martedì 31 agosto 2010

Un altro scarabeo con la shin ed un toro. Ed una rosa


di Atropa Belladonna

C’è tanto poco in inglese che riguardi la Sardegna, che la ricerca è facile e velocissima: basta digitare “Tharros scarab” e si arriva immediatamente al Classical Phoenician Scarab Corpus. E basta digitare “letter” nella ricerca e si trovano, non tanti, scarabei che recano delle lettere scritte, il 99% dei quali vengono dalla Sardegna. Il più bello dei quali è quel Toro con in testa una shin, un toro di faccia, anche questa una specialità tharrense. Che ci sia una shin non lo dico io, ma la didascalia: “Cagliari 19817, from Tharros. Atti I.Conv.Ital. pl. 13.7. BH. Facing head, letter above (sin). III” (III indica III secolo a.C.).
Lo scarabeo in mezzo è circa 300 anni più vecchio e reca una divinità taurina ed una shin, non in alfabeto fenicio-punico ma in ugaritico. La terza è una rosa, per augurare un bellissimo compleanno al nostro anfitrione.

lunedì 30 agosto 2010

Buona idea sen. Cabras. La metta per iscritto, prego

di F. Cesare Casula e G. Franco Pintore

Io sono per uno Statuto al limite dell'indipendenza. Lo Stato deve pensare solo alla difesa e a battere moneta. Per tutto il resto c'è la Regione, perché si presume che in loco ci siano maggiori sensibilità”. Così pensa il senatore Antonello Cabras, del Pd, e così ha detto all'Unione sarda. Da coautori (insieme ad un bel gruppo di altri amici) della proposta di “Carta de Logu noa de sa natzione sarda” non potremmo che essere felici: l'idea che la Sardegna debba avere tutti i poteri e le competenze, salvo quelli che meglio sono esercitabili dallo Stato centrale, è dal 2007 la nostra idea.
Anzi, ci sentiamo scavalcati dall'audacia del senatore del Pd. Secondo la nostra proposta, le competenze dello Stato dovrebbero essere quattro: difesa militare del territorio dello Stato; moneta; amministrazione della giustizia; rapporti diplomatici con stati terzi. Per Cabras dovrebbero essere due, uno dei quali, quello di battere moneta, assolutamente inutile, visto che è l'Unione europea a farlo. Dispostissimi però – noi due, chiaro – a fare l'ulteriore passo in avanti verso questa autonomia speciale “al limite dell'indipendenza” voluta da Cabras.
Voluta? Se davvero questa è la sua idea (e non solo un espediente per meglio poter attaccare il governo regionale, cosa che nell'intervista con l'Unione fa), non avrebbe potuto metterla nero su bianco nel suo disegno di legge presentato meno di quattro mesi fa? Forse sarebbe stato più credibile e meno sospettabile di strumentalità, per l'uso della sua voglia di sovranità in una polemica politica pur legittima e, per quanto riguarda lo Statuto, fondata. Invece, tra la sua idea consegnata ai media e quella consegnata alla ufficialità di un disegno di legge costituzionale, ci sono incomprensibili differenze. Altro che due sole: fra potestà concorrenti e assolute, allo Stato sono affidate ben 29 competenze. È pur sempre possibile che dal 4 maggio 2010 (data della presentazione del ddl) e il 29 agosto (data dell'intervista), Antonello Cabras abbia affinato la sua idea. Ma perché non farlo anche nella sua proposta parlamentare?
Detto questo, non si può negare che con la presa di posizione di Cabras e il Manifesto dei sindacati, oltre che con la Mozione dei sardisti sull'indipendenza, la discussione sul nuovo Statuto di autonomia speciale stia imboccando la strada giusta, quella del confronto. Quel che è difficile da capire è perché dai materiali di discussione sia sparita la proposta del nostro Comitato per lo Statuto, teoricamente fatta propria dal centrodestra fin dagli inizi e concretamente trasformata in disegno di legge costituzionale dal senatore Piergiorgio Massidda, anch'esso del centrodestra.
Intorno al 15 di settembre, il Consiglio regionale aprirà una sessione costituente. Come spesso capita nella nostra terra, diffidenze, gelosie, mancanza di coraggio rischiano di avere la meglio, spingendo le forze politiche ad azzerare quel che fino a questo momento si è elaborato in fatto di proposte concrete. Chi sa? Speriamo che il Consiglio regionale abbia la consapevolezza che niente è come prima, in materia di diritti internazionali dei popoli, dopo l'autorevole sentenza della Corte internazionale dell'Aja sulla legittimità della dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo. La dialettica politica, lo scontro fra apposte forze politiche, la voglia di protagonismo che le agitano, hanno mille altri campi in cui dispiegarsi: quello del futuro dell'autogoverno della Sardegna non può essere fra questi.

