lunedì 31 maggio 2010

Sherden in Sardegna dall’Anatolia o viceversa?

di Giuseppe Mura


Una delle ipotesi più accreditate sull’origine degli Sherden, il Popolo del Mare che vanta il primato in termini di citazioni e raffigurazioni nell’antico Egitto dell’Età del Bronzo, identifica queste genti con i Nuragici della Sardegna.
Quest’ipotesi è sostenuta prima di tutto dall’archeologia: solo la Sardegna ha restituito reperti con l’iscrizione del nome Srdn (seppure in altra lingua) e solo nell’Isola dei nuraghi sono state rinvenute le statuette in bronzo che riproducono fedelmente le fogge dei famosi guerrieri raffigurati nel paese del Nilo col loro tipico armamentario, cioè l’elmo con le corna, il piccolo scudo rotondo e la grande spada di bronzo.
Queste prove, se fornite da qualsiasi altro paese mediterraneo, sarebbero state sufficienti a rimuovere tutti i dubbi sull’origine degli Sherden, ma in Sardegna è d’obbligo (e non solo nel mondo accademico) spiegare tutto col Verbo dell’“esterofilia” che spiega tutte le manifestazioni culturali sviluppatasi nell’Isola, a partire dal Neolitico, riconducendole ad influenze proveniente dall’esterno se non a vero e proprio dominio.
Questa forma di pensiero, impostosi sin dai primi studi archeologici praticati nell’Isola ha influenzato negativamente intere generazioni di studiosi e trova terreno fertile ancora oggi grazie anche ai preconcetti moderni che gravano sui Sardi: non è possibile che essi, si dice, viste le condizioni socio-economiche estremamente negative degli ultimi secoli, possano essere stati gli artefici di una civiltà evoluta come quella nuragica dell’Età del Bronzo.
Infatti, all’interno dell’ipotesi Sherden=Nuragici ecco il solito distinguo riduttivo: alcuni esperti, archeologi e non, pur accettando la presenza degli Srdn in Sardegna, sostengono che queste genti sarebbero originarie di una regione imprecisata dell’Anatolia e che si sarebbero insediate nell’Isola intorno al XIII-XII secolo a. C., imponendo naturalmente il proprio nome agli indigeni e al territorio.

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La ricerca epigrafica: stazionaria come delle rocce

Leggi tutto l'articolo “Le nom de la déesse Astarte, cinq graphies différentes. Une aide de lecture”.






di Herbert Sauren

Dieci anni fa, un amico mi donò un giornale con alcune foto di scrittura ritrovata nel sud del Portogallo. L'articolo, di un archeologo, diceva che questa scrittura non era stata ancora decifrata. Presi un piccolo dizionario tascabile e fu questa la prima volta che decifrai la scrittura enigmatica e l'inizio di una nuova attività per me.
Da allora, ho letto e tradotto migliaia di iscrizioni di questa scrittura cosiddetta enigmatica, trovata un po' ovunque in tutta l'Europa occidentale a anche in Turchia. Nella Penisola iberica, in Francia, in Italia, nella regione Etrusca e in Sardegna si trovano si trovano i luoghi in cui i documenti iscritti sono stati trovati in Europa. Le lettere mostrano forme identiche o modificate di dozzine di alfabeti che si conoscono del Medio Oriente antico, della regione di levante del Mediterraneo e dello Yemen fino alle sorgenti dell'Eufrate. Le lingue semitiche della maggior parte dei documenti mostrano un ventaglio di lingue e di dialetti affini all'arabo e alle lingue semitiche del nord-ovest.
Pubblicando la notizia, ho incontrato molta incredulità. È normale, secondo un detto dei contadini: il bue non vuol passare attraverso la nuova porta della stalla. Accettare dei semiti nell'Europa occidentale è un errore. Ignoranza o xenofobia?
Le idee sulla storia europea prima dei Romani erano ben fisse. Si pensava ai Greci, ai Romani, ai Celti e ai Fenici o ai Cartaginesi: i vicini del Mediterraneo, le genti del Nord e del Sud. Si sono inventati sistemi di false trascrizioni e teorie fondate sul niente e dopo non si è voluto più cambiare. È lo stato della ricerca cosiddetta scientifica. Inettitudine o perdita totale della logica?
Nel mio articolo, mi riferisco principalmente alla situazione in Portogallo e in Spagna. In questo mese, domande rivolte alle Soprintendenze archeologiche della Sardegna provano uno stato identico, stazionario come delle rocce. La lotta contro l'analfabetismo è difficile. Quando si vorrà imparare a leggere?

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domenica 30 maggio 2010

Una scossa salutare alla politica sarda

Secondo il direttore dell'Unione sarda, siamo di fronte ad un “insostenibile degrado della politica sarda”. Figus cita episodi di intolleranza e altri di sciocca corrutela alla Achille Lauro con la distribuzione di santini elettorali e fusilli. Gli uni e gli altri, più che caratteristica della politica sarda, sono replica della politica italiana e, comunque sia, sintomo di imbarbarimento quale che sia la latitudine. Ma come sintomo di degrado cita “ le liti a Cagliari tra Giuseppe Farris (Pdl) e Massidda (anche lui Pdl). O sempre a Cagliari la spaccatura nel centrosinistra tra il Pd e l'Idv, che ha rifiutato di correre per Milia. O la lite nel Pd nuorese, tra Deriu e Arbau, poi espulso dal partito”.
Ci sono poi, non citati per economia di spazio, molti altri esempi, qua e là nei paesi e nelle province, episodi simili che danno conto di una crisi dei partiti che a me, invece, sembra salutare. Resta da vedere – ma questo lo sapremo solo domani notte, a scrutini finiti – se i sardi avranno saputo profittare della scossa che i ribelli agli apparatnik e alle nomenklature hanno voluto dare ai partiti. Arbau per la Provincia di Nuoro, Massidda per quella di Cagliari, ed altri nel Sulcis, in Ogliastra, in Gallura, si sono ribellati ad apparati di partito che hanno preteso di funzionare come se davvero nei due grandi partiti, il Pd e il Pdl, esistessero ancora apparati di riferimento. Quando sono solamente autoriferenziali contemplatori dei rispettivi ombelichi.
Il centralismo democratico ha dato un colpo di coda nel Pd con la espulsione del ribelle Arbau; ancora il senatore Massidda non sa se gli sarà riservata la stessa sorte nel Pdl e forse tutto dipenderà dal suo risultato elettorale, domani. Eppure, non so se consapevolmente o inconsciamente, il sindaco di Ollolai e il senatore hanno inagurato, insieme ad altri con meno visibilità, un nuovo corso della politica che potrebbe fare della Sardegna un interessante laboratorio politico. Molto più consono al federalismo incipiente che alla vecchia politica accentratrice.
La positiva conclusione della complessa vicenda dell'Alcoa, durante la quale il ruolo determinante è stato svolto da una unità, inedita per la Sardegna, di forze sociali e politiche e istituzioni, è in fondo la sanzione della inutilità e pericolosità della replica sarda della rigidità degli schieramenti italiani. Si continua, certo, ancora a schierarsi con questo o quel principe in lotta fra di loro alla Corte di Madrid, ma forse qualcosa sta cambiando. Non so se lo sanno, ma Arbau e Massidda potrebbero essere i principi in una Corte sarda.

Prima che sia troppo tardi: sa domu de Corongiu, ad esempio




di Valentina Lisci

Caro Gianfranco
Ti scrivo a riguardo delle pessime condizioni in cui versa una delle più belle domus de janas dell'Isola, quella sita in località Corongiu a Pimentel. Il disegno posto all'ingresso si sta deteriorando perchè la pietra cade a pezzi. Ti invio una foto in cui potrai osservare meglio la condizione della Domus. Sarebbe una perdita di non quantificabile valore per il nostro splendido patrimonio archeologico. Potresti dare visibilità alla cosa nel tuo blog? In modo che la situazione inizi a smuoversi, almeno un poco.

Cara Valentina, la tua segnalazione va ad aggiungersi a quella fatta da Archeo News della domu de janas di Sa Pala Larga di Bonorva, fatta ricoprire dalla Soprintendenza dopo lo scavo per l'impossibilità di gestirla, e alla segnalazione dello scempio commesso molti anni fa a Sos furrighesos. Una interrogazione parlamentare al ministro Bondi costrinse la Soprintendenza ad uscire allo scoperto e a dare una risposta. A questo, come suggerisce Dedalonur, è da aggiungere il cattivo stato di conservazione della domu di Mandra Antine, per la cui protezione fu costruito un muraglione che ha, invece, l'effetto di accrescere umidità e pericoli. Articoli su blog, forum e siti purtroppo non hanno ottenuto lo scopo di fare breccia nella Torre d'avorio. Vorrà dire che chiunque possa, dovrà chiedere l'intervento del proprio parlamentare di riferimento? Forse sì. Ma è penoso ed è sintomo di arroccamento e di disprezzo dei cittadini. [zfp]

venerdì 28 maggio 2010

Ma se i nuragici non erano gli shardana, con quale etnico possiamo identificarli?

di Mauro Peppino Zedda

In miei precedenti post, ho cercato di illustrare, le motivazioni per cui ritengo poco verosimile l’ipotesi che i nuragici fossero gli shardana, in questo cercherò di aprire un’altra discussione inerente l’individuazione del nome dei popoli che dettero luogo alla civiltà nuragica.
Nel libro citato*, ho cercato di spiegare come sia verosimile ritenere che le città note come fenicie bisognerebbe considerarle come l’evoluzione di insediamenti fondati dagli shardana arrivati nel XIII sec. a.C.
Che quegli insediamenti sia giusto definirli come insediamenti sardi, è stato proposto anche da Piero Bartoloni, che scrive: «Nei Sardi menzionati da Erodoto quali partecipanti sotto le insegne cartaginesi di Amilcare figlio di Annone alla battaglia di Imera del 480 a.C. non è da supporre un gruppo di mercenari di stirpe nuragica, bensì da immaginare un contingente di leva, probabilmente forzata, fornito dalle città fenicie di Sardegna, ormai asservite sotto l’amministrazione di Cartagine» (Bartoloni 2005).
Ma se Erodoto indica come sardi i sardo-fenici e non i discendenti dei nuragici, dovremo trovarne traccia nei documenti degli storici di epoca romana. Ed infatti la troviamo, a incominciare da un passo del dotto Pausania (II sec. d.C.): «ignoro quale fosse l’antico nome che aveva ricevuto dagli indigeni; quei greci che navigavano per commercio la chiamavano Ichnussa perché la figura dell’isola è molto simile all’impronta del piede umano […] Sardo poi portó gli Africani in Ichnussa, e perciò l’isola cambiò il nome nel suo» (Perra Mario 1997). Nel passo di Pausania vi deve essere un fondo di verità. Ma quale verità?
Se avesse ragione Ugas (2006) l’arrivo di Sardo a capo dei libi-ilienses risalirebbe alla notte dei tempi dato che li considera già presenti quando arrivano i balari-iberi capeggiati da Norax alla fine del III millennio a.C. Ma è assai difficile che abbia colto nel segno in quanto è improbabile che Pausiana si stia riferendo ad indigeni pre-ilienses così lontani nel tempo (3000-4000 anni prima del suo scritto).
* Archeologia del paesaggio nuragico

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giovedì 27 maggio 2010

La nostra petizione in televisione

Nel Telegiornale di 5 stelle, la giornalista Daniela Astara ha pubblicato un bel servizio sulla nostra dichiarazione "Abbiamo diritto a sapere: la Soprintendenza parli" che ha raggiunto oggi le 600 firme. Il servizio è visibile su YouTube. Sempre sullo stesso network potete vedere un piccolo divertissement visivo "S'iscritura nuraghesa".

