui documenti scritti e su quello che esprimono in stili scrittori e in religiosità. Sul fatto che furono genti semitiche ad inventare l’ alfabeto, riagganciandosi ai geroglifici egizi, penso ci siano pochi dubbi ormai. L’ ipotesi minima di Lemaire è attorno al 1800-1700 a.C (ma Wadi-el-Hol ci sposta indietro di circa 200 anni), quando gli Hyksos iniziano la loro egemonia nell’ area del delta. Dal 1600 a.C in poi abbiamo tutta la documentazione delle miniere del Sinai, documentazione che ruota attorno al tempio di Hathor. In area palestinese, lo specchio culturale delle miniere del Sinai divengono, nel XIV secolo, le miniere di rame di Timna nei pressi del golfo di Elath: controllate dagli egiziani, ma sotto maestranze locali. Tempio di Hathor, pure qui, e alcuni tra i più belli e criptici documenti in proto-cananaico/sinaitico. Al nord, nello stesso periodo, abbiamo Ugarit con i suoi alfabeti cuneiformi. Il sillabario di Byblos è già vecchio di (forse) quasi 800 anni. Ci sono ovviamente anche gli Ittiti, in piena espansione nel XIV secolo, e gli Hurriti ovunque, come potente fattore culturale X. Il modo di scrivere degli Ittiti l’ ho già illustrato parlando del sigillo di Suppiluliuma e dei mix. Nel XII secolo, con la decadenza del potere Egizio nella regione, le miniere di Timna col loro tempio vengono abbandonate; la potenza Ittita è scomparsa. Gli alfabeti non cuneiformi, anche quello proto-cananaico, quello fenicio arcaico, il fenicio standard/paleo-ebraico conoscono il loro momento di gloria.

Atropa belladonna ha detto...

Lemaire ritiene che la decadenza delle dominazioni Egizia e Ittita siano state il trigger per questo fenomeno di espansione alfabetica, pur esistendo gli alfabeti da oltre 600 anni. E’ in questo periodo che i documenti cominciano a divenire più decifrabili (ma vedi la freccia di Stella per una eccezione significativa), più profani anche (nonostante Brian Colless stia cercando di dimostrare che tutti i documenti del Sinai sono profani e non sacri). L’ alfabeto di Ugarit si estingue; i geroglifici anatolici continuano con i Luvii. Ricordo che su nessun documento in proto-sinaitico o in proto-cananaico c’è un accordo completo sulla lettura e interpretazione. E’ in questo scenario che si situano i documenti sardi dell’ età del bronzo: influenze egizie (uno per tutti il toro Api), proto-sinaitiche (una per tutti la comparazione tra il serpente + 4 nel documento di Pozzomaggiore e nel documento 357 del Sinai; o la combinazione X II del documento di Is locci santus o nel “segno estraneo” della navicella di Teti comparato al documento Leshem di Bethsaida), siro-ittite (mix scrittori e linguistici), Ugaritiche (cuneiforme), Gublite (vedi nuraghetto di Uras).
Egitto quindi e Sinai (I parte del II millennio), Ugarit, area Siro-Ittita (XIV secolo) e, più tardi, anche Palestina (XIV-XI) secolo. E ovviamente alfabeto fenicio/paleo ebraico. E la finisco qua, perché dopo entro nel regno della mia fantasia: ma da come scrivevano i sardi del bronzo/ferro frequentavano tutti quei luoghi, con l’ appunto che scrivevano in modo più raffinato. Penso che anche qui, come per i minatori del Sinai, si riagganciassero a simbologie pre-esistenti (es. il semi-sole del documento di Is locci santus e di alcune domus de janas). Annoto infine, come ho fatto più volte, che la frase “non avevano bisogno di archivi” presuppone che non solo la scrittura ma anche gli alfabeti fossero unicamente asserviti alla vita cittadina per scopi pratici, mentre le scoperte dell’ ultimo ventennio puntano in tutt’ altra direzione.

Pierluigi Montalbano ha detto...

Buongiorno Professore. La ringrazio per tutto questo materiale che ha fornito, sono certo che ci sarà molto da discutere in futuro, e mentre attendiamo con impazienza la pubblicazione del suo lavoro vorrei fornire due miei pensieri in merito a queste sue affermazioni.