La shin ugaritica nello scarabeo di Tharros


di Atropa Belladonna

Alle pagine 329-332 di Sardȏa Grammata, Gigi Sanna ci mostra uno scarabeo da Tharros, a suo tempo (1862) pubblicato dallo Spano e ripubblicato da F. Vattioni nel 1981 e da Garbini nel 1997, a pg. 255 del suo libro “I Filistei. Gli antagonisti di Israele”. Convenzionalmente datato in età fenicio-punica (VII-VI secolo a.C.), per il Garbini è una delle prove che i Filistei fondarono Tharros, in quanto recherebbe la dicitura b'l dgn (lettere in rosso), cioè Baal Dagon, essendo Dagon un dio esclusivamente filisteo nel I millennio a.C.
Se la traslitterazione è dubbia (la L e la D non sono molto convincenti), mi convince ancora meno lo spezzare il nome divino, visto che a destra c’era posto e, da questo, la collocazione storica e culturale dell’oggetto. Ma quello che mi ha colpito è la presenza di una shin di alfabeto cuneiforme ugaritico, posta immediatamente al di sotto della composizione che potremmo definire “donna con una-gamba sola e con bambino cornuto”. Che ci fa una lettera di un alfabeto che, nella sua terra di origine, era estinto da quattro o cinquecento anni? La risposta è, naturalmente, boh.
Sicuramente lo Spano non conosceva, nel 1862, l’alfabeto ugaritico, quindi come falsario sarebbe precario; l’unico dubbio è che non abbia riportato in modo esatto il disegno. Può avere pensato che fosse una (bruttina) decorazione, la forma a cuneo è però inequivocabile. Lo standard unicode per la lettera riporta solo una variante, in realtà ve ne sono altre, ben più “simmetriche” e ben documentate dalle foto dei testi. Della posizione della shin ugaritica e della sua “commistione” con la than (e delle sue conseguenze riguardo agli Shardana) si è già detto più volte: la shin degli alfabeti semitici successivi occuperà la posizione di quest’ultima, accorpando in un unico segno i due fonemi ugaritici. Ma la shin rimase ed è tutt’oggi una lettera di grande valenza sacrale. Un esempio è la shin incisa sulle mezuzah, scrigni che contengono lo Shema Israel: in questo caso indica il nome divino Shaddai. Per lo stesso motivo i sacerdoti Kohen formano con le mani una shin durante la “benedizione sacerdotale”. Il vulcaniano Spock ne faceva, come saluto, una versione “a metà”.
Dunque, che ci fa qua questa shin non solo fuori luogo ma anche fuori tempo? Non avanzo ipotesi, la mostro e basta. Tra tutti gli scarabei e i sigilli “filistei” di Garbini (ringrazio chi mi ha fornito le pagine documentarie), è presente solo nello scarabeo di Tharros.

sabato 28 agosto 2010

La barchetta nuragica di Teti? Fantarcheologia anch'essa?

L'avessi saputo prima sarei stato stamattina ad ascoltare la dr Maria Ausilia Fadda che nel villaggio nuragico di S'Urbale di Teti – leggo nel programma dell'Ichnusa Festival – dovrebbe oggi parlare della vita di tutti i giorni nel borgo nuragico. E farlo “prestando il più possibile fede ai fatti e non alla fanta-archeologia”. Ottimo approccio, dato che non se ne può più dei fantarcheologi che, per esempio, hanno prestato fede non “ai fatti” (la inesistenza della barchetta fittile di Teti), ma alle suggestioni fantarcheologiche di chi in una barchetta inesistente ha costruito una storia di iscrizioni molto antiche.
Come si può credere che rechi tracce di iscrizioni una cosa che, a dispetto delle foto che la ritraggono, notoriamente non esiste? La dottoressa Fadda, per la verità, scavò S'Urbale e nel villaggio trovò un sacco di reperti: nessuna citazione sulla barchetta fittile. Né se ne trova nel portale della Regione Sardegnacultura, non nella libreria digitale della Regione, non nel sito del Museo di Teti, dove qualcuno fotografò la barchetta inesistente, non nella guida al Museo di Nuoro scritta dalla dr Fadda. Del resto, come pretendere che una archeologa seria si occupi di una barchetta fittile che non esiste? questa è roba da fantarcheologi. Ancora ancora si trattasse di una delle solite navicelle fittili, ma questa pretende di essere anche iscritta, il che, non potendo essere, non è. Anzi non c'è. La rapida sua comparsa fu al massimo un'illusione ottica, un ectoplasma materializzatosi giusto il tempo per essere fotografato e poi tornare nel nulla della fantarcheologia.
Non bastasse la fantarcheologia, nello studio e nelle descrizioni di emergenze e fatti del nostro passato fa, del resto, capolino anche la fantascienza più osée. Tipo “Ritorno al futuro”, tanto per intenderci. Eccone un esempio. Si parla, in un libretto edito dal Comune di Orune nel luglio 1999, del Tempio di Su Tempiesu e vi si legge che esso “ricorda modelli protovillanoviani classici, seppure interpretati con una tecnica edilizia prettamente nuragica”. Dal che si ricava che gente, vissuta nella penisola italica fra il 1150 e il 900 aC, ha ispirato altra gente, vissuta in Sardegna, uno o due secoli prima. La macchina del tempo ha portato i protovillanoviani indietro nel futuro della Sardegna? O ha portato i sardi avanti nel futuro di Villanova? Difficile dirlo. L'unica sarebbe chiederlo all'autrice del racconto fantascientifico. La dottoressa Maria Ausilia Fadda.