I nuragici. Estrosi, anche e soprattutto con i numeri

di Gigi Sanna
 
Abbiamo già detto in un altro articolo che la Sardegna, in virtù della documentazione scritta del periodo della civiltà del bronzo, è passata ormai dalla preistoria alla storia. È questo il passo fondamentale e obbligato della vicenda di un popolo antico quando ha la grande fortuna di veder emergere dalle rovine i 'grammata', ovvero i segni o i significanti fonetici, soprattutto quando essi, per comparazione e per evidenti testimonianze parallele, sono facilmente decifrabili e non possono essere soggetti ad interpretazioni arbitrarie.
Si pensi solo a tutte le ipotesi che erano state fatte, con i soli strumenti archeologici e con i muti dati da essi forniti, sulla natura della/le divinità nuragica/che ed il suo/loro nome, sulla religione, sulla società, sulla lingua o sulle lingue adoperate in Sardegna nel Secondo Millennio a.C. , sull'identità delle popolazioni del periodo, sul nome di esse e così via.
Oggi invece noi possiamo permetterci di dire, in assoluta sicurezza (perché affermazione fondata sulla base di decine e decine di documenti scritti) che le popolazioni della Sardegna dell'età del bronzo adoravano una divinità unica ('El -Yh), adoperavano almeno due lingue (una di tipo semitico e una di tipo indoeuropeo del 'ramo occidentale'), possedevano dei codici di scrittura esclusivamente semitici (protocananaico, ugaritico, gublitico, 'fenicio').
Riusciamo però anche a sapere molto di un aspetto della cultura nuragica o 'sardiana' (come la chiamano Massimo Pittau e anche Mikkely Tzoroddu) che toccava non solo la sfera materiale, quella della quotidianità e della praticità, ma anche e soprattutto la sfera spirituale e religiosa: l'uso del sistema numerale. Infatti, contrariamente a quanto successo per quanto attiene alla documentazione protocananaica (che paradossalmente oggi è meno ricca di quella sarda) dove, da quanto sappiamo, i segni specificamente numerali (4 + 4) si ottengono praticamente dalla sola scritta di Serabit el Khadem (nel disegno) e da quella della coppa di Lachish, nella documentazione sarda si riesce a vedere e comprendere buona parte del codice simbolico.

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mercoledì 26 maggio 2010

Ammàchios pro bi godire e pro nde prànghere



Lorenzo Vacca gai intèrpetrat s'ammàchiu de sos sardos pro sas balentias a caddu e cussu de sos chi si diant chèrrere meres de su bentu. S'unu pesat su risu, s'àteru s'arrènnegu. Incarchende inoghe, s'intrat a bìdere e a si gosare unos disinnos de Lorenzo chi illustrant a sa manera sua "Sa cantone de s'òmine in su fossu" de Ciccitu Masala e, in prus, duas àteras pinturas de balentia a caddu e de titulia a bentu.

La terza via della storia ed il “caso Sardegna”

di Gianfranco Sabattini

Francesco Cesare Casula, autorevole studioso di storia medioevale, sostiene l’esistenza di una terza via per narrare il passato dei singoli popoli statualmente organizzati. Per Casula, sinora la narrazione della storia sarebbe stata fatta sulla base del metodo estrinseco del “territorio geografico e del riferimento cronologico temporale e topico locale, a volte uniti a volte separati, quasi a formare un unico contenente o due contenenti diversi: due vie su cui inserire l’elencazione (quantitativa o selettiva o esplicativa o ragionata) degli avvenimenti umani” (p. 39).
Casula afferma di volersi sottrarre ai limiti del metodo estrinseco di fare storia. Cioè ai limiti delle due vie da esso derivate, proponendo, in sua vece, il metodo intrinseco del riferimento ai veri valori storici, da narrare, appunto, attraverso la terza via, fondata sulla dottrina della statualità. Il metodo intrinseco – per Casula - “sarebbe difficile da capire nella sostanza, e ancora più difficile metterlo in atto rigorosamente, fino alle estreme conseguenze, piacciano o non piacciano i risultati” (p. 14).
L’ideatore della terza via della storia pare dubitare del successo che potrà riscuotere il metodo da lui proposto. Ma non ha alcun dubbio sul fatto che esso, se accettato, possa diventare l’”originale griglia” di un nuovo modo di narrare la storia e, in primis, di narrare una nuova storia d’Italia. Ciò, perché, nel narrare la storia d’Italia, sulla base del metodo estrinseco, avrebbero sbagliato tutti, in quanto – afferma Casula - se per “storia d’Italia s’intende la storia dello Stato di cui siamo cittadini, per il quale paghiamo le tasse, al quale ci rivolgiamo per i nostri bisogni primari, con cui trattiamo per un tenore di vita migliore; se per storia d’Italia si intende la storia dello Stato per cui combattiamo, lavoriamo, preghiamo; se per storia d’Italia si intende la storia dello Stato che oggi siede all’O.N.U., gravita nell’orbita militare dell’Occidente-USA, fa parte della Comunità Europea, accoglie profughi, rifugiati politici ed extracomunitari, aspira ognora ad una stabilità d’ordine interno e di governo; ebbene, sì: hanno sbagliato tutti” (p. 235).
Hanno sbagliato tutti “a far passare la storia dell’Italia geografica per la storia dell’Italia statuale, col risultato assurdo di escludere dal panorama generale – spesso e volentieri – proprio quella terra che Italia geografica non è ma che, di contro, è l’embrione dello Stato.

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Vedi anche "Ma la storia deve essere utile o basta che sia vera?"

martedì 25 maggio 2010

Le province sono da abolire. O forse no

di Efisio Loi

Intellettualmente devo essere astigmatico. A guardare le cose lontane, dietro sollecitazione altrui, soffro di disturbi nel sistema di messa a fuoco. Mi capita quando, la stessa cosa, qualcuno me la sistema a una certa distanza e qualcun altro a una distanza molto diversa. Mi si scombussola il metabolismo (cerebrale) e mi vengono attacchi di cefalea. Mi direte che non di astigmatismo si tratti ma di ignoranza. Non ho nessuna difficoltà ad ammetterlo. Nella mia ignoranza, i nuraghi che compaiono con settemila anni di scarto da un osservatore all’altro, gli Shardana con settecento (sempre troppo), disturbano il mio debole apparato selettivo e mi fanno venire il mal di testa.
Ho sperimentato, come unico rimedio a questo mio particolare dismetabolismo, quello di portare l’attenzione verso fatti più vicini, magari contemporanei, di cronaca addirittura. Poi, una volta disintossicato, riprenderò l’altalena delle montagne russe, per due motivi: porre rimedio all’ignoranza, mia si intende, e fornire anticorpi al mio gracile sistema immunitario per poter navigare senza vertigini in quel vasto mare che mi affascina.
A guardar bene un argomento di attualità l’avrei trovato e mi ci ficco, anche se sembra trovarsi mille miglia lontano dai temi che ci affascinano e ci dividono aspramente (vedere ‘La questione Shardana’ di Mauro Zedda e i suoi più di sessanta commenti). Si tratta delle elezioni provinciali.
Mi rendo conto che questioni di questo tipo non sono molto gettonate. I commenti ai post relativi si possono contare, generalmente, sulle dita di una mano. Male ragazzi miei, male! Non ci sfugge, vero, che la situazione di cui ci lamentiamo e contro cui firmiamo sacrosanti documenti di protesta o, quantomeno, di richiesta di chiarimenti, si lega e si tiene strettamente col modo imperante di intendere la nostra convivenza civile di cui la politica è gran parte?
Mi guardo bene da fare discorsi da campagna elettorale, non ho nessuno da proporre. Qualche considerazione sulle province, però,va fatta; me ne dà l’occasione l’aver assistito a qualche dibattito dell’I.R.S. (Indipendentzia Repubblica de Sardigna), ormai diventati comizi per l’urgenza della scadenza.