1) L’identità tra Keftiu, Kaptara e Creta è oramai considerata certa pressoché da tutti gli storici e archeologi moderni.

2)Non esistono documenti archeologici sardi che presentino segni di scrittura attribuibili al Bronzo ad esclusione dei marchi derivati da scritture lineari sillabiche riportati sui grandi lingotti di rame assegnabili al XVI- X a.C, ma la cui produzione sarda è fortemente problematica.

Risposta 1:
Fra gli scritti recuperati nel tempio di Amenophi III, 6 sono settentrionali e, fra questi, uno mostra una lista di nomi. Nel titolo ci sono Keftiou e Danai e si parla di oggetti che giungevano in Egitto lavorati "secondo la tecnica Keftiou". Dalla parte opposta ci sono 12 nomi, fra i quali Amnisos (porto di Creta per Strabone), Phaistòs, Kydonìa, Mykènè, Wìlios, Nauplìa, Kythera, Wìlios, Cnossòs, di nuovo Amnisos e Lyktos. Il testo sottintende esperienze dirette, pratiche di navigazione e conoscenza dei portolani. Si deduce una realtà concreta con scambi di merci e di esperienze. Questo documento non ci fornisce prove che Keftiou sia Creta, dal momento che i termini sono usati come etnici e non come territoriali.Come è stato possibile identificare Keftiou con Creta? Era nominata insieme alle isole del centro del Grande Verde, confuse e scambiate con le isole dell’Egeo, per cui la prima fra queste non poteva essere che Creta. Quando si riferiscono a Keftiou gli egizi indicano un paese situato a occidente, ai confini estremi del mondo conosciuto, cosa che non si accorda con l'immagine di Creta o dell'Egeo, ma rientra nell'orizzonte dell'Haou-Nebout, agli estremi universali, con la necessità di utilizzare speciali imbarcazioni per raggiungerla. Ma se Keftiou va relegata nel lontano orizzonte oceanico, con quale nome indicavano Creta gli egizi? Sui documenti il nome di Creta esiste, ed è decisamente più appropriato, per quella che abbiamo sempre conosciuto come l'isola di Minosse: Me(i)nous. Popolata dai Keftiou, è riportata nelle varie liste dei popoli, associata e preceduta da Keftiou. Nella tomba di Amenemheb, un personaggio della nobiltà militare della XVIII dinastia, c'è un testo che accompagna la raffigurazione di tributi, e cita: "i re del paese Keftiou e di Minous". Era Keftiou che dominava in mari e Minous-Creta era la sua base mediterranea. In alcuni elenchi di paesi stranieri Minous risulta associata anche a Isy e scompare dai testi dopo la scomparsa di Keftiou. I minoici partecipavano insieme ai Keftiou e agli Haou-Nebout del Retenou (Siria) a commerci di beni preziosi in tutto il Mediterraneo. Keftiou deve quindi essere considerata come regione naturale, o come civiltà, importante quanto quelle dei Mitanni e della Mesopotamia, e si situerebbe nel lontano occidente.
Risposta 2: L'indagine archeologica è ancora aperta (nel senso che futuri scavi chiariranno certamente il problema) ma sono certo che una civiltà così completa e prestigiosa, quale quella dei costruttori dei nuraghe, dovesse obbligatoriamente utilizzare forme di scrittura per comunicare con l'esterno (trattati di collaborazione), per la religione e per l'organizzazione interna (tributi e archivio). Sono possibilista verso una forma di scrittura che mescolasse caratteri indigeni integrandoli con i sistemi di scrittura già noti all'esterno. Un popolo di naviganti e guerrieri (oltre il resto) non poteva non appropriarsi di una tecnologia così importante quale era (ed è) la scrittura, ossia il sistema di comunicazione. Sarei molto cauto nell'affermare che la scrittura non c'era o che non era necessaria per quel tipo di organizzazione.

Mauro Peppino Zedda ha detto...

