lunedì 25 ottobre 2010

I nomi del fenicottero sardo

di Massimo Pittau

Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), nella sua famosa opera Naturalis historia (30, 146), parlando della Sardegna dice testualmente: praeter haec sunt notabilia animalium ad hoc volumem pertnentium gromphena avem in Sardinia narrant grui similem, ignota iam etiam Sardis, ut existimo «oltre a questi sono notevoli fra animali similari di questa dimensione la gronfena, uccello della Sardegna che dicono essere simile alla gru, ormai ignota agli stessi Sardi, come ritengo».
Lo storico moderno Ettore Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano (ristampa a cura di A. Mastino, Nùoro 1999, II vol. pg. 244), giustamente ha affermato che il naturalista latino aveva presente il testo pseudo-aristotelico De mirabilibus auscultationibus (§ 100), che parla di grandi uccelli esistenti in Sardegna prima dell’arrivo dei Greci nell’Isola e che egli ha proposto di identificare coi fenicotteri.
Io aggiungo che Plinio asserisce che questi uccelli erano ormai sconosciuti agli stessi Sardi, probabilmente per la ragione che non tutti i numerosi Sardi che ormai vivevano a Roma e dai quali il naturalista latino non avrà mancato di chiedere informazioni, conoscevano i fenicotteri. D’altronde tuttora conoscono de visu i fenicotteri solamente i relativamente pochi Sardi che vivono vicino agli stagni costieri dell’Isola, mentre gli altri li conoscono soltanto per fotografie o per riprese cinematografiche o televisive.
A. Ernout e A. Meillet, autori del Dictionnaire Étymologique de la Langue Latine (IV édit., IV tirage, Paris 1985, pg. 283), parlando dell’appellativo lat. gromph(a)ena, scrivono «Sans doute grec: grómphaina ?», cioè con un punto interrogativo finale, che dimostra il loro dubbio su questa connessione, dato che l’appellativo greco significa, non «fenicottero», bensì «scrofa, vecchia scrofa».
Ed io intervengo oggi per eliminare il dubbio dei due pur illustri linguisti: è noto che i suini grufolano o scavano il terreno alla ricerca di cibo, radici, tuberi e insetti. Ebbene anche i fenicotteri in un certo senso “grufolano”, dato che col loro lungo becco ricurvo scavano il fondo degli stagni, anch’essi alla ricerca di cibo.
Però la questione non è finita: sempre il naturalista latino, nella medesima opera Naturalis historia (I, 26, 23; 26, 40) col vocabolo gromphaena indica anche una pianta male identificata, una specie di amaranto orientale (Amarantus tricolor L.). Ma con quale rapporto, si chiede Jacques André, Les nomes de plantes dans la Rome antique (Paris 1985, pg.113) col greco grómphaina «scrofa, vecchia scrofa»?
Anche qui intervengo per eliminare il dubbio di quest’altro illustre linguista e botanico francese: quando i fenicotteri si levano in volo, le loro ali mettono in mostra proprio un colore amaranto, cioè “rosso intenso con sfumature violacee”. E per questo motivo i fenicotteri sono chiamati in Sardegna, con vocabolo collettivo, genti arrúbia, zente rúbia o ruja cioè «gente rossa». D’altronde anche il greco phoinikópteros significa “dalle piume rosse”; fatto che pure il nome scientifico dell’uccello mette in vivenza: Phoenicopterus roseus.
Nella lingua sarda al singolare il fenicottero si dice mangone, mangoni, mengoni (log. e camp.), che potrebbe derivare da margone, malgone «smergo» (uccello acquatico) (M.P.). Siccome però questa etimologia è dubbiosa, procedo oggi a prospettarne un’altra: potrebbe derivare dallo spagn. flamenco «fenicottero» (letteralmente “fiammante”) interpretato dai Sardi, per paretimologia, fra’ Mengo, cioè frate Domenico. [Cfr. mengu, (Nùoro) meng(r)o «individuo rozzo, strano, balordo», che deriva dal pisano menco, mengo «maldestro, impacciato, inetto», a sua volta da Ménico, accorciativo di Domenico, col significato di «minchione».

11 commenti:

illiricheddu ha detto...

Suggerisco una piccola aggiunta all'etimologia del Pittau, che va certo bene. Riguardo la forma sarda mangoni 'fenicottero', che suscita dubbi riguardo l'origine da MARGONEm (ché tale indica l'anitra), è giusto osservare che il latino ha: mango,-onis 'venditore di merci adulterate, venditore di schiavi' che deriva dal greco manganon 'filtro, incantesimo' (perché notoriamente i mercanti sono degli ingannatori). Orbene il verbo manganeyo 'ingannare' ha come sinonimo phenakizo (pare da phaino 'apparire'), il quale ricorda però il termine phoinikos 'rosso, fenicio'.Una forma MANGONEm a indicare il fenicottero potrebbe essere sorta nella latinità popolare dall'equiparazione tra l'abito rosso dei fenici e quello dei fenicotteri. In Esichio abbiamo phoinikeliktes 'ingannatore' (da phoinix 'fenicio').Insomma i nostri mangones potrebbero stati visti come degli "ingannatori", in ragione della tinta, alla stessa stregua dei rossovestiti turlupinatori fenici, che erano ahinoi arrivati sulle coste.

illiricheddu ha detto...