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lunedì 24 maggio 2010

La prudenza va bene, l'impudenza no

“Ma lei c'è l'ha con gli archeologi sardi?” mi ha chiesto la splendida Daniela, presentatrice del mio romanzo sabato ad Olbia. Una festa di pacate discussioni, di musiche e di canti che ha scontato la concorrenza ineguale con una partita di calcio: una quarantina di persone che hanno risposto all'invito della associazione culturale Sa Testa, organizzatrice degli incontri con Maria Rita Piras, Gigi Sanna, Mauro Peppino Zedda, con me e, soprattutto, con la regina del bisso Chiara Vigo, il launeddista Franco Melis e una quantità di altri ospiti straordinari.
Chiaro che no, che non ce l'ho con “gli archeologi”, non solo perché non ho una simile prosopopea ma soprattutto perché quello di sparare nel mucchio non è sport che pratico. E però rivendico il diritto di criticare chi non compie il proprio dovere. Come chi – da trentacinque anni, pare appurato – ha tra le mani un prezioso coccio che reca una iscrizione fatta in caratteri cuneiformi. E lo detiene senza dire ai suoi datori di lavoro, i contribuenti, di che cosa si tratti, nascondendo l'importanza che ha o potrebbe avere per l'avanzamento della conoscenza. “Le notizie non trapelano perchè siamo tenuti alla riservatezza” scrisse su questo blog il dottor Alessandro Usai, due anni orsono. E, rispetto ad altre segnalazioni di possibili iscrizioni, “le pietre in campagna sono cose strane e interessanti, da approfondire col tempo e senza pregiudizi ma anche senza infondata partigianeria”.
Parole di una saggezza condivisibile e condivisa. Il segreto istruttorio su quel coccio dura da 35 anni e nessuna fuga di notizie è arrivata sulle scrivanie di qualche giornalista, forse perché non interessante come il raccontare l'offerta di escort ad uomini della politica. Così come due anni di tempo per approfondire, senza pregiudizi e partigianeria, non sono bastati per dire “a” sulle pietre in questione, quelle di Pedru Pes e Nuraghe Pitzinnu. Ci dicessero quanto tempo ancora ci vorrà, credo che tutti saremmo contenti e disposti ad aspettare.
Sorte non diversa – ma gli anni sono meno della metà – è quella riservata alla barchetta fittile ritrovata nel villaggio di S'Urbale a Teti, una quindicina di anni fa. Anch'essa presenta con tutta evidenza delle iscrizioni su diversi lati. Come quel coccio, anch'essa è inghiottita dalla riservatezza e da qualche magazzino. Se vi prendete la briga di cercarne traccia sul sito della Soprintendenza (che non ha alcuna pubblicazione citata sul complesso di S'Urbale) o nella Libreria digitale della Regione o ancora nel sito della Regione Sardegna Cultura, troverete vaghe e indefinite notizie sul ritrovamento di “fusaiole fittili di forma diversa, rocchetti, pesi da telaio troncopiramidali con foro passante, una pintadera fittile, ed altro”. Quella barchetta potrebbe essere nascosta dietro le “fusaiole fittili di forma diversa” o ancora dietro quel “ed altro”. Ma temo che questo absconditum difficilmente possa esser fatto passare per prudenza o riservatezza.
Ecco, io ce l'ho con questi archeologi in cui, ho il sospetto, pregiudizi e partigianeria ideologica hanno avuto la meglio sul dovere d'ufficio. Come capiterebbe se un medico per suoi pregiudizi o, peggio, interesse ideologico negasse le cure ad un individuo. Per professionisti di tal fatta, di regola, scatta l'incriminazione e il diritto, va da sé, ad esibire le prove che non hanno mancato ai loro doveri.

Nella foto; il complesso di musica etnica "Nati strani" e la filatrice di Bisso Chiara Vigo, alla fine della presentazione

domenica 23 maggio 2010

Ma la storia dev'essere utile o basta che sia vera?

All'amico Gianfranco Sabattini, docente di economia all'Università di Cagliari, riconosco un coraggio piuttosto inedito in mezzo ai cattedratici: quello di voler instaurare il dialogo con gli eretici. Lo ha fatto nel settembre scorso, quando ha, per così dire, sdoganato dal silenzio la proposta del Comitato per lo Statuto, quello che elaborò e mise in circolazione la “Nuova Carta de Logu”, Statuto speciale per la Sardegna. Scrisse, nel sito “Democrazia oggi” due articoli secondo me non condivisibili, ma pose il problema al suo mondo della sinistra radicale sarda, sordo all'argomento. Non è cosa da poco.
Così come non è cosa da poco il suo articolo, pubblicato oggi su L'Unione sarda ("Dal vecchio Regno alla Repubblica - Il grande inganno per la Sardegna"), di polemica con il libro di Francesco Cesare Casula “Il grande inganno”, del tutto ignorato, perché eretico, dal mondo accademico a cui Casula è appartenuto per decenni. Ignorato non significa non letto e non valutato, ma semplicemente rimosso per la considerazione secondo la quale Cesare Casula ha ragione, ma dice cose “pericolose” per la vulgata storica unitarista che da cent'anni e più è messa in giro dagli storici. Ciò che succede in molti altri ambiti, come ben sappiamo. Già il riconoscere l'esistenza della dottrina della statualità, prenderla in considerazione per contestarla è un merito.
Per la verità, Sabattini non la contesta, se non con l'uso di condizionali (“sarebbe stata”, “sarebbe valso”, “avrebbe falsato”); anch'egli si ferma a considerare le conseguenze che le tesi di Casula potrebbero avere, così come in settori politici a lui non congeniali altri fanno. “Che senso ha precisare” scrive infatti “che il processo di unificazione istituzionale e nazionalitario dell'Italia moderna è avvenuto per incorporazione all'interno del Regno di Sardegna dei restanti Stati insistenti sul territorio?”. E ancora: “Cioè, che senso ha precisare tutto ciò se poi il processo reale di unificazione poteva risultare, se fosse stato adottato un impianto istituzionale federalista del nuovo Stato, del tutto ininfluente rispetto alla capacità autonoma delle singole unità sub-statali federate di crescere e di svilupparsi in modo reciprocamente equilibrato?”.
C'è da trasecolare. Vorrei sbagliare, ma l'amico Sabattini pare chiedere che senso abbia raccontare una storia vera, anziché un storia utile. La storia utile, o “sostanziale”, come la definisce, è, forse, questa: il “nuovo” Stato (nuovo?) “non poteva assumere un nome che lo avesse legato in modo esclusivo ad una sola delle diverse nazionalità che in esso venivano aggregate”. C'è – mi perdonerà Sabattini – una terribile confusione che farebbe felici tutti gli indipendentisti sardi e siciliani senza distinzione, nell'affermare che Italia è una “denominazione superpartes”. Italia è, notoriamente, il nome della penisola; la Sardegna, la Sicilia, Elba, Ischia e tutte le altre isole non fanno parte della penisola, in quanto appunto, isole. La denominazione superpartes le esclude. Se invece è un nome collettivo con cui ribattezzare il vecchio stato sardo, si torna alla dottrina della statualità per la cui negazione ci vorrebbero argomenti diversi da quelli della opportunità e utilità di elaborazione e diffusione.
“Nuovo stato”? Ma quando mai? Forse che il passaggio dal Regno d'Italia alla Repubblica italiana ha comportato la nascita di un nuovo stato? La questione, caro Sabattini, è altra e la sistemi alla fine del tuo articolo, quando accenni “alle altre comunità regionali, cui Casula, con sottintesi intenti disgregatori della loro unità statuale, dedica il suo presunto “inganno”.” Come dire che, pensando agli articoli cui accennavo, la lingua batte dove il dente duole. Non so se Casula abbia “intenti disgregatori”, ma che li abbia o no, che cosa c'entrano con la sua storia non utile a magnificare “l'unità d'Italia”? La storia o è vera o è falsa. Ed è da quando, nel 1997, ha pubblicato “La terza via della storia – Il caso Italia”, che aspetto che qualcuno dimostri che è una storia falsa o, almeno, infondata.

sabato 22 maggio 2010

Io, portatore di messaggi razzisti

“Penso che lei sia latore di un messaggio razzista, e sono in buona compagnia. Che lei ne sia cosciente o meno non è affar mio” mi accusa una persona. Lo fa in una lettera privata di cui non rivelo, ovviamente, l'autore. La tentazione di prenderlo a sberleffi cede alla considerazione che non si tratta dei soliti insulti caprini e vale la pena, quindi, di prenderlo sul serio e di inquadrare questa accusa in un brutto clima che si è andato instaurando intorno alle questioni sollevate da questo blog e qui discusse.
Un clima fatto prima di tutto di silenzi, spero imbarazzati, non in questo spazio – ognuno è libero, ci mancherebbe altro, di prenderlo in considerazione o di ignorarlo – ma in tutti gli spazi pubblici o di libero accesso. Ma fatto anche di intimidazioni, di delazioni, di istigazioni, di finte goliardate di vecchi biliosi guardiani dell'ortodossia. Nel suo piccolo, questo blog è stato ed è testimone di come le discussioni culturali abbiano copiato dalla politica e dai mass media uno schema bipolare.
Razzista è termine usato in politica per individuare un avversario particolarmente ripugnante per atti compiuti, atteggiamenti assunti, provvedimenti adottati. La politica, però, con la sua vischiosità non è un modello adottabile in altri campi. In quello culturale è comunque specchio di una temperie politica. Ma razzista in ambito archeologico moderno, in società che hanno bandito il razzismo e dove questo sopravvive in comportamenti “sportivi” e in sacche di esasperazione politica e sociale, che cosa significa?
Il concetto è stato introdotto qualche tempo fa dall'archeologo Alfonso Stiglitz in un articolo su il manifesto sardo, immagino non prevedendo che avrebbe fatto scuola. Ridotto all'osso, il suo ragionamento era questo: il mito dei shardana provenenti dalla Sardegna fu cavalcato dal fascismo e dal nazismo e chiunque parli di shardana in termini di loro sardità si rifà al razzismo fascista e nazista. E, come me, diventa “latore di un messaggio razzista”: è una conseguenza logica. Come dire? È inevitabile che ciò sia e poco importa sapere se il “latore del messaggio” sia o non sia razzista nelle manifestazioni della sua vita. Poco importa che uno “ne sia cosciente o meno”. Il suo razzismo è oggettivo, insito nell'ospitare tesi come quelle di Ugas, di Zedda, di Zoroddu, di Zertal, di Melis e di altri, tutti portatori consapevoli o inconsci di razzismo, indipendentemente dal fatto che non vadano d'accordo fra loro. La salvezza della nostra anima sta nel ripudio di qualsiasi pensiero leghi in qualche modo quest'isola agli shardana.
Perché, comunque la si voglia girare, dicono cose – più o meno problematicamente – dette dai fascisti e dai nazisti. Gli stalinisti, troppo occupati a superare i nazisti nella corsa allo sterminio di massa, non si occuparono dei shardana. Altrimenti, forse, ci si saremmo risparmiati queste accuse. Stalin, a differenza dei suoi colleghi Hitler e Mussolini, non parlò di superiorità della razza e sarebbe quindi, agli occhi di chi gli è amorevolmente legato, un buon viatico per poter mettere insieme shardana e Sardegna, senza incorrere negli strali dei distributori automatici di patenti di razzismo.
Si scherza, ma ci sarebbe da tremare, pensando che un giorno certa gente possa conquistare il potere.