Nella foto: il fantasma della barchetta di Teti

Giai chi seus chistionendu de beridadi

de Elio

Ascurta ascurta su sonetu de Simone Argiolas sa conca s’ind’est andàda po contu suu, sighi sighi a su ch’iat lìgiu sa dia nantis in su giornali a cumentariu de Cossiga, non de sa morti ma de sa vida sua. S’articulu de su Corriere milanesu, fut de giobia de cida passada ma ndidh’anti torrau lunis in su giornali chi donant paris cun s’Unione Sarda.
Amisturu, amisturu cun su Presidenti Emeritu in custa conca sciadhia de custu cabudu de austu, dhui fut puru sa poesia de Forico Sechi, “Cun Bois Pastores”, torrada de ‘maimone’ a cumentariu de “Noi pastori” all’ordine del giorno”.
No’ iscìu e-cumenti, at a essiri su lati de brebei cun is isciampitadas de i-cudhu piciochedhu de Galtellì (mirai ca est bravixedhu meda, mih), m’anti fatu su matessi efetu chi mi podit fari su lati cundiu cun axedu: mi pigat a furriadura de istogumu. Pentzendidhoi beni, perou, sa crupa non fudi de sa fisarmonica e de su passu torrau: a mi fai axedari su lati funturu totu’ is catzadas chi, comenti naràt su giornalista de su Corriere, funt acabbadas in ‘rete’ contras a Cossiga po su chi at fatu e at nau, e prus e prusu, in totu sa vida sua. Mancu Andreotti nc’est arrennèsciu a ndi pensari s’unu po centu de su chi at fatu su Tattaresu, no’ a ndi fari, a ndi pentzari feti.
Deu non dha tengiu cun chini sparat catzadas, donniunu est bonu meri de na’i su chi bolit, sarvu a cherella contraria. E no’ est tantis su fatu chi cudhu non potzat arrispundiri, mortu cumenti esti, cantu su biri comenti arrexonat, in dì de oi, sa prus parti de sa genti. A giai totus nci dhis e’i intrada in conca, po mori chi s’inci dha anti fata intrari, s’idea ca est sempiri crupa de calancun’atru, candu is cosas non girant comenti s’iat a praxi.

Sighi a lèghere

venerdì 27 agosto 2010

Giganti di Monte Prama: ecco quando sono nati e da chi

di Pierluigi Montalbano

Il ritrovamento nel 1974 degli oltre 5000 frammenti di statue che hanno consentito la ricostruzione, che ancora oggi procede, dei “Giganti di Monte Prama” consente di aggiungere un piccolo tassello alla cronologia della storia della Sardegna. Insieme alle statue, il lavoro di restauro curato dai tecnici del centro di Li Punti ha riportato in essere alcuni nuraghe miniaturizzati a una o più torri. Pur essendo poco rilevante per questo lavoro stabilire il ruolo dei personaggi rappresentati, e la funzione simbolica dei nuraghe miniaturizzati, lo studio iconografico indica con precisione chi furono i committenti di queste sculture e chiarisce, senza alcun dubbio, che la civiltà nuragica era capace di organizzare tecnicamente e ideologicamente la rappresentazione della propria cultura. È chiaro l’intento di autocelebrarsi da parte di una o più comunità che si riconoscevano nei nuraghe e nei guerrieri rappresentati anche nei bronzetti, alcuni dei quali coevi.
Considerato che nessun ricercatore registra per quel periodo dati archeologici che mostrano tracce di guerre importanti, si tratta dunque della rappresentazione di eroi di guerre del passato scolpiti in posa da parata, ma occorre segnalare che uno studioso afferma che i Guerrieri di Monte Prama erano la guardia del corpo del Sardus Pater, dio nazionale dei Nuragici, nel tempio a lui dedicato nel Sinis.
Il più importante testo scritto sardo che l’archeologia indaga ormai da oltre un secolo, è la Stele di Nora. Nella sua traduzione si sono cimentati numerosi studiosi senza arrivare, per il momento, ad una condivisione di significato. In questa stele, scritta in caratteri fenici, non si segnalano al momento incisioni la cui traduzione riporti a battaglie. Anch’essa è cronologicamente inquadrabile all’epoca delle statue di Monte Prama.
I segni di scrittura finora ritrovati ed esaminati su altri manufatti, ad esempio nei lingotti ox-hide in rame e in alcune ceramiche, indicano misure ponderali, timbri di botteghe metallurgiche o, secondo qualche studioso, simboli religiosi. Nulla, quindi, che mostra battaglie epiche, invasioni e trattati di pace, niente di tanto rilevante da essere scolpito nella pietra, così come accadde, invece, in Egitto all’epoca dei faraoni ramessidi. Le statue rappresentano personaggi facenti parte di un mito entrato nella tradizione dei sardi nuragici, ed essendo in pietra sono frutto della volontà, da parte dei committenti, di immortalare questo mito in maniera durevole.