Un'altra piccola aggiunta: l'ipotesi flamenco-> fra mengo -> mengoni, fu avanzata dal Cetti e criticata dal Madao nel suo Ripulimento della lungua sarda(cfr.Lorinczi,people.unica.it/mlorinczi/files/2008/01/porru2.pdf), indi non è nuova, come il Pittau rivendica. A supporto di quanto da me detto, aggiungo che la stessa Lorinczi rileva che a Cagliari si usa l'espressione "allonghia, allonghia, su mangoni" (vattene, fenicottero; andatevene,
fenicotteri), grido che altrimenti non avrebbe senso, perché non si esprime gioia o si
dà il benvenuto (come volevano Arrigoni d.O. o Fernando Pilia) ad un ospite
forestiero gridandogli di andarsene.Il forestiero che porta male va scacciato, infatti
in siciliano il fenicottero veniva anche chiamato "Nando dei forestieri, Nando lo
straniero" (people.unica.it/mlorinczi/files/2008/08/pallas-fenicottero-melis.pdf). Ciò avvalorerebbe ancora di più l'equazione: "rosso" = "ingannatore"

illiricheddu ha detto...

Diamo a Cesare quel che è di Cesare; come non è nuova l'ipotesi del Pittau, non è nuova neanche la mia. Ho controllato, potete farlo anche voi (http://books.google.it/books?id=hiATAAAAQAAJ&pg=PA113&dq=mangone+anitra&hl=it&ei=lKnFTNnaGsacOsCimc0L&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=1&ved=0CCsQ6AEwAA#v=onepage&q=mangone%20anitra&f=false). Già il Madao proponeva il greco manganeyo, solo che adduceva a ragione l'incanto, la magia che produce la visione di tale animale. Io sono stato un po' più pedestre.

Archeologia Nuragica ha detto...

Ad Isili, con la parola MANGONI, si indicano delle persone ben piazzate ma poco agili.

saluti

mauro peppino

Archeologia Nuragica ha detto...

in altre parole il MANGONI è un BRABALLU, un TRATTAMALLONI

el-pis ha detto...

pro hie non l'ishidi: dae sas cannedhas de sa gente ruja, son jaios hahiana sas launeddas

illiricheddu ha detto...

Una breve ricerca sul Rubattu mi conferma ulteriormente: mangorra vuol dire 'inganno', oltre che svasso. Giochi di interferenze formali e semantiche, certamente antichi, devono esser stati alla base delle forme sarde.

Per mangone 'persona poco agile' si tratta di similitudine per la goffaggine del fenicottero, o di chi cammina sui trampoli.Ovviamente a Isili non ci sono trampolieri, e quindi la parola è stata opacizzata, e se ne è specializzato il significato negativamente. La ricorrenza di -a- (mangoni/e e non mengoni) induce a pensare che l'italiano/pisano mengo 'scemotto' c'entri quindi poco.

zuannefrantziscu ha detto...

da Massimo Pittau
Rispondo all’amico Mauro Zedda, il quale mi ha comunicato – ma io lo sapevo già – che ad Isili mangoni significa «individuo corpulento e impacciato».
In tutte le lingue esistono i vocaboli “omofoni”, i quali hanno lo stesso “significante” ma un differente “significato”. Ed è anche il caso di mangone/i che in sardo significa sia «fenicottero» sia «individuo grossolano, tozzo, impacciato»
Quando il vocabolo ha questo secondo significato può derivare dall’antico spagn. mangón «uomo grande, grosso e grossolano» (DILS 610) oppure essere l’accrescitivo del sardo mengu «individuo rozzo, strano, balordo», che deriva dal pisano menco, mengo «maldestro, impacciato, inetto», a sua volta da Ménico, accorciativo di Domenico, col significato di «minchione».
Nella lingua sarda lo scambio a/e in posizione protonica e anteprotonica è un fenomeno comunissimo e chi lo ignora dimostra di conoscere male questa lingua.

monica.fenu ha detto...

Gentile Professor Pittau,

sono una studentessa che si diletta anche di linguistica, ho letto il Suo bell'articolo, e la Sua bella risposta alle critiche. Stando ad Alghero ho avuto modo di controllare su alcuni dizionari spagnoli l'accezione di "uomo grande e grosso" per mangòn che Lei ha dato nel Suo Vocabolario. Ho cercato nel suo libro dei cognomi (mi pare del 1990 alla voce: Mangone) un riferimento bibliografico, a questa accezione spagnola, ma non l'ho trovata.E' probabile che mi sbagli, ma i miei vocabolari spagnoli (che sono moderni !) mi danno per mangòn 'ragazzo che si atteggia ad adulto' 'poltrone' 'fannullone'.
La ringrazio delle delucidazioni che volesse darmi, e saluto il caro pubblico del blog, che sempre seguo.

elio ha detto...

@ Prof. Pittau

Mi sa dire, Professore se i cognomi Manconi e Mancosu abbiano qualcosa da spartire con il nostro fenicottero mangone/i? O se, invece, riguardino solo il 'lato sinistro'? In entrambi i casi, sempre di 'inganno' si tratterebbe.

zuannefrantziscu ha detto...

da Massimo Pittau

Alla Signorina Fenu
L’antico spagn. mangón «uomo grande, grosso e grossolano» non me lo sono di certo inventato io. Sul momento non posso controllare, ma ritengo di averlo trovato nei due Dizionari del Corominas. Il Wagner non conosceva il sardo mangone/i «individuo grossolano, tozzo, impacciato» (DILS I 610).
Al Signor Ello
Il cognome sardo Manconi non è altro che l’accrescitivo dell’altro Manca, il quale significa semplicemente «che la mano manca o mancina», cioè «(individuo) mancino», e non ha alcuna connotazione negativa. Questo cognome esisteva già in latino e perfino in etrusco.
Anche Mancosu deriva da Manca, col medesimo significato.