venerdì 21 maggio 2010

La questione shardana

di Mauro Peppino Zedda

Quando nell’Ottocento vennero ritrovati i documenti epigrafici ove si parlava dei cosiddetti Popoli del Mare, uno di essi gli SRDN venne (ipoteticamente) individuato con le genti che dettero luogo alla civiltà nuragica. Tra gli studiosi sardi, si segnala che Giovanni Patroni fu un sostenitore di questa assimilazione. Nel Novecento lo stesso Giovanni Lilliu, sosteneva, seppur timidamente, che i nuragici fossero gli Shardana.
En passant faccio notare, che Lilliu, come suo solito, non spiegava né a se stesso né agli altri in che modo una società che a suo dire era impegnata in una guerra di tutti contro tutti riusciva ad organizzare spedizioni militari contro l’Egitto dei faraoni.
Tra gli archeologi italiani anche uno tra i suoi massimi esponenti (Massimo Pallottino) sosteneva l’ipotesi che gli Shardana menzionati nelle cronache egizie fossero i nuragici. Nel 1978 l’archeologa inglese N. K. Sandars avanzò l’ipotesi che l’insieme dei Popoli del Mare citati nelle cronache egizie avevano nell’area Egeo-anatolica la loro patria d’origine, poi alcuni di loro emigrarono in Occidente, per lei gli Shardana giunsero nell’Isola che da loro prese il nome nel XIII secolo a.C.
La tesi della Sandars era corroborata da questioni squisitamente archeologiche, materiali e tecnologie che arrivarono in Sardegna (e in altre parti dell’Occidente Mediterraneo) provenienti dall’area Egeo-anatolica. Come è noto in Sardegna nel XIII sec. a.C. prende avvio una rivoluzione metallurgica che fa proprie le tecniche cosiddette cipriote. Lilliu interpretava questa assimilazione con l’assunzione da parte dei Principi Nuragici di artigiani ciprioti.
La Sandars interpretò quella rivoluzione tecnologica, come il segno dell’arrivo di genti shardana.

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giovedì 20 maggio 2010

La Repubblica di Maluentu

di Francu Pilloni

Maluentu (malu ‘entu, cioè malu bentu = cattivo vento) è il nome di un’isoletta a ovest dell’Oristanese, nonché il nome della più fantasiosa istituzione sarda: sa Repubbrica de Maluentu. Perché chiamare cattivo un vento che entra dritto dal grande mare, senza trovare barriere?
In Marmilla, per esempio, lo si chiama Montangesu, perché entrando dal mare, supera una zona montagnosa del Guspinese-arburese-gonnese che anticamente, in età mediovale, si chiamava Montàngia o Parti de Montangia. In effetti, è un vento che spesso spira violento e porta la pioggia, a ondate successive. E quando lo fa in questo periodo, così come lo sta facendo in questi giorni anche se non tanto violento, arreca danni alle coltivazioni, specialmente al grano che è alto. Se la forza del vento dovesse piegare gli steli, interromperebbe il processo di maturazione delle spighe e il raccolto sarebbe misero. Malu ‘entu, dunque a buona ragione, in memoria di annate di carestia.
Non è del vento di Ponente ciò di cui mi piacerebbe parlare, e neanche del “vento sardista” che soffiò negli anni Ottanta del secolo scorso così impetuoso che travolse tutto e tutti. O quasi. Nel senso che non fece disastri, come sradicare l’albero maestro delle navi dei partiti politici italici. Sì, perché le barche della politica isolana spiegarono le vele, presero l’abbrivio e ancora corrono affiancate, issando ciascuna un vessillo di un qualche moro, o rosso-moro, o moro-moro, o bianco-moro.
Dove corrono queste barche della politica sarda?
A usare i paradigmi del presidente Napolitano, dovrebbero correre verso un “salto nella Luce”, qualcosa di veramente “radioso” che sta in fondo, molto in fondo, così in fondo che ancora non si scorge il barlume, in fondo, dico, al percorso unitario iniziato, ahinoi!, ben più dei 150 anni che si celebrano.

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Un anonimo mascalzone ha scritto una sequela di sconcezze contro la signora Desi Satta, collaboratrice di un blog di Unti della Dea Ragione e adusa a insultare chi non l'hai mai cercata. Alla signora Satta va comunque la mia solidarietà. Quando la polemica arriva a punti tanto bassi, vuol dire che qualcosa di brutto succede e poco importa constatare come quelle sconcezze si siano depositate in un luogo, quel blog, già pieno di brutture.
Non so se quella lettera sia autentica o se sia stata inventata per permettere agli avventori di scatenarsi nella caccia agli untori, individuati nei partecipanti alla manifestazione che comincia domani ad Olbia e in me, che ho l'onore di essere individuato come ispiratore dell'anonimo imbecille. Non lo so né mi interessa saperlo. Sono fatti degli Unti della Dea Ragione, ai quali non farò il piacere di nominarli, anche perché sparano da dietro il muretto a secco dell'anonimato. Quel che mi premeva dire è che sono solidale con la signora Satta e disgustato dal becerume.

mercoledì 19 maggio 2010

Uno spettro si aggira sull'Italia: il separatismo

L'uno, Casini, sta per costituire il “Partito della Nazione”, l'altro, Francescani vorrebbe trasformare il suo nel “Partito dell'unità nazionale”. Il presidente della Camera, Fini, è in fibrillazione per l'unità nazionale, mentre quello della Repubblica ammonisce sul rischio di un “salto nel buio” rappresentato dalla tentazione di tornare agli stati pre-unitari. Tutto intorno opinion maker, di solito acuti, che si lasciano andare a considerazioni di cui un giorno si vergogneranno come ladri, dicendo che i piccoli stati non hanno senso di fronte alle sfide della globalizzazione. Pensava alla Lombardia che pure, con i suoi quasi 10 milioni di abitanti è 24 volte più grande della dignitosissima Malta, una volta e mezza l'Olanda e ben più popolata di Israele. Nel nostro piccolo, la Sardegna è nella classe di paesi come l'Estonia, Lettonia, Slovenia, Macedonia, per non parlare dei più piccoli Cipro, Malta, Lussemburgo. Insomma, una cavolata.
Il fatto è che noi, gente comune, non ce ne stiamo accorgendo, ma lassù, nei palazzi che contano, c'è un senso di sgomento circa la provvisorietà dello status quo. Nella mia vita non avevo mai avvertito tanta preoccupazione nelle parole di un capo dello Stato come sentendo Giorgio Napolitano. “Chi si prova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione dello Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni comunque concepite, coltiva un autentico salto nel buio. Nel buio, intendo dire, di un mondo globalizzato, che richiede coesione degli Stati nazionali europei entro un'Unione più fortemente integrata e non macroregioni allo sbando” ha detto l'11 maggio a Marsala.

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martedì 18 maggio 2010

Smettiamo di piangerci addosso?

di Efisio Loi

Troppe cose mi sono perso, prima di frequentarvi. Una risale al 13 febbraio scorso, l’articolo di Giandaniele Castangia, archeologo e uomo d’onore (nel senso shakespeariano, non cosanostrano). Difendeva la sua categoria e a ragion veduta. Ne riconosceva le pecche, in ambiente sardo e ricordava Lilliu e il suo tempo: il tappo (anche qui non equivochiamo: tappo in senso di chiusura, di egemonia culturale difficilmente rimovibile). Solo in ambiente sardo sembrava di capire; l’Accademia della penisola ne è stata immune?
A proposito di egemonia culturale, un discorso più approfondito sullo ‘spirito resistenziale dei Sardi’ andrebbe fatto (chi sa che non mi riesca di tirare fuori un lavoretto, già di qualche tempo fa, senza pretese di scientificità ma di cui sento aleggiare le istanze nei discorsi e negli scritti anche di questi giorni. Aspetto offerte editoriali). Scherzo si intende, mi accontento, qui, di fare una semplice riflessione: purtroppo, quando si esprimono idee sbagliate sotto lo scudo di un’egemonia culturale, il danno conseguente non è rimediabile, se non in tempi molto più lunghi di quanto ne occorra per porre rimedio a una fesseria detta senza supporto culturale adeguato. Dal momento che all’errore, anche in perfetta buona fede, tutti sono soggetti.
Torniamo a Giandaniele. Il suo rammarico è dovuto alla sempre deprecata scarsità di risorse per cui gli archeologi non possono fare quanto, per diritto e dovere, dovrebbero. Scarsità di risorse che, però, sembrerebbe solo relativa, dal momento che per la sagra della ‘fregula sarda’ – mi son dato al ‘riso’, amaro – i fondi si trovano.
Ho paura che così continuiamo a piangerci addosso. A scaricare su qualcun altro, dallo stato all’amministrazione comunale la nostra incapacità di vedere quel che ci conviene fare. Stato e amministrazione comunale sono nostra diretta espressione, checchè se ne dica. Non basta il Cavaliere, con tutta la sua potenza televisiva, a spiegare il nostro immiserimento. Ho paura che un ruolo notevole lo abbia giocato l’egemonia culturale. E non parlo di quella di Giovanni Lilliu, ma di quella ben più vasta e avvolgente che ha condizionato il nostro vivere civile, per non andare oltre, in questi ultimi sessant’anni.
Niente da fare dunque? Non direi, anche se non sarà facile. Per quel che ci riguarda, come osservatori innamorati del passato, convinti che possa servire, amarlo, una strada ci potrebbe essere. Bisognerebbe, però, dismettere ogni ideologia, frutto, guarda un po’, di egemonie culturali, e mettere a disposizione di chi, con tutte le cautele e le garanzie del caso, il nostro patrimonio, storico, artistico e culturale, abbia la voglia e la capacità di farlo fruttare, per il proprio tornaconto che si risolverebbe nel tornaconto di tutti.
Per ora non vedo altro nel futuro, più o meno prossimo, se non monumenti in rovina e scatoloni ammucchiati negli scantinati delle sovrintendenze e dei musei. 

lunedì 17 maggio 2010

Gli eversori dell'archeologia costituita si contano

Bene cominciamo con il primo passo: sottoscrivendo questa dichiarazione che compare sul sito Firmiamo.it. Raccolto un congruo numero di firme, il documento sarà inviato al Consiglio regionale, al Governo sardo e ai parlamentari eletti in Sardegna.