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Nella foto: nuraghe-betili di Monte Prama

Shema e i suoi Shardana

di Leonardo Melis

Il libro dei Re non è esente da [...] critiche di copiatura e appropriazione indebita. Potremmo scrivere un altro capitolo intero a proposito, ma ci limiteremo a quel re più conosciuto per grandezza (presunta), ricchezza (presunta) e saggezza (anche qui ci sarebbe tanto da dire, ma non è questo il momento). Citeremo una importante scoperta archeologica impropriamente attribuita a questo re.
Stiamo parlando delle stalle di Salomone scoperte nella fortezza di Megiddo. Scoperta che ha portato gli studiosi ad affermare che Salomone prestò cavalli e cavalieri agli Assiri. Così non è. Possiamo affermarlo grazie agli scritti di questo popolo di guerrafondai che però aveva anche doti di ottimi scriba che trascrivevano e annottavano scrupolosamente fatti e protagonisti delle loro imprese. Così troviamo scritto che Sargon II aveva un reparto speciale di carristi assoldati fra le tribù del Nord d’Israele e una guardia del corpo composta da guerrieri di tali tribù.
Non cita quali, ma noi sappiamo trattarsi degli stessi che i faraoni e altri re e imperatori prediligevano su tutti: i Shardana. In questo caso si tratta della Tribù di Dan, prova ne sia il nome del comandante, che risponde al nome piuttosto diffuso in Sardinia ancora oggi: Shema!
Di un altro probabile antenato di questo generale abbiamo addirittura il sigillo. Tale sigillo ha permesso di datare l'inizio del Regno del Nord. Il sigillo era infatti quello del primo ministro di Jeroboamo, primo re "di Israele". Il nome del ministro? sempre quello: Shema Sempre un cognome tipico Sardo e sempre proveniente da quelle Tribù che componevano il regno d'Israele, composto da gente dei Popoli del Mare, Shardana compresi. Una stele rappresentante un “demone con le corna” simile alle raffigurazioni dei bronzetti shardana e ai menhir antropomorfi di Laconi (Sardinia) è stata trovata in un centro vicino a Dan.
Noi l’avevamo proposta nel nostro primo libro e la riproponiamo adesso, a conferma della presenza dei Popoli del Mare nella Terra chiamata “Regno d’Israele”. In un altro scritto troviamo che Salmanassar annota che contro di lui si era formata un’alleanza di re, fra i quali il più potente era il Re d’Israele. Egli schierava 10.000 uomini e 200 carri da guerra. Questo accadeva nel 853 a.C. Alla luce di questi fatti pensiamo che le famigerate stalle di Salomone appartenessero invece a un altro re, molto più potente, il tanto vituperato (dagli scritti del regno di Juda) Akab, re d’Israele.
Ps: il testo e il sigillo sono tratti da: "Shardana Jenesi degli Urim" di Leonardo Melis

Giganti di Monte Prama a Teulada

Si svolgerà sabato 28 Agosto a partire dalle 18 la serata organizzata dall'associazione culturale Is Sinnus, dedicata alle statue dei "Giganti di Monte Prama" presso i giardini del Palazzo Sanjust a Teulada.
La giornata sarà allietata da una mostra di prodotti artigianali locali e, a conclusione della giornata, dalla esibizione, in Piazza Fontana, di due gruppi musicali. Per l'occasione sarà presentato un lavoro sulla cronologia delle statue, attestate fra 950 e 850 a.C. e attualmente in restauro a Li Punti.
Ospiti d'onore il Prof. Giovanni Ugas docente di preistoria all'Università di Cagliari, il Dr. Pierluigi Montalbano scrittore del libro "SHRDN signori del mare e del metallo", e il Prof. Franciscu Sedda, docente di semiotica all'Università di Tor Vergata di Roma.
Per l'occasione la LUMS, Libera Universidade Mediterranea Sarda, ha concesso una copia di arciere gigante che sarà esposto nella Piazza principale della cittadina.

PS - Questa sera sul blog lo studio di Pierluigi Montalbano sui Giganti di Monte Prama