Cara Aba,
mettendo a confronto il mio ARCHEOLOGIA DEL PAESAGGIO NURAGICO con gli scritti di Giovanni Ugas è facile notare che dissentiamo totalmentesia sulla funzione dei nuraghi sia sui caratteri della società nuragica.
Cosa vuol dire i nuragici secondo mauro non scrivevano?
In primis c'è da specificare che segni (sia nuragici che pre nuragici) che per me avevano un significato simbolico per voi (tu e Gigi) hanno un significato scrittorio (se il futuro darà ragione a voi , sareste ricordati come e meglio di M. Ventris, non l'archeoasinis CoroneoBoys, mi riferisco a quello vero).
Resto convinto che tra simbolismo e scrittura esista una differenza, seppur entrambi trasmettono, attraverso dei segni, dei messaggi.
Insomma per me il nuraghe e la tomba di gignati tramettono dei messaggi di tipo simbolico e non scrittorio.
Ma se andiamo a vedere che a partire dal XIII secolo a.C. come ha finalmente ammesso anche Paolo Bernardini , iniziano ad arrivare dei segni scrittori dal levante del mediterraneo. Bisogna, dunque, considrare che a partire da quella data, sarebbe normale ritrovare scritte (realizzate dai nuovi arrivati o dagli indigeni nuragici) in alfabeti d'origine levantina.
Ovviamente tocca agli specialisti e non a me valutare le vostre proposte.
Insomma nel quadro storico della Sandars (a cui aderisco) non sarebbe anormale ritrovare scritte in alfabeti levantini a partire dal XIII sec. a.c.

francu pilloni ha detto...

Apprezzo molto la chiarezza delle risposte date da Giovanni Ugas, oltre al fatto che le sue affermazioni e ipotesi sono saldamente rapportate a fatti e a ragionamenti forti.
Apprezzo anche le domande, estremamente sintetiche e univoche, poste da GFP, che hanno di certo facilitato l'esprimersi dell'intervistato.
Naturalmente i miei apprezzamenti e le eventuali obiezioni valgono quello che valgono, essendo io solamente un appassionato della materia. Due punti solamente voglio mettere in luce del discorso di Giovanni, dato che altri sono entrati nel vivo del discorso.
Il primo, coraggioso da par suo, sta nella chiusura dove confessa la sua passione per il lavoro che svolge e quel chiamarsi fuori dal cerchio degli "scienziati" ai quali ogni altrui obiezione pare solo uno sgambetto ed un reato di lesa maestà. "io non credo che le cose stiano come tu dici - sembra dire - ma sentiamo le tue ragioni".
Il secondo è il contrario del primo, dato che non è consequenziale con tutto quanto detto prima a proposito di Shardana-Sardi che trafficavano per mezzo millennio e oltre, e non come comparse, dalle parti dove l'alfabeto (gli alfabeti) sono nati e cresciuti. Ai Shardana la scrittura non serviva, a causa della frammentazione amministrativa del territorio sardo. E poi non si conoscono lettere scritte dai Shardana ai re degli altri popoli contemporanei.
Sicuramente nessuno dei colleghi di Giovanni cercherà firme o tirerà fuori un cartellino giallo per queste sue affermazioni, ma si converrà con me che la loro diffidenza non diminuirà affatto.

zuannefrantziscu ha detto...