E' ferma intenzione dei firmatari di questo documento pretendere dalle autorità accademiche sarde e dai responsabili delle Soprintendenze archeologiche della Sardegna risposte a queste domande:


1. E' vero o non è vero che in un certo giorno di una trentina di anni fa, fu ritrovato a Villanovafranca un coccio presuntivamente del XIV secolo avanti Cristo che presentarva iscrizioni cuneiformi, come tali individuate da un assirologo della fama del prof. Giovanni Pettinato? E se sì, la persona che lo ritrovò e che oggi dirige un importante museo territoriale che ne ha fatto, a chi lo ha mostrato, che notizie ha raccolto su quell'antico reperto? 


2. E' vero o non è vero che da qualche parte, esiste una navicella nuragica, trovata nei pressi di Teti, la quale presenta evidenti segni di scrittura? E se è vero, quando e dove sono stati pubblicati gli studi che naturalmente devono esser stati pubblicati dagli esperti della Soprintendenza che l'hanno ritrovata e esaminata? 


3. E' vero o non è vero che un giorno precedente il 5 febbraio 2010, in regione Capichera, fu trovata una ceramica con una “misteriosa scrittura” come riferirì il telegiornale della emittenta sarda Videolina? E se sì, che ne è stata della ceramica e che cosa hanno scritto su quella ceramica gli archeologi che per la Soprintendenza hanno fatto gli scavi?


4. E' vero o non è vero che nei pressi di Pozzomaggiore, in data non precisata è stato ritrovato un coccio di ceramica con evidenti segni di scrittura? E se si, che ne è stato del reperto e che interpretazione ne è stata data dai funzionari dello Stato che dovrebbero averla in custodia?


Questo testo, insieme alle firme e agli eventuali commenti, sarà presentato quanto prima al Consiglio regionale della Sardegna, al Governo sardo, ai parlamentari eletti in Sardegna perché facciano proprie queste domande, attraverso interrogazioni, interpellanze, mozioni e quanto altro riterranno più opportuno.
 Alle firme sotto questo documento saranno aggiunte quelle raccolte su Facebook allo stesso scopo.

PS - Coloro che hanno già espressoin questo blog la loro adesione alla iniziativa, sono naturalmente invitati a firmare il documento.

domenica 16 maggio 2010

I giorni di s'Akkabu

di Davide Casu

Quando li scorsi giungere, debbo dire che non mi avvidi da subito che, secondo quanto detto dai babai, costoro fossero gli unici ad esser giunti sulle nostre sponde dai giorni de "su Akkabu". Assai 
simili a noi nel linguaggio e nella carne non diffidavamo entrambi all'incontro... Li accompagnammo alle "grandi pietre", attraverso quattro leghe di terra ardente, il nostro villaggio si sarebbe offerto loro alla vista sulla collina che i babai chiamavano delle "tombe di Pretu". Evidentemente logorati dal viaggio, provenienti da chissà dove, dilaniati dai denti del mare, facevamo noi da traino ai loro corpi quasi esanimi.
Dalle grandi pietre, la nostra gente, avvistatici da almeno un quarto d’ora, ci avrebbe atteso ansiosa; era difatti già diffusa la notizia che degli altri umani fossero approdati sulla costa dell'Alighera, lì dove, sotto le onde, si raccontava fosse sorto uno degli immensi villaggi eretti dai nostri antepassati.
Quando il nostro Vell convocò la riunione delle anziane, io, già donna, fui ammessa all'incontro con i forestieri; quello che doveva essere il loro capo, il Vell, raccontò i successi che avevano coinvolto il loro gruppo causandone l’arrivo presso il nostro litorale. 
Erano partiti in 200, affermò, su quattro imbarcazioni salpate dalle terre dell'est, circa 3000 leghe al largo dell'isola di Gaddura;. Un giorno, figlio, ti porterò su quella terra; Zifara, la figlia del Vell, racconta che ci vivono cose che nessuno ha mai visto ed è per questo che i Vells ne proibiscono da sempre l'accesso: dicono che agli uomini è ormai interdetta la meraviglia, l'incontenibile fragore della vita.
Tra gemiti, colpi al petto e abbondanti lacrime, il loro capo disse che la loro terra era ormai sale,
le riserve di acqua erano svanite in una notte, quando il suolo cominciò a tremare rovente
e tutto consumare. Dai giorni de su Akkabu, avvenuto circa 300 anni prima, avevano sperato di non dover mai concedersi al mare, infine solo una settimana prima avrebbero dovuto dare la faccia al destino e navigare verso ovest, dove avevano udito che un tempo si trovasse la terra del "grande verde".
Da 300 anni sino ad allora si era sempre cercato di renderci genticamente più vari che si potesse, ma non fu per quello che caddi infatuata di quell'uomo... All'alba del giorno seguente, un cielo color dell'infezione, la sabbia ed il vento di nord già di subito nefasti, ci svegliarono e ci videro, me e quell'uomo, vagare tra i terreni sottostanti le grandi pietre, forse già in cerca di un intimità impossibile in quella vallata di niente, dove neanche l'ombra osava più dimorare. Sostammo durante la mezza giornata, scavando in cerca di qualcosa da buttare giù e ci spostammo poi a bagnarci alla volta del canale di Sixeri, dove, tra un cabussò e l'altro, riferivo le leggende che si solevano raccontare su quei luoghi irmenticados.
Si diceva che un tempo, più di quattromila anni fa, il nostro popolo fosse tra i più gloriosi di allora, e che lì, proprio lì sotto, quando ci si immergeva nelle giornate più terse, quasi affianco all'oscuro abisso, si potesse intravvedere una magnifica dimora fatta di torri e massi enormi. Verso l'ora della notte, diretti verso le "Grandi Pietre", che dicono anch'esse essere state erette millenni di anni fa, passammo per "il Suelgiu". Era questo l'unica grande pianta che esistesse al di fuori di Gaddura, e devi sapere che un tempo tutta la nostra terra era coperta di questa pianta e non solo, animali grandi quasi quanto bimbi, e milioni di colori, più numerosi della sabbia tappezzavano ogni angolo di questa desolata landa; e non v'è più nessuno oggi che conosca l’esistenza di parole che decrivano quello che fu Sardinia ed il suo popolo. 
Marco, questo era il nome di quell'uomo, di tuo padre, pendeva dai miei aneddoti, da quelle leggende ormai inconcepibili per lui e, reso al mistero, mi domandò infine: -Sai tu com'è che tutto ciò è finito?- Non avevo responso alcuno, avevo sentito de su Akkabu migliaia di volte e mai avevo chiesto cosa realmente fosse accaduto; così che, una volta congiuntami con quell'uomo, incinta di te, persi memoria di quel quesito fin quando egli mancò e, scorti nella mia memoria i suoi occhi increduli domandarmi perché Sardinia fosse finita, mi rivolsi a MamaiAna.
Questa era donna di Scienza, del sambenadu di Carbia e da generazioni costoro si tramandavano il Passato; ma quando, una volta affianco a lei, le esposi la questione, la donna esplosa in lacrime mi chiese di tacere le mie curiosità e solo aggiunse:
-Se solo avessimo saputo scegliere, Lei, ormai così ineffabile, sarebbe ancora "mama, fizza e isposa".
Con lei, con MamaiAna, si estinse il segreto sulla nostra disgrazia, con lei forse si estinse l'ultimo frammento di quell'antica Sardinia.

sabato 15 maggio 2010

Eversori dell'archeologia costituita cercansi

Eversori dell'archeologia costituita cercansi. Per la verità ci accontenteremmo di semplici riformisti che ne abbiano le scatole piene delle vulgate consolidate o, in subordine, di laici che non si adagino sulle Verità rivelate. Si cercano, insomma, donne e uomini che se la sentano di porre qualche domanda a chi, magari è convinto di no, ma ha il dovere di dare risposte. Le domande che ho in mente sono:
1.E' vero o non è vero che in un certo giorno di una trentina di anni fa, fu ritrovato a Villanovafranca un coccio presuntivamente del XIV secolo avanti Cristo che presentarva iscrizioni cuneiformi, come tali individuate da un assirologo della fama del prof. Giovanni Pettinato? E se sì, la persona che lo ritrovò e che oggi dirige un importante museo territoriale che ne ha fatto, a chi lo ha mostrato, che notizie ha raccolto su quell'antico reperto?
2.E' vero o non è vero che da qualche parte, esiste una navicella nuragica, trovata nei pressi di Teti, la quale presenta evidenti segni di scrittura? E se è vero, quando e dove sono stati pubblicati gli studi che naturalmente devono esser stati pubblicati dagli esperti della Soprintendenza che l'hanno ritrovata e esaminata?
3.E' vero o non è vero che un giorno precedente il 5 febbraio 2010, in regione Capichera, fu trovata una ceramica con una “misteriosa scrittura” come riferirì il telegiornale della emittenta sarda Videolina? E se sì, che ne è stata della ceramica e che cosa hanno scritto su quella ceramica gli archeologi che per la Soprintendenza hanno fatto gli scavi?
4.E' vero o non è vero che nei pressi di Pozzomaggiore, in data non precisata è stato ritrovato un coccio di ceramica con evidenti segni di scrittura? E se si, che ne è stato del reperto e che interpretazione ne è stata data dai funzionari dello Stato che dovrebbero averla in custodia?
In alcune di queste domande – mi dice un amico avvocato – c'è la prefigurazione di ipotesi di reato, fra le quali l'abuso d'ufficio e la violazione del dovere d'ufficio. Sarà come dice lui, ma un esposto alla magistratura, pur utile per far capire quanto poco si è disposti a tollerare l'abuso della nostra pazienza, credo dovrà essere l'ultima arma. Ce ne è un'altra: scrivere a tutti i parlamentari sardi e a tutti i presidenti dei gruppi in Consiglio regionale, chiedendo loro che pongano al ministro dei beni culturali e alle Soprintendenze della Sardegna quei quattro gruppi di domande. Ci sono cinque, dieci, quindici persone disposte a firmare insieme a me questa lettera? Non penso solo alle persone che hanno in questi anni maturato la convinzione che ci si nasconda qualcosa di importante, penso anche a chi avrebbe tutto l'interesse a che questo sospetto sia cancellato.

venerdì 14 maggio 2010

L'obolo della vedova e Giulio Tremonti

di Francu Pilloni

E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»” (Marco, 12, 41-44).