mercoledì 25 agosto 2010

Una vana corsa a tappare buco dopo buco

È più facile dirlo che farlo, ma sembra chiaro che la politica abbia perso l'occasione di trasformare la crisi industriale che ha investito la Sardegna in occasione per ripensare ad un modello di sviluppo diverso da quello in crisi. Le risorse intellettuali della nostra classe dirigente (politica, sindacale, imprenditoriale, culturale) sono state impiegate in una affannosa, e per di più inutile, corsa a tappare i buchi che la crisi internazionale andava aprendo in tutti i sistemi industriali locali: petrolchimico, metallurgico e tessile.
Sono una cinquantina le aziende che nel 2010 hanno messo i propri dipendenti in cassa integrazione, da quelle che sono approdate alle prime pagine dei giornali (Euralluminia, Vinyls, Portovesme, Legler) ad altre, come il Salumificio Murru e alla Vip Sardegna agroalimentare, che non hanno avuto questo onore. La Sardegna paga, quasi ovunque, lo scotto di una sciagurata politica di industrializzazione in cui si mescolano insipienze e complicità locali e politiche statali neo coloniali.
Le prime (in sintonia tutte, o quasi, le forze politiche, i sindacati, l'intellighentsia metropolitana) sognando una modernizzazione forzata della cosiddetta società arcaica attraverso dosi massicce di classe operaia; lo Stato felice di trovare in Sardegna tanti compradores disposti a lasciar governare dall'esterno l'economia sarda in cambio di una patente di “rappresentanti locali” dello stesso Stato. E a che costi. Secondo il quotidiano della Cei, L'Avvenire, solo nella Media Valle del Tirso sono stati bruciati 500 milioni di euro. “Tra accordo di programma, contratti d’area e contributi vari” scrive il giornale dei vescovi “se ne sono andati 500 milioni di euro. Soldi finiti letteralmente chissà dove. Stando all’ultimo rapporto della Corte dei conti, su 100 milioni di euro arrivati a Ottana, 80 hanno finanziato attività inesistenti”.
Certo, malfattori coloro che sono fuggiti col malloppo. Ma chi ha inseguito pervicacemente, e non ostante i fallimenti a catena proprio in quella piana, la ripetizione di errori passati, già pagati con uno sperpero incredibile di denaro pubblico, può davvero atteggiarsi ad anima bella? Che senso ha insistere in un modello di sviluppo che ha mostrato, ad Ottana come a Cagliari, a Siniscola come a Porto Torres, di aver fallito i suoi obiettivi?
C'è prima di tutto il dovere di salvare i posti di lavoro di chi sta per perderli o già li ha persi, certo. Ma con la coscienza di fare un'opera di assistenzialismo, non di sviluppo. E si smetta, detto per inciso, di prendersela con i pastori accusati di voler anche essi misure assistenzialiste. Se non altro per un po' di pudore. Momenti di crisi acuta come quella che c'è, e soprattutto come quella che si annuncia, hanno bisogno di grandi capacità inventive, anche nella utilizzazione di moderni strumenti fiscali come la Zona franca, per esempio, o come la elaborazione di un moderno Statuto di autogoverno in tutti i domini di nostro interesse.
Il dramma è che il soggetto primo, delegato da tutti noi a rappresentarci, il ceto politico intendo, è incapace di mettere da parte le proprie beghe. E dovremo rassegnarci a veder svanire l'opportunità che dalla crisi di un fallimentare modello di sviluppo si esca con un modello nuovo. Si cercherà di tappare, meglio che si possa, i buchi che via via si apriranno fino a quando ci sarà un solo unico buco nero: la Sardegna.

martedì 24 agosto 2010

Su sonete de Simone Argiolas

S'àteru sero, in sa corte de sa Sea de Garteddi, Santu Predu, unu pitzinneddu de 9/10 annos, Simone Argiolas, at sonadu su sonete suo, in s'ocurrèntzia de unu ispetàculu amentende a Gràtzia Deledda. Nd'apo bogadu unu vìdeo de pàia de minutos. B'at su tantu de lu bìere e ascurtare.

Senzazionale: i Fenici impararono a scrivere dai Sardi


di Stella del mattino e della sera

Qualcosa non va, c’è del marcio nella terra di Dan. Il frammento di Nora rivela che i Fenici scrivevano prima in Sardegna che nella loro terra natia: ma non ha senso! Scusate l’enfasi, ma in vacanza mi leggevo un lavoretto di Frank Moore Cross, il famoso paleografo di Harvard, e ... Va bene, andiamo con calma e molto gesso. Il pezzo di Cross si intitola “The oldest Phoenician Inscription from Sardinia: the fragmentary stele from Nora”. Per chi non la conosce, costei è esposta al Museo di Cagliari e si può ammirare anche in figura nel disegno di Cross, assieme al più antico reperto scritto in fenicio, la spatola bronzea cosiddetta di ºAzarbaºl, di poco precedente al famoso sarcofago di Ahiram e datata al tardo XI secolo a.C.
Cross ci spiega che ci fu un periodo di transizione, nel vicino Oriente, in cui si passò gradualmente dall’antico alfabeto cananeo a quello fenicio: 19 punte di freccia iscritte (El-Khadr), alcune iscrizioni di Lachish scritte in stile bustrofedico (a serpente) ed altre epigrafi lo testimoniano ampiamente. Il periodo di transizione durò dal XIII al X secolo a.C. La lamed della seconda riga del frammento di Nora (I segno a sinistra) appartiene sicuramente al periodo di transizione.
Secondo la sua accurata analisi paleografica il frammento di Nora è stato scritto in pieno XI secolo, la spatola di Byblos alla fine (si prende di solito il 1050 per l’ inizio del fenicio). Se poi il puntino dentro il cerchietto ‘ayin (IV segno da destra della prima riga) è vero, come lui crede che sia, dobbiamo spostarci addirittura al XII secolo. L’andamento bustrofedico della lettura conferma l’arcaicità dell’iscrizione. Ora una domanda spontanea sorge: perché Cross dopo avere attribuito il frammento di Nora al periodo di transizione cananeo-fenicio lo chiama ancora “iscrizione Fenicia” nel titolo?
La spiegazione si può ricercare nella sua nota 1: forse non voleva dare un dispiacere ai fenicisti che lo accompagnavano nel suo viaggio in Sardegna. Ma noi che i dispiaceri possiamo darli (siamo giornalisti, siam fatti apposta!), ci chiediamo: come va questa cosa che i Fenici scrivevano prima in Sardegna che nella loro terra d’origine? Forse che sono andati a scuola a Nora e hanno imparato lì? e ancora: c’erano i Fenici in Sardegna nel XII-XI secolo a.C.?