elio ha postato questo commento

"Sos poetes" si dividono in due categorie e sono rari i casi di singoli personaggi appartenenti ad entrambe. Ci sono "sos poetes de palcu" e quelli di “tavolino”.
Se "sa gara poetica" ha avuto i natali in epoca recente, i cantori, gli aedi, i rapsodi sembrano aver origini che si perdono nella notte dei tempi. Fra questi mi pare che i nostri “improvvisatori” possano avere diritto di cittadinanza e vantare origini comuni.
I secondi, invece, hanno un limite, come antichità, oltre il quale non possono andare: l'utilizzo della scrittura, per la composizione della loro opera, non può precedere la sua invenzione.
La tradizione orale, è vero, si porta dietro un effetto collaterale particolare: non si può mai essere sicuri che col passare del tempo il messaggio iniziale rimanga inalterato. Anzi, si può essere abbastanza certi del contrario. Succede come nel gioco che si faceva da bambini, in cui il primo di una lunga fila (allora, bambini ce n’erano) sussurrava una parola all’orecchio del vicino che la ripeteva al successivo e così via fino all’ultimo. Il divertimento stava nel constatare quanto il messaggio iniziale venisse fuori storpiato, alla fine della catena. Nel gioco, il messaggio poteva essere alterato ad arte, per ridere di più.
Nella trasmissione di fatti, di imprese rilevanti, di avvenimenti significativi o di scadenze non eludibili, da ripetersi ciclicamente, come nel tramandare da una generazione all’altra, cerimonie, riti ma, soprattutto, formule, canti, invocazioni, salmi o preghiere, l’errore doveva essere evitato in sommo grado.
Sia nella sfera del sacro, sia in quella civile, il cui confine era perlopiù labile ed evanescente, tutto era affidato alle parola e alla memoria di essa. Importantissime dovevano essere le tecniche di memorizzazione, aiutate dalla scansione del componimento, dalla metrica, dalla rima, dalla musicalità dei versi. Non è da escludere un accompagnamento musicale di opportuni strumenti.
Nell’ascoltare i nostri “cantadores”, mi pare di rivederli in lontane stagioni, girare di “corte” in “corte” a distribuire la “conoscenza” da rinserrare nel cuore e nella mente di chi ascoltava. Senza nessun aggancio neanche lontanamente “ scientifico”, sto dalla parte del “militarista”, in buona compagnia, Ugas.
Preferisco lasciarmi trasportare e cullare in una immaginifica dimensione in cui il “verbo” contava. Per ora preferisco non farmi irretire in prese di posizione che vogliono apparire scientifiche ma che con la scienza, mi pare, abbiano poco a che fare dal momento che, da troppo tempo, coesistono e si combattono teorie opposte su reperti, date, interpretazioni e teorie in materie altamente opinabili quali la linguistica, l’epigrafia e finanche la “nostra” archeologia.
Continuerò a leggere con diletto e interesse Gigi Sanna, Aba Losi, Giovanni Ugas e anche Mauro Zedda che, noistamus de dhu ligiri mi tocat a dhu ‘ntendiri (me lo posso permettere perché è un amico), intervenendo, se me lo permettono, nei loro discorsi. Rimango in fiduciosa attesa che dicano qualcosa di inconfutabile, per esempio, sul fatto che i nuragici scrivessero.
Fino a quel momento continuerò a pensare che non lo facessero. Perché? Perché non ne avevano bisogno

Giuseppe ha detto...

A mio parere Giovanni Ugas non poteva essere più chiaro di fronte all'ottima sintesi preparata da Gianfranco Pintore.
Con questo intervento non entro nel merito dei singoli problemi: le singole risposte meritano prima un opportuno approfondimento.
Vorrei communque porre l'attenzione, ancora una volta, sull'onestà intellettuale del dr. Ugas: pur non condivedendo in pieno tutte le sue risposte non posso certo dire che "abbia girato intorno ai singoli temi". Anzi, ha dato risposte secche e, in alcuni casi (così almeno mi sembra) decisive!
Intanto prendo atto del fatto che il professore dichiari formalmente: di evere notato la "scarsa accessibilità" offerta al suo articolo, di "stato non ottimale della ricerca" in certi campi e che il suo "non è un punto di arrivo, ma di partenza".

Giuseppe Mura

Atropa belladonna ha detto...