Una sera di un giorno lontano, mentre militareggiavo in quel di Sacile (PN), una ragazza mi prese la mano che solamente per gravità scivolava dal suo collo, lungo il profilo della camicetta, come a contarne i bottoni di madreperla. La guardò, la baciò, mi disse: la tua è una mano da prete.
Io risi svogliatamente, quasi nervoso. E cosa avrei dovuto fare?
Quante volte ho ripensato e ragionato sulle mie mani “da prete”!
Ho concluso che uno ha le mani che assomigliano a quelle del padre o del nonno, o anche della madre, dello zio; e che il padre, il nonno, la madre, lo zio di uno che si fa prete, difficilmente è un altro prete, ma artigiano, notaio, contadino, insegnante, casalinga o impiegata alle poste. Per dire.
Però mi sono guardato dentro e ho convenuto che la ragazza, quella ragazza, aveva detto la mano, ma forse voleva dire l’animo. Infatti mi ritrovo con una propensione a predicare, ad ascoltare le debolezze umane, come in confessionale, e, soprattutto, a perdonare il prossimo, appena scorgo un barlume di sincero pentimento.

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giovedì 13 maggio 2010

Idea: e se fossero i magistrati a togliere il tappo?

Un anonimo avverte gli “epigrafisti sardi e d'oltremare” (su questo blog):
Art. 421-bis. - (Abuso della credulità popolare). – Chiunque, con qualsiasi impostura, cerca di abusare della credulità popolare è punito, se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico, con la reclusione da sei mesi a due anni.
La pena non può essere inferiore ad un anno se il fatto è commesso con l’utilizzazione del mezzo televisivo.
La pena è della reclusione da due a quattro anni se l’abuso della credulità attiene al sentimento religioso del popolo ed è commesso con fine di lucro
”. E aggiunge: “Nel caso delle presunte scritte di Aiga e dei calchi su calchi di tzircottu, ci sono tutti gli estremi per procedere d'ufficio. Occhio "scienziati", basta una denuncia anonima!
Non riesco a trovare parole adeguate a ringraziarlo sia per l'avvertimento sia per l'idea che ha dato a me e credo a molti altri di fare ricorso alla magistratura perché aiuti tutti noi, venditori di illusioni, Illuminati, fantarcheologi di stampo sardista con pulsioni indipendentiste, archeologi con i piedi sulla terra, a venire a capo di alcune cosette riguardanti l'amministrazione dei beni culturali nella nostra Isola. E se vorrà essere l'anonimo, che si firma nientepopodimeno “La Legge”, a iniziare questo nuovo corso, credo che tutti gliene dovremo essere grati, anche se dovesse farlo anonimamente, con lo stesso temerario coraggio usato per scrivere su questo blog.
Così, ad occhio, credo che possa essere utile l'articolo 328 del Codice penale a farci capire se è normale che pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, pur informati dei fatti, omettano di comunicare a chi ha interesse a studiarli che fine abbiano fatto documenti archeologici rilevanti. Penso, ad esempio, al nuraghetto di Uras, al coccio iscritto in ugaritico, alla barchetta di Teti, al “brassard” di Locci Santu al coccio di Pozzomaggiore, etc. “Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a euro 1.032”. Vero è che, probabilmente, nessuno degli aventi interesse ha mai redatto la richiesta “in forma scritta”. Una buona occasione per farlo: “Il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa”.
E dato che ci siamo, si potrebbe chiedere alla magistratura se il comportamento della Soprintendenza e degli altri enti tenuti al rispetto del “Codice dei beni culturali e del paesaggio” abbiano ottemperato a quanto dice il primo articolo della legge: “Lo Stato, le regioni, le città metropolitane, le province e i comuni assicurano e sostengono la conservazione del patrimonio culturale e ne favoriscono la pubblica fruizione e la valorizzazione”. Non tutto il patrimonio culturale è conservato (e immagino che si potrebbe fornire alla magistratura un elenco niente male), ma in gran parte lo è. Ma quel comma dell'articolo prescrive anche altro: “la pubblica fruizione e la valorizzazione”. E qui non ci siamo affatto: come si può pubblicamente fruire di quei reperti che ho elencato in minima parte, se sono spariti chissà dove? E come li si può valorizzare se se ne ignora preconcettualmente esistenza e valore?
Caro o cara “La Legge”, grazie, grazie di cuore per l'idea. Gli avvocati in ascolto potrebbero darci una mano a preparare come Legge comanda qualche esposto?

mercoledì 12 maggio 2010

La raffinatezza della scrittura nuragica? La suggeriscono i sigilli

di Gigi Sanna

L'originalità dei minuscoli sigilli cerimoniali di Tzricotu di Cabras, veri capolavori dell'arte della scrittura di ogni tempo e luogo, la si può ammirare non solo nell'uso magistrale dei significanti (logogrammi, pittogrammi, ideogrammi, segni lineari), non solo nell'altissimo numero degli stessi in ogni singolo manufatto, non solo nell'impiego sofisticato dei numeri e delle geometrie nascoste, ma anche nella concezione stessa del sigillo.
Tutti sanno che di norma un sigillo viene riprodotto dall'artigiano scriba con la dicitura in negativo perché essa poi dovrà far sì che, una volta premuta su di una superficie morbida (creta, cera o altro ancora) si possa, più o meno agevolmente, capire il contenuto della scritta, dato spesso dal nome e/o dalla funzione del proprietario dell'oggetto certificatore di identità.
È questo il caso, per limitarci a qualche esempio, del ciondolo sigillo protocananaico di Deir Rifa studiato dallo Hamilton e presentato recentemente in questo Blog da Aba Losi oppure del sigillo sardo fittile di S. Imbenia di Alghero, ugualmente in caratteri consonantici protocananaici, risalente forse al XIII o XII secolo a.C..

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Nel disegno: trascrizione del sigillo di S. Imbenia

martedì 11 maggio 2010

Fenomenologia del silenzio

Quale che sia la personale opinione di ciascuno di noi sulla scrittura in Sardegna fra il XIV e l'VIII secolo aC, credo che tutti si possa essere d'accordo su una considerazione. La sua presenza o la sua inesistenza sono dati fondamentali per un paio di cose: l'ingresso nella storia di chi abitò l'Isola in quei sei secoli; la necessità o l'inutilità di riscrivere, sotto questi due aspetti, il conosciuto. Se così è, nessuno degli interessati direttamente e degli appassionati colti, dovrebbe stare zitto, vuoi per sostenere la presenza di tale scrittura e le sue conseguenze, vuoi per sostenere l'inconsistenza dei documenti prodotti e, ancora, e i suoi risvolti.
Capita, invece, una cosa singolare e, direi, inedita in un campo della conoscenza molto mobile qual è la giovane disciplina dell'archeologia e la più attempata epigrafia. Piomba il silenzio come dovette capitare nelle notti dei nostri antenati “cavernicoli”, in attesa che le prime luci si portassero via paura del buio e terrore del non conosciuto. Si attende, forse, che il mostruoso apparato di documenti sparisca con la fine degli incubi notturni, che chi lo esibisce si stanchi di attendere la comparsa dell'alba e si allontani, con i suoi mostri, dai dintorni della caverna.
Su questo blog, si è svolto un acceso e spesso interessante dibattito con interventi di archeologi (pochi, per la verità), appassionati competenti, curiosi a volte prevenuti a volte no. Le passioni si sono accese, lo si ricorderà, particolarmente sulle Tavolette di Tzricotu, oggetti che – credo ne possa convenire Gigi Sanna – non sono di così ovvia accettabilità. Non ci fu affatto silenzio su questi reperti né su altri documenti – penso alla iscrizione del Nuraghe Aiga – su cui si sono accese discussioni non tanto sulla scritta in sé quanto sulla loro autenticità.

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PS - Leonardo Melis e Gigi Sanna pubblicamente, molti altri per via riservata, dicono che non si strapperebbero i capelli se si rinunciasse a pubblicare i pensieri di pornografi, trolls e altri perdigiorno. Ripeto a loro quel che ho scritto privatamente a lettori francamente disgustati all'idea di camminare metaforicamente nella cacca (metaforicamente, s'intende, è riferito al camminare): si può rinunciare a capire quali siano gli istinti e le frustrazioni di una parte dei nostri simili? Forse sì visto che questo è un blog e non il gabinetto di uno psichiatra. E poi, parafrasando il vecchio direttore di Le Monde, Colombani, di tali parole, al servizio di tanta profondità di pensiero, il genere umano può senza soffrire fare a meno. E sia. [zfp]