Quel graffitaro a Su Nuraxi

“Mi ha incuriosito molto” scrive un lettore di questo blog “la presunta scritta di Su Nuraxi, che sono andato a verificare, per scoprire con poco stupore che si tratta chiaramente di un'iscrizione recentissima e molto poco misteriosa, risalente a qualche decennio fa, il cui autore è una persona dal paese che ha partecipato ai lavori di scavo, volendo lasciare le iniziali del suo nome sulla pietra”.
Visto che della scritta (nella foto) si sono occupati in molti, e recentemente Massimo Pittau e Gigi Sanna, ho naturalmente chiesto al lettore qualche prova di quanto affermava con convinzione condita di sprezzanti considerazioni sulle mie/nostre baggianate. Invece delle prove sono piovuti altri insulti e una richiesta di togliere dal blog foto e articoli, capaci di trarre in inganno i ragazzi delle scuole e chi ha poca dimestichezza per l'archeologia.
C'é, fra i frequentatori del blog, qualcuno che possa chiarire le cose? Si dispensano nevrotici e isterici.

lunedì 23 agosto 2010

Quando i Cananei rilessero i geroglifici. E si re-inventarono la scrittura

di Atropa Belladonna

[…]Was it the forlorn remote place (n.d.r Serabit el-Khâdim), the pressure, the sudden acknowledgment of an option of “eternalizing the name,” of “contacting the gods” that led the Canaanites to this great invention? Did the unusual daily encounter of non-literate Semites with the product of the highest level of the Egyptian writing culture – the seductive pictorial hieroglyphic script – in hundreds of examples, in hundreds of repetitive pictures, in the middle of the desert, create the need and the urge to write? Was it the constant “writing to the gods in pictures” of the Egyptians that created a strong psychological pressure and a feeling of “we could also” among the Canaanites who worked in the mines? Did such a scenario finally lead to the invention of the alphabetic script?[…]
Queste formidabili domande, se le pone l'egittologa Orly Goldwasser, della Hebrew University of Jerusalem, nel paragrafo conclusivo di un recente saggio dedicato alla nascita degli alfabeti semitici dell'età del bronzo. Il saggio è diviso in due parti, con la prima che si occupa del particolare modo in cui gli scribi Cananei re-inventarono gli scarabei egizi “leggendo” e “scrivendo” a loro modo i geroglifici egizi e la seconda del come da questa particolare attitudine “immaginifica” scaturì l'invenzione dell'alfabeto proto-sinaitico. Alfabeto testimoniato ampiamente dalle iscrizioni nelle miniere di Serabit el-Khâdim, ma anche in Egitto e, con la variante meglio nota come proto-cananaico, nell'area siro-palestinese. Nel suo bello ed esaustivo saggio, Goldwasser cerca di sostanziare, segno dopo segno, l'idea che i grafemi del proto-sinaitico derivino da prototipi egizi delle scritture geroglifiche del Regno Medio, anche esse rinvenute in gran numero nelle stesse miniere di Serabit el-Khâdim...

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PS - Chi non fosse interessato all'epigrafia cananea, ma fosse un fan o un detrattore degli Shardana, può saltare direttamente all'ultimo paragrafo del post (Figura 4 e dintorni) e saltare a piedi pari la storia dell' alfabeto arcaico [ab]