Per prima cosa vorrei chiedere a Elio se, sempre che non gli serva, mi presta Norace: gli devo chiedere un paio di cose. Poi vorrei commentare alcune parole di Giovanni, che Francu sottolinea: che gli Sherden non abbiano scritto lettere ai re dei popoli contemporanei. Prima di tutto questo non lo sappiamo con certezza, e comunque non è certo un criterio esclusivo: dimostra solo che non corrispondevano con i re, per lo meno non aggiungendo l´appellativo “Sherdanu” (del resto, mai vista una lettera firmata “saluti dal tuo Emut-baal, il Fenicio”).
Secondo, caro Elio, la tua tradizione orale non esclude affatto la scrittura, pensa a popoli come quello ebraico, dove la tradizione orale era ed è fortissima, eppure eccome se scrivevano-anche quando vagavano nel deserto (rileggiti se vuoi il mio Scrittura sacra e sacre scritture, del 7 giugno). Terzo: concordo con il fatto che la linguistica e financo l´archeologia danno poche certezze, ma l´epigrafia ne dá sicuramente molte di piú. Da ultimo non posso assolutamente essere d´accordo con l´affermazione non scrivevano perché non ne avevano bisogno. Bisogna intendersi sul bisogno: se intendi bisogno materiale, puó anche essere (forse però). Ma la scrittura – o un certo tipo di scrittura-nasce, ci metterei la mano sul fuoco, prevalentemente come bisogno psichico e/o spirituale. Sto parlando di un sistema scrittorio, non di un sistema per tenere la contabilità. Come hanno giá evidenziato gli studi sulla cultura danubiana del neolitico (si parla di 1000 documenti ormai “Non fu sviluppata per motivi economici o amministrativi, ma come veicolo di rituali religiosi” MERLINI); come evidenziano gli studi di Glassner perfino per la Mesopotamia- il tanto sbandierato paradigma della scrittura “cittadina” utilitarista.
Ma tutto questo non ha molta importanza, perché è opinabile: ne discutono da decenni il fior fiore di studiosi, figuriamoci se ne usciamo vivi noi (nonostante alcuni studiosi esibiscano certezze lapidarie al riguardo; cosa sono, maghi che viaggiano nel tempo?) .
Il fatto che i documenti esistano o no e dove sono, questo è l´unico fatto importante, e dove essi siano colloocabili temporlamente attraverso esami paelografici ed epigrafici: il perché ed il percome siano stati prodotti, viene dopo. Se la Sardegna è stata, anche per questo aspetto, un luogo anomalo–o un luogo in cui si privilegiava l´aspetto sacrale della scrittura-beh, non sarebbe certo l´unico aspetto che la rende un caso anomalo nel Mediterraneo, o sbaglio?

Mauro Peppino Zedda ha detto...

Caro Dedalo.
Su quello che mi chiedi hai risposto tu stesso nella domanda che hai fatto ad Ugas, che cioè sant'iroxi sia prenuragico.
Dove sono le spade del bronzo medio? se lo chiedono anche al Vagnetti, la Lo schiavo e la Depalmas se se lo chiedono loro vuoi che non me lo chieda anch'io.
Mi poni una questione che ci farebbe andare fuori tema e sul quale penso di aver risposto nel libro citato in precedente commento, perchè non prepari un articolo dove critichi quanto dico nel mio libro?

illiricheddu ha detto...

@ Aba

"Sardos, come Parthos, città dell'Illiria, i suoi cittadini [si chiamano] Sardenoi".

elio ha detto...

@ Atropa
Il "mio" Norace è uomo da marciapiede, va con chi lo chiama; salvo il trattenersi. Dipende dalla compagnia, con te si troverà benissimo.
Non mi tornano i conti con la 'necessità' dello Spirito di manifestarsi attraverso la scrittura.
Ne ha fatto a meno a dir poco per novantamila anni, immagini a parte ma non le definirei scrittura, tutto a un tratto ne avrebbe sentito il bisogno.
Sotto, sotto, ci sento 'profumo di business.

Atropa belladonna ha detto...

Grazie Elio!
beh, dipende: è vero per i novantamila anni, ma il "tracciare segni" era una faccenda già famigliare. Ma ne racconterò, un pò più avanti, quando torno dalle ferie. Lasciami parlare prima con Norace. Se senti puzza di business ti consiglio una cosa spassosissima, The invention of writing, featuring mister Agrrrwata come inventore (ma poi alla fine non se ne fa nulla). bellissimo.
http://arantxa.ii.uam.es/~ssantini/writing/stories/invention_of_writing.pdf

Giuseppe ha detto...