lunedì 10 maggio 2010

Unità d'Italia: istruzioni per l'uso

Prepariamoci ad un anno di retorica e ridondanza. Quelle messe in piazza dai Fini, dai Franceschini, dai Casini fino ad ora sono una pallida idea del crescendo che ci aspetta in tema di unità d'Italia. Il presidente della Repubblica mi pare abbia avvertito il rischio e così lo esorcizza: “Retorica sarebbe una rappresentazione acritica del processo unitario, che ne lasci in ombra contraddizioni e insufficienze per esaltarne solo la dimensione ideale”. Ma anch'egli, nei suoi primi interventi, da la sensazione che – come dice Francesco Cesare Casula – l'Italia sia “l'unico Stato nel mondo che non vuole sapere quando è nato, dov'è nato e qual è la sua storia”.
Parla di Piemonte come sinonimo di Regno di Sardegna e come destinatario del movimento dei volontari provenienti dagli stati austriaci, pone la nascita dello Stato unitario nel momento in cui il Regno di Sardegna, del resto già unitario, cambia semplicemente nome. Parla addirittura di “nuovo Stato”. La storia e soprattutto i documenti dicono altro. E se una persona di grande equilibrio, conscia del fatto che la retorica è dietro l'angolo, così dice, figurarsi che cosa può venir fuori dai retori di terza fila. Vengono fuori espressioni come “Roma capitale è una montagna di luce che illumina ventisette secoli” (Ferdinando Camon).
E vengono fuori falsificazioni storiche a bizzeffe, come quella secondo cui Cavour si oppose, fino a dimettersi, all'idea di una Confederazione degli Stati esistenti sotto la presidenza onoraria del Papa. Si gioca sul fatto che non tutti conoscono i fatti e che i più, inculturati in una scuola almeno approssimativa, si fidano di quel che sentono. Mica vanno, ad esempio, a leggersi gli accordi di Plombières tra Cavour e Napoleone III. E nemmeno vanno a leggersi la lettera che il ministro sardo scrisse al Re di Sardegna di ritorno dalla cittadina di Plombières. In questa lettera, con la quale, fra l'altro, il Cavour faceva il conto dei soldati necessari per la prossima guerra (l'imperatore “incominciò col dire che era deciso di aiutare la Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l'Austria”), così illustra gli accordi raggiunti:
Dopo lunghe dissertazioni, delle quali risparmio a V. M. il racconto, noi ci saremmo posti d'accordo a un di presso sopra le seguenti basi, riconoscendo però che si potrebbero modificare dagli eventi della guerra: La Valle del Po, la Romagna e le Legazioni avrebbero costituito il Regno dell'Alta Italia, sul quale regnerebbe Casa Savoia. Al Papa si conserverebbe Roma e il territorio che la circonda. Il resto degli Stati del Papa, colla Toscana, formerebbe il Regno dell'Italia Centrale. Non si toccherebbe la circoscrizione territoriale del Regno di Napoli. I quattro Stati italiani formerebbero una Confederazione a somiglianza della Confederazione Germanica, della quale si darebbe la presidenza al Papa per consolarlo della perdita della miglior parte de' suoi Stati. Questo assetto mi pare interamente accettabile”.
Tutto questo non capitò in decenni lontani dal 1861: successe appena tre anni prima, nel luglio del 1858 e il trattato fu firmato a fine gennaio dell'anno successivo. Far conoscere o nascondere? Gli storici naturalmente sanno, perché quelli di regime nascondono, pur sapendo che questa conoscenza non cambierebbe lo stato delle cose? Una spiegazione è che la conoscenza delle contraddizioni esistenti all'epoca darebbe un quadro non idilliaco, diverso della supposta concordia che avrebbe animato tutti i protagonisti del risorgimento italiano, limitandosi i dissidi a simpatici tic caratteriali. Cavour e Garibaldi? Non si erano simpatici, tutto qui, ma poi erano d'accordo su tutto. Per il resto basta nascondere che il primo accusava – dimettendosi da primo ministro – il secondo di avventurismo e di rischiar di far scoppiare una guerra tra Sardegna e Francia. Occhio non vede, cuore non duole e, soprattutto, chi se ne importa della storia? L'importante è avere a disposizione una vulgata convincente e spacciarla come storia.

domenica 9 maggio 2010

La Stele di Pozzomaggiore sposta di un millennio la civiltà romana

di Stella del mattino e della sera

La stele di Pozzomaggiore, in un primo tempo falsamente ritenuta Nuragica, ma in realtà scritta in caratteri latini, trova eccezionali elementi di riscontro nelle miniere del Sinai di Serabit-el-Khadim*. In particolare l'elemento “serpentello+segno del 4”, una variante di IV, è riprodotto in modo pressoché identico. Occorre riscrivere la storia! La splendente civiltà romana esisteva già nel secondo millennio a.C., capaci dirigenti sfruttavano le miniere del Sinai a fianco dei faraoni Egiziani, forse identificabili con gli stranieri Hyksos. Inutile dire che l'eccezionale documento sposta indietro di oltre 1500 anni la conquista romana della nostra più bella isola.
Con buona pace dei vari indipendentisti, nazionalisti, federalisti, linguisti che infestano le nostre spiagge più belle. Impossibile sapere come il professor Sanna ha preso la notizia, visto che ha fatto perdere ogni sua traccia. La datazione del documento, facilmente eseguibile con la tecnica della termoluminescenza, ci darà presto conferma della straordinaria scoperta. Dovremo riscrivere i libri di storia e parlare non più di porto-sinaitico ma di proto-romano! Finalmente la città capitolina prenderà il posto che le spetta nella storia antica del pianeta.

United Kingdom e disinformatsia made in Italy

Gran parte dei giornali che si sono occupati dello scontro fra Conservatori, Liberal democratici e Laburisti ha parlato di elezioni in Gran Bretagna (o, a scelta in Inghilterra), ignorando che, invece, si sono svolte nel Regno unito. E se quello stato così si chiama, qualche ragione dovrà pur esserci, anche se – lo capisco – parlare delle quattro nazioni che lo compongono è imbarazzante per chi è già immerso nel clima di retorica parossistica del 150° della “Unità d'Italia”, un popolo, una nazione, una lingua.
Peccato, perché avrebbero potuto informarci che, sì, i conservatori hanno vinto nella nazione inglese ma hanno perso nelle altre tre nazioni: Irlanda del Nord, Scozia e Galles che insieme alla prima costituiscono, appunto, l'United Kingdom, il Regno unito. Avrebbero potuto informarci che nell'Irlanda del Nord i tre partiti inglesi neppure erano presenti con il loro nome, che in Scozia il Partito nazionale scozzese è il secondo partito dopo il laburista, che nel Galles, dove hanno stravinto i laburisti, era presente il Playd Cymru, i nazionalisti gallesi, cioè.
Così, forse qualcuno dei frequentatori del blog avrà interesse alla supplenza di informazioni che è in grado di fare. Non perché questo cambi il risultato elettorale nel Regno unito, ma solo per il gusto di sapere e di avere una informazione tantino più completa di quella fornita da chi si sente investito della missione di decidere che cosa è giusto conoscere e che cosa, invece, no.
Partiamo dall'Irlanda del Nord, dove in termini di voti ha vinto l'indipendentista Sinn Fein (25,5%), anche se in termini di seggi ha vinto l'unionista Democratic Unionist Party (25%, 8 seggi contro i 5 del Sinn Fein). In Scozia, i laburisti hanno ottenuto il 42% e 41 seggi, il Partito nazionale scozzese il 19,9% e 6 seggi, i liberal democratici il 18,9% e 11 seggi, i conservatori il 16,7% e un solo seggio. Anche nel Galles hanno vinto i laburisti col 36,2% e 26 seggi; i conservatori hanno avuto il 26,1% e 8 seggi, i liberal democratici il 20,1% e 3 seggi, il Plaid Cymru il 13,3% e 3 seggi.

venerdì 7 maggio 2010

Mezus manchet su pane, ma non s'autonomia

“Mezus manchet su pane ma non s'autonomia” è il titolo del seminario organizzato ad Orgosolo per discutere della proposta di Carta de Logu noa pro sa natzione sarda, fatta dal Comitato per lo Statuto. È la prima volta, a quel che so, che questo testo (lo trovi nel mio sito) è sottoposto alla discussione pubblica. Un'occasione che, chi può, non dovrebbe lasciarsi scappare.
Il seminario, che si terrà domani, sabato 8 maggio, nell'aula consiliare di Orgosolo a cominciare dalle 9.30 di avvarrà di quattro relazioni:
“Le ragioni storiche dell'autonomia speciale”, svolta da Francesco Cesare Casula;
“Autoguvernu de sos sardos e deretu internatzionale”, di Gianfranco Pintore;
“Federalismo economico e fiscale nel nuovo Statuto e Sardinia Free Zone”, di Mario Carboni;
“Sa limba sarda in s'Istatutu nou”, svolta da Diego Corraine.
Le quattro relazioni saranno intervallate da interventi e da domande di chi vorrà partecipare attivamente alla discussione.

mercoledì 5 maggio 2010

Su Magasinu? Eja. In sardu

Sos betzos semus pagu prus o mancu avesos a iscrìere e a lèghere in sardu. Chi bi provent sos pitzocos de s'Universidade sarda est cosa noa e ispantosa. "Eja", periòdicu còmpridu a su de tres nùmeros, e "Su magasinu", cuncordadu unu grustu de istudentes de sa Facultade de Limbas de Casteddu, sunt essidos custas dies. E bos los presento, cumbidende a chie cheret de si los iscarrigare in pdf.

Pro Eja incarcade inoghe, pro Su Magasinu inoghe

All'alba dei Popoli del mare

di Pierluigi Montalbano

Ci fu un tempo in cui gli antenati della maggior parte dei popoli d'Europa e di alcuni dell'Asia furono un unico popolo che abitava un'unica Patria. Questa è la realtà assoluta che la linguistica ci ha rivelato. Da dove venivano questi popoli? Renfrew identifica la nascita della civiltà indoeuropea con lo sviluppo della civiltà neolitica anatolica del 7500 a.C.. La Gimbutas teorizza un'antica Europa prima del 4500 a.C. non indoeuropea, legata al culto della Dea Madre, con gli aspetti di una civiltà agricola sedentaria e pacifica. Invasori provenienti dall'area ucraina in tre ondate successive, fra i 4500 e il 2500 a.C., avrebbero determinato la fine di quest'epoca aurea, con l'introduzione di una realtà patriarcale, nomado-pastorale e bellicosa.
La totale mancanza di riscontri archeologici probanti su questo territorio, e la presenza di elementi come la svastica o altre simbologie indoeuropee in epoche molto più antiche, sarebbero sufficienti a togliere in un solo colpo di mezzo teorie che hanno tanto contribuito ad allontanarci dalla verità. I linguisti indoeuropeisti sono in grado di stabilire quali lingue sono indoeuropee e quali no mediante un metodo definito comparativo: tutte sono trasformazioni nel tempo di una lingua più antica. La maggior prossimità linguistica si determina fra il linguaggio geograficamente più vicino e la maggior lontananza tra le lingue fisicamente più lontane. La realtà è che le lingue più vicine sono spesso geograficamente agli antipodi.
Gli indoeuropee non costituiscono una razza ma una civiltà, un insieme di culture. Le lingue indoeuropee più antiche giunte fino a noi sono quelle anatoliche, cioè l'ittita e le precedenti lingue luvie, i più antichi esempi di scrittura indoeuropea pervenutici. Il neolitico e il calcolitico non hanno lasciato sufficienti tracce linguistiche che possono essere individuate. È necessario attendere il 3000 a.C. o poco prima perché si delinei linguisticamente un panorama di certezze. Compare infatti per la prima volta, accanto al sumero e all'egizio, il semita, individuato nella lingua accadica.