domenica 22 agosto 2010

"Noi pastori" all'ordine del giorno

I pastori sardi sono diventati protagonisti dei media sardi, italiani e europei, grazie a un pastore intellettuale, quel Felice Floris da Desulo che ha avuto la capacità di restituire al “noi pastori” il ruolo gli spetta nella società sarda. Sono tornati pastori, non allevatori nei quali gli eufemismi coltural-politici li avevano trasformati. Oggi i pastori sardi sono diventati campioni della sinistra non solo sarda. Peggio per la destra che non riesce ad uscire dall'egemonia culturale di quella sinistra che nel passato aveva dipinto il “noi pastori” come la sentina dell'arcaismo, della violenza barbarica, dell'individualismo sfrenato; kulaki in salsa sarda, insomma, strenui difensori di su connotu e altrettanto strenui oppositori del Progresso.
Vogliamo leggere cosa si scriveva nel 1987 da parte di chi oggi appoggia la rivolta dei pastori? La loro – scriveva Massimo Dadea, uomo di spicco del Pci e poi assessore nel governo Soru – è una società “arretrata caratterizzata da un immobilismo arcaico, rilevatasi impermeabile ai processi di modernizzazione, incapace di aprirsi al nuovo, impregnata di una cultura spesso portatrice di valori deteriori, prigioniera di miti e di codici che si perdono nella notte dei tempi. Una società che teorizza la violenza quale strumento per derimere le controversie e i conflitti...”.
L'appoggio dato al Movimento dei pastori è un sincero ripensamento di quei giudizi che non erano, chiaro, solo di Dadea? Si tratta di una opposizione al governo di centrodestra, fatta all'insegna del “nemico del mio nemico e quindi mio amico”? Chi lo sa? Chi sa come un uomo come Felice Floris, una volta bestia nera, si è trasformato in bestia rossa? Più che difficile, è inutile cercare una risposta. Fatto sta che Floris e il suo movimento hanno fatto benissimo ad accettare la sponsorizzazione della sinistra alla quale va riconosciuto il merito di aver capito che questo mondo va difeso da una politica che miopemente lo considera ininfluente nell'economia della Sardegna e, quel che è peggio, nella sua cultura.
Nella speranza che, una volta vinta la battaglia per la sopravvivenza della pastorizia, i pastori non tornino ad essere allevatori e, in caso di resistenza, kulaki impermeabili alla Civiltà e al Progresso.

Ancora sul nome Sardegna

di Alberto Areddu

"Noi linguisti dobbiamo pure riconoscerlo francamente: talvolta o forse spesso le nostre ricostruzioni etimologiche di toponimi non sono altro che altrettanti “romanzi”, in massima parte fantasiosi e solamente in parte sostanziati di fatti reali" (Massimo Pittau). Aurea confessione del cattolico Pittau, che ha avuto una vita per confessarsi e solo alla soglia dei 90 ci ammannisce questa sorta di paradigmatico sigillo sui propri studi.
Ultimamente poi Pittau ci ha risfornato la sua interpretazione sul nome Sardegna (lat. Sardinia, greco Sardò). Esso viene attribuito, come naturale per lo studioso nuorese, ai Lidi e tratto dal nome della loro capitale Sardis. Orbene fatto presente che nessuna convergenza lessicale frappante è stata mai riscontrata tra paleosardo e lidio (l'unica invero è mia: la parola mulaghe), e detto che l'unica cosa che condivido è l'esistenza di una uscita tronca in -ò nel paleosardo, rilevo che attribuire ai Lidi, oramai chiamati per farceli alla mano, Sardiani, tale uscita, è un pio desiderio.
Non esiste alcuna parola o morfema aggettivo-sostantivale lidio che termini in -ò (cfr. il compianto Gusmani), indi è puramente arbitrario attribuire a una lingua ciò che non ha motivazioni per esserle attribuito; sappiamo invece che l'uscita in -ò è in greco un'uscita femminilizzante (e questo spiegherebbe perché si è poi detto Sardinia e non *Sardinium), probm. perché le isole (he nesos) sono nell'immaginario greco più spesso femminili che non maschili; secondo lo Chantraine l'uscita, che appare con finalità esornative, ipocoristiche o derisive (es. morphò 'la bella', Deò per Demetra, akkò 'la vecchiaccia, lo spaventapasseri') e frquentemente. nei nomi propri femminili, è spiegabile all'interno del greco; al contrario per il Gusmani essa appare giungere dal sostrato (detto pelasgico, che diversi interpretano come illirico ante litteram).
Ad abundantiam Pittau sostiene che Sardara e Serdiana si chiamerebbero così in ragione dell'insediamento, quindi come toponimi etnici, di Sardi della Sardi di Lidia; sorprende però che se approdati nel xii o nel ix secolo (Pittau oscilla sul quando questi ipotetici Lidi si sarebbero paracadutati sull'isola non ancora in -ò) non abbian preso denominazione di Sard-, contrade costiere ma due bei centri dell'interno, per i quali e per i loro dintorni il Pittau non ha mai rilevato una differenziazione linguistica rispetto alle altre parti dell'isola, come a lume di logica dovrebbero palesare, seguendo la sua impostazione.
Come già dissi, se fossero, questi ipotetici micrasiatici, giunti molto dopo il vii secolo, non avrei ulteriori motivazioni linguistiche per non dire "è una possibilità, remota, ma una possibilità". Ma se son venuti prima, se pure si ricollegano ai Shardana mercenari, allora le cose non filano proprio, perché il nome di Sardis era SFardis (almeno fino al v secolo), (una specie di 8 era il grafema utilizzato dai Lidi per F) che non può essere andato perso, ma deve essersi conservato spirantizzato in qualche Sfardis, oppure despirantizzato in qualche *Spardis; i Persiani rendevano il nome della città come Sparda-, gli aramaici come Sprd; senza dire che Giovanni Lido afferma che l'autentico nome indigeno della città era Xyaris, e altri replicano che Hyde era l'antico nome.
Sul perché i Greci l'abbiano deformata in Sardis ne parla il Sommer in un suo saggio, che non mi è accessibile. Riguardo a sardin che varrebbe 'anno' in lidio, di cui dice il Pittau, si tratta di una parola persiana quindi assunta in epoca bassa, secondo il Kretschmer e il Gusmani, per cui l'identificazione ciclo= sole= sardo è del tutto ipotetica, se non fantasiosa. Dunque prove che rimandano la Sardegna alla SFardis lidia? Zero. Cosa proporre dunque in alternativa a tutta questa nullità?
Orsù guardiamoci intorno e contiamoci quante terme ci sono in Sardegna. Poche ce ne sono poche: una è proprio nel territorio di Sardara, ove in antico sorgevano le Aquae Neapolitanae. Non vi suona un po' troppo casuale che anche la Serdica/Sardica di Tracia (oggi Sofia) fosse ricca (e lo è ancora) di terme? E che dire dello stagno di Serdiana, non vi pare che potrebbe essere alla base delle denominazione del suo territorio? Vi aggiungo che il suffisso -ara è diffuso in area illirica, quanto quello in -ana, -ena, mentre non vi è traccia in Lidia.
Ecco facciamoci quattro conti e inizieremo così solidamente a pensare che Sardò/Sardinia altro non era allora che "la nera, la putrida" per paludi e residui termali, sulla base del già qui citato illirico sardos 'nero'.