@ Atropa Belladonna
Ciao Atry, alcune considerazioni di carattere generale.
Ti meravigliasti non poco, qualche tempo fa, nel leggere del mio scenario dell'Età del Bronzo che prevedeva la presenza dei Nuragici (vado in ordine geografico, non cronologico) a Creta, in Grecia, nell'Anatolia occidentale, nel Canaan e in Egitto che capovolgeva le direttrici culturali del tempo.
Ti rendi conto che oggi stiamo già discutendo sulle origini dei singoli Popoli del Mare, sulla presunta cesura del tipo di rapporto tra Shardana-Nuragici ed Egiziani nel paese del Nilo, sull'estensione dei territori controllati dagli Shardana-Nuragici nel Canaan?
Ci rendiamo conto che tutte le aree geografiche con le quali i Nuragici entrarono in contatto per secoli praticavano varie forme di scrittura e che non è possibile affermare con certezza che non le conoscessero?
Pertanto andiamo avanti, intanto passiamo voce: i semafori perennemente rossi che impedivano agli antichi Sardi di lasciare la loro meravigliosa isola si sono definitivamente spenti.
Ti auguro serene e riposanti vacanze

Giuseppe Mura

DedaloNur ha detto...

@ Mauro:
stava per partire e qualcosa in realtà l'avevo pure scritta, poi mi sono fermato causa tempo, lavoro, altri studi. ovviamente mi piacerebbe anche criticare meglio Ugas, ma temo proprio che non ci riuscirò per i soliti motivi, di cui sopra.

vedrò di leggere la Vagnetti appena potrò.mi trovo a dover rimandare in continuazione...

Atropa belladonna ha detto...

no caro Giuseppe, non mi ero stupita che tu dicessi quelle cose: mi ero stupita che tu avessi dato voce ad un mio pensiero, che grosso modo si articola così: "Se dalle varie analisi i sardi sembrano essere oroginati un pò da Dappertutto (Illiria, area egeo-anatolica, egitto, siria, mesopotamia, palestina), perchè invece non pensare che furono loro (o anche loro) ad andarci nel Dappertutto?"

Grazie Alb

Pietro Murru ha detto...

Caro prof. Ugas,
francamente non credo che le sue parole abbiano deluso qualcuno, leggerla è sempre molto interessante, nessuna delusione dunque. Certo quando lei afferma:
“Non esistono documenti archeologici sardi che presentino segni di scrittura attribuibili all’età del Bronzo […] Mi spiace dire che non conosco altri documenti che possano indiziare l’esistenza di un qualsiasi tipo di scrittura tra le comunità sarde di questo periodo.” …beh, allora, diciamo che un leggero trasalimento in uno che segue da tempo e con tanta passione le ricerche del prof. Sanna, ma anche soltanto in un attento lettore di questo blog, lo ha certamente provocato. Ma dopo il sobbalzo è passato tutto, perché, si sa, è il grande limite delle “scienze umane”: si va per compartimenti stagni!
Forse le cose miglioreranno in futuro, “l’archeologia è una scienza giovane”…forse bisognerebbe cominciare staccarla da lettere, far fare anche qualche esamino di matematica, topografia, biologia, chimica, un po’ di fisica, statica, epigrafia più antica di quella latina e greca…chissà, magari maturerebbe più in fretta…

Atropa belladonna ha detto...

Si Pietro, è sconfortante, ma dobbiamo prenderne atto: questa è la risposta di TUTTA l' archeologia sarda, anche evidentemente di quella più liberale. E' un blocco insuperabile anche per gli studiosi stranieri eventualmente interessati al tema. E non devono neppure darci una spiegazione, come vedi: è così, punto e basta. Quando si parla di scrittura si scatena l' ostracismo, di fronte alle prove e/o agli indizi: si dice non può essere. Quando chiedi perchè non può essere ti tirano fuori la solita litania della scrittura cittadina. Ormai è un dogma e come tutte i dogmi o lo prendi o no, perchè non è un teorema e quindi dimostrabile. I sacerdoti, incuranti di ciò, continuano a celebrare riti in un tempio in rovina, ma continuano a farlo. Non considerando che in quell' epoca è molto più anomala e "strana" una cultura senza scrittura piuttosto che il contrario.
Ed in tutto ciò ad ogni nuovo documento si scatena il putiferio o il silenzio: e noi possiamo o andare avanti o finirla qua e rinunciare tutto nelle mani della "scienza ufficiale" (trovo questa espressione così ridicola che non la commento neppure; a livello dell' espressione "scienza esatta").
E' più accettabile l' idea che Zertal proponga, sulle basi di un frammento di perno da ruota, che ad el ahwat vi fosse un potente signore e che forse fosse Sisara: tanto questa idea, pur supportata da piloni deboli a mio avviso (non mi ha per niente convinto)- non fa male a nessuno, appare come un trastullo e nulla più. Fa più male il proto-romanaico di Stella te lo dico io.

shardanaleo ha detto...