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Nel disegno: I Pheleset all'assedio di Troia, dal sito Shardana

lunedì 3 maggio 2010

I disegni riseppelllti di Sa Pala Larga

Queste foto, scattate da Antonello Porcu, stanno facendo il giro di Internet e dunque del mondo. Riguardano sa domo de jana di Sa Pala Larga, nel comune di Bonorva, non molto distanza da Sant'Andrea Priu. La splendida tomba, la n. 7, resterà chi sa per quanto tempo, sepolta sotto un grande masso e uno strato di terra: così ha deciso la Soprintendenza archeologica che per quasi due anni ha condotto gli scavi.
Le foto di Antonello Porcu, che gestisce un agriturismo da quelle parti, riprendono, come si può vedere più dettagliatamente nei siti Archaeo News e Galileo, un sacello lungo un metro dipinto con sette spirali rosso e ocra e con il soffitto decorato in bianco e in blu. Secondo i due siti, la Soprintendenza avrebbe deciso di sigillare la domo se jana per preservarla da vandali e tombaroli.
Una decisione di per sé ineccepibile, se presa in vista di un programma di finanziamento che ne consenta, il più presto possibile, l'apertura. E vorremmo poter credere che così sia.
Quel che inquieta è il fatto che di una così eccezionale scoperta siamo venuti a sapere non da una conferenza stampa, da una pubblicazione, un annuncio o che so io. Ma per iniziativa di due giornalisti di Archaeo News, Paola Arosio e Diego Meozzi, che hanno pubblicato fotografie non fornite dalla Soprintendenza, ma da un intraprendente appassionato. È da maligni pensare che, altrimenti, di questa meraviglia avremmo saputo chissà quando? I due giornalisti, nel loro articolo, suggeriscono di scrivere alla Soprintendenza di Sassari e Nuoro ( e-mail: bmassabo@arti.beniculturali.it) per sollecitarla ad disseppellire la domo de jana. Proviamo a farlo.

La Dea Ragione ha il suo blog. A ça ira ça ira...

I seguaci della Dea Ragione hanno finalmente il loro blog. È un'ottima cosa che, personalmente, saluto con grande favore e non solo perché, intenti come saranno a contemplare il proprio ombelico, forse si disinteresseranno di noi vandeani, cialtroni, frustrati, giocatori di bocce e vanfaculati. L'idea mi piace perché da tempo auspicavo che il club dei negazionisti tutto ciò che non è codice e canone producesse qualcosa di diverso dall'insulto. Magari con il sarcasmo di cui una adepta è particolarmente maestra e che è riflesso nel titolo del blog: Archeologgia nuraggica. Vi ci vorrà qualche tempo per comprendere fino in fondo la sottile ironia di quelle doppie “g”, ma ne varrà la pena.
Noi, i vandeani, continueremo a trastullarci con le nostre scritture nuragiche, con i nostri nuraghi astronomicamente allineati, con i nostri shardana, le nostre spade bronze, le nostre comparazioni fra scritte ugaritice al di qua e al di là del mare e con tutto ciò che la nostra perifericità rispetto ai Lumi ci farà inventare. Di tanto in tanto, naturalmente, avremmo bisogno di abbeverarci alla Verità ed eccolo là pronto il luogo geometrico della Ragione. Lì tra una trivialità, molto rivoluzionaria si sa, una manciata di ingiurie e di calambour su nomi e cognomi e molto sovversivi peti e rutti, si potrà intravedere la Luce.
Il ça ira è già cantato a squarciagola in un tripudio giacobino di coccarde e di ombre, sullo sfondo, di ghiglottine ansione di tagliare teste. Sì, perché i Montagnard non ce l'hanno solo con noi vandeani, sono all'attacco dei girondini alla Alfonso Stiglitz, un caro amico che, sfuggito alle seduzioni della Vandea, si credeva al riparo almeno fino a Rivoluzione conclusa. Ma da girondino autonomista qual è, non ti va a “cianciare di alterità” e, per di più, “scrive in una prosa incomprensibile”, in sardo?
Ah ça ira ça ira ça ira /
Les aristocrates à la lanterne / Ah ça ira ça ira ça ira / Les aristocrates on les pendra / Et quand on les aura tous pendus, / On leur fichera la pelle au cul! E poi tutti a casa a rimirare nello specchio i terribili coraggiosi che vi si vedono riflessi.

domenica 2 maggio 2010

Sa die de sa Sardigna o sull’intolleranza

di * * *

Da partecipante ad un incontro sulla festa del popolo sardo, ho avuto occasione di sperimentare, ancora una volta, come il trito e ritrito detto che ci riguarda: pocos, locos y male unidos, abbia la sua buona ragion d’essere. L’intenzione era quella di mettere a confronto due modi di pensare la nostra storia, ritenuti non incompatibili fra di loro, di fronte a un pubblico, la mattina, di studenti delle scuole medie inferiori e superiori e, la sera, di adulti.
I relatori scelti per l’incontro erano, il Professor Francesco Cesare Casula, che in materia di storia gioca in casa e sul velluto, e Franciscu Sedda, semiologo, docente presso le università di Roma “Tor Vergata” e “La Sapienza” oltre che nell’università di Sassari. L’incontro si è tenuto il 27 e non il 28, giorno della ricorrenza de sa Die, per dare la possibilità alle scuole di essere presenti. Qualche considerazione si potrebbe fare su come si “festeggiano” date come questa. Ora, però, non pare il caso.
Gli studenti erano quelli della scuola media e del liceo scientifico di Isili. Alla ripresa nel pomeriggio erano presenti cittadini di Isili e del Sarcidano. C’è da dire che all’incontro pomeridiano il Professor Casula non ha potuto partecipare per sopravenute esigenze di carattere familiare. Il pensiero dello storico di Sardegna è sicuramente noto a chi conosca la sua opera e abbia letto i suoi articoli pubblicati spessissimo sull’Unione Sarda e anche su questo blog. Si può provare a riassumerlo, in maniera approssimativa e sommaria, dicendo che lo studio e la narrazione della “storia patria” debba avere per oggetto lo stato. Altrimenti si fanno e si raccontano altre storie che patrie non sono. Si farà, magari, antropologia, sociologia, etnologia e tutte le altre …ologie che si preferiscono o, più semplicemente, la storia di una famiglia, di un paese, di un territorio ma non saranno storia patria; saranno, come detto, altre storie.
Se la storia che ci interessa è quella dello stato in cui, attualmente, oggi come oggi, è inserita la Sardegna, Regione cosiddetta Autonoma dello stato italiano, ci dobbiamo chiedere, come prima cosa, quando e come sia nato lo stato in questione. Sarà stata la metafora utilizzata dal Professore per cercare di far capire ai ragazzi un concetto astratto come quello di stato (lo stato è come un’automobile che trasporta dei passeggeri, i cittadini o i sudditi, a seconda, guidata da un conducente, il governo) o chi sa cos’altro, fatto sta che si è innescato un meccanismo di rifiuto che, di pomeriggio si è manifestato come intolleranza bella e buona.
Probabilmente, Casula si è cercato di impiccarlo (da quando il linciaggio non va più di moda, si fa così) alle proprie parole. Che i cittadini, gli Uomini, siano stati considerati meno importanti della macchina, nell’analisi del Professore, è stato considerato blasfemo. Era tutto uno stracciar di vesti: ha bestemmiato, ha bestemmiato, a noi devono interessare gli uomini, non le macchine. Ringrazi, lo storico, che non siamo più ai tempi di Galileo, altrimenti almeno un’abiura, laica, risorgimentale forse no, ma illuministica senz’altro, gliela avrebbero pretesa.
Bisogna dire che la mattina, fin che il Professore era presente, i toni si sono mantenuti pacati, il savoir faire ha prevalso; andato via lui si son cominciati a vedere i primi calci negli stinchi. Ma è di pomeriggio, di fronte al pubblico adulto ed elettore, che ha avuto libero corso la denigrazione anche se, di tanto in tanto, condita di riconoscimenti allo storico in quei passaggi della sua opera che tornavano utili alla tesi di chi lo contestava: Casula, lì ti dovevi fermare, il resto sono falsità, deliri e prese per i fondelli del Popolo Sardo.
Cosa abbia detto il Professore di così orripilante che offende la stessa Carta dei Diritti dell’Uomo, non si sa proprio. Sarà per il fatto che gli sia incautamente sfuggito che a fondare quello stato, il nostro che ci piaccia o meno, fin che ce ne facciamo un altro, sono stati gli Aragonesi e non gli Arborensi? Che abbiano chiamato Regno di Sardegna la nostra Isola, mentre era solamente una colonia, sfruttata e angariata, prima di Aragona e poi di Spagna? Che il Regno di Sardegna abbia continuato a chiamarsi in questo modo fino al 1861? Quando la gran parte di esso era in territorio della penisola italiana? Che i Piemontesi abbiano continuato l’opera degli Spagnoli, tenendoci sottomessi e abbrutiti? Che Giovanni Maria Angioy non sia riuscito a realizzare la rivoluzione illuminista in Sardegna, sotto l’alto e disinteressato patronato della Francia, allora repubblicana e subito dopo imperiale? Che il Po, fosse, nelle carte geografiche del tempo considerato un fiume sardo? Che Mazzini avesse un passaporto sardo? Che i confini sulle Alpi fossero i confini della Sardegna, intesa come regno? Che colpa ha il professor Casula di tutto questo? Se questa è la verità storica, perché nasconderla? Ci conviene nasconderla? O non potremmo utilizzarla, in qualche modo, a nostro vantaggio?

Rispetto, ovviamente, il tuo desiderio di anonimato. Non te la prendere e neppure stupisciti. Il sacro furore ideologico è una delle componenti fondamentali dell'infantilismo. Te lo dice uno che ne è rimasto afflitto a lungo, almeno fino ai vent'anni. E' quando uno si accorge che la storia è una brutta bestia, indifferente agli innamoramenti personali, che decide di farci i conti e di capire, per quel che può, che persino una storia, apparentemente posta di traverso ai propri ideologismi, ha molto da insegnare. Come dici tu, si può "utilizzare a nostro vantaggio". Ma per farlo, bisogna mettere gli "ismi" da una parte, rendersi conto che la politica è cosa diversa dal Verbo, che si serve di ideali e di progetti, sì, ma ha l'umiltà e la forza di fare i conti con la realtà. Quella vera, non quella che nasce nella nostra testa che, per quanto capiente sia, contiene meno idee di quante stelle ci siano nell'universo. [zfp]