ATRY scrive:

""no caro Giuseppe, non mi ero stupita che tu dicessi quelle cose: mi ero stupita che tu avessi dato voce ad un mio pensiero, che grosso modo si articola così: "Se dalle varie analisi i sardi sembrano essere oroginati un pò da Dappertutto (Illiria, area egeo-anatolica, egitto, siria, mesopotamia, palestina), perchè invece non pensare che furono loro (o anche loro) ad andarci nel Dappertutto?""

Avete mai pensato che c'è una terza via più logica e più scientificamente probabile?
LA COMUNE ORIGINE di una stessa CULTURA.

Quando nel 2006 conferenziai per gli amici Bulgari, in VIDEOCONFERENZA partecipò l'archeologa DIMITRINA MITOVA, la quale sostiene nel suo libro (che mi regalò) che i SHARDANA e gli altri "USCITI dA UR" (i popoli del Mare) originarono anche la cultura della sua Terra. Dove si trova il pozzo sacro di JARLO, non distante dall'antica SARDIKA, fondata dalla "Jente Sarda" (parole sue e dei latini). Insomma l'attuale capitale SOFIA.
Ma non furono i SHARDANA a originare LA NAZIONE bulgara. Solo ci frequentarono. proprio come i Romani dopo.
Kum Salude
Leonardo

francu pilloni ha detto...

Se io fossi Giovanni Ugas, e non lo sono...
Se io fossi in lui, come lui, archeologo, ecc. ecc., bene, avrei detto le stesse cose che ha detto lui. Sì, anche a proposito della scrittura nuragica.
Ha avuto coraggio a dire Shardana=Sardi e tutto il resto, argomentando in modo che nessuno ha tirato fuori dei ma e dei se.
Ma Giovanni non è uno scellerato: se avesse detto qualcosa che potesse sembrare un consenso a quanto Gigi Sanna e tanti altri scrivono nel blog di scrittura nuragica, cosa avrebbe ottenuto?
Gli antagonisti suoi e dell'equazione Shardana=Sardi avrebbero avuto gioco facile per buttare tutto nella spazzatura, facendosi forza della debolezza "scrittura nuragica".
E allora?
Che dopo tanta frequentazione nelle zone e nei tempi giusti dove nacque la scrittura alfabetica i Sardi-Shardana non è improbabile che scrivessero pure, bene, questo lo lascia ribadire a noi qua dentro.
E se la ride, credetemi.
Caro Giovanni, non prendertela se per un momento sono diventato così tanto supponente da entrare, da credere di essere capace di entrare nei tuoi pensieri.
In fondo, sto dicendo che non sei mica un fesso.

Marco Pinna ha detto...

@ francu pilloni

Concordo.
Le due teorie sono coerenti (quella del prof. Sanna con quella del prof. Ugas), l'una rafforza l'altra.
E' come spalmare un cucchiaio di miele di corbezzolo in una seada appena fritta.

Mauro Peppino Zedda ha detto...

caro Giovanni Ugas, in una precedente intervista da parte di Pintore (30 giugno 2008), alla domanda sull'uscita del libro , la tua risposta fu: "Il lavoro è da qualche tempo in dirittura d’arrivo e mi spiace che per varie ragioni non sia ancora uscito dalle stampe. Spero (e che sia la volta buona) che il libro veda la luce entro i primi mesi del prossimo anno." Ben sapendo che la parte più difficile sono le "aggiustattine" finali spero che l'attesa sia questione di mesi e non di anni!

Atropa belladonna ha detto...

Marco, sei un sadico a evocare le seadas!

Pierluigi Montalbano ha detto...

...e il miele di corbezzolo? Delizia per il palato e corroborante per il cervello.

Atropa belladonna ha detto...

Provoca, provoca Pierluigi: tanto da domenica sono nella Terra degli Dei e mi strafogo.