bibliografia

Areddu A.G., Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, Napoli 2007
Areddu A.G., Quei sordidi insetti degli shardana
Chantraine P., La formation des noms en grec ancien, Paris 1933
Gusmani R., Lydisches Wörterbuch, Heidelberg 1964
Gusmani R., Lydisches Wörterbuch, Heidelberg 1980 (Ergänzungsband)
Gusmani R., "I nomi greci in -ώ", in Rendiconti dell'Istituto Lombardo 96 (1962), pp. 399-412
http://it.wikipedia.org/wiki/Sofia
http://www.termedisardara.it/ita/itinerari.html
Kretschmer P., Einleitung in die Geschichte der griechischen Sprache, Göttingen 1896.
Pittau M. "Sul nome Sardigna"

sabato 21 agosto 2010

Burghidu, il nuraghe della vergogna

di Daniel Sotgia

Ho visitato recentemente il sito nuragico di Burghidu, in agro di Ozieri. Come sempre faccio prima di recarmi ovunque ci siano testimonianze storiche di qualunque epoca, ho provveduto a reperire informazioni sul sito stesso e come dato dominante ricevevo quello che il Nuraghe Burghidu è pericoloso per via di crolli e cedimenti strutturali che stanno interessando da chissà quanto tempo questo maestoso esemplare.
Nel punto più alto, ovvero quello che maggiormente affiora dal terreno, il mastio centrale raggiunge almeno i 15 metri di altezza e le fattezze di questa torre sono tali per cui lo studio che si potrebbe condurre sarebbe davvero notevole, per le tecniche di costruzione dei nuragici da una parte e per evitare in futuro errori commessi da noi “uomini moderni” in quanto a incuria e insensibilità storica e culturale dall’altra.
Nella disgrazia del danno che il tempo e la negligenza umana hanno causato a questo mirabile esempio di architettura nuragica, un elemento positivo c’è: il crollo ci permette di vedere una sezione perfetta del Nuraghe, in maniera tale che oggi si può apprezzare la tecnica costruttiva impiegata in questo sito.
Ma ciò non deve consolarci e non deve lasciarci inattivi ancora per troppo tempo. Il Nuraghe Burghidu versa in uno stato drammatico di conservazione. La
Sovrintendenza, il Comune di Ozieri, la Comunità Montana, i proprietari del terreno su cui sorge il Nuraghe, o chi per loro, hanno piazzato sul posto un cartello molto eloquente con scritto: PERICOLO CROLLI. Ovviamente il solito buontempone ha provveduto a impallinare il cartello per renderlo ancora più precario e il bestiame che pascola inconsapevole sulla piana del Nuraghe, magari nell’atto di grattarsi qualche parte del corpo difficilmente raggiungibile, ha ben pensato di utilizzare il cartello istituzionale, piegandolo clamorosamente al suolo.
Entrare in quel Nuraghe significa rischiare la vita, e non è un eufemismo. Ormai ridotto a nido d’uccelli di ogni sorta, con i pavimenti completamente ricoperti di guano e le pareti schizzate dallo stesso e il conseguente odore fetido che ammorba l’intero sito, il Nuraghe Burghidu attende, ormai da secoli io credo, un intervento serio e tempestivo, quantomeno di puntellamento, onde evitare ulteriori disfaciment..
Parole al vento. Il Nuraghe rimarrà, ahinoi, così per chissà quanto tempo ancora, senza che qualcuno si accorga di ciò che esso rappresenta. Un gioiello incustodito che urla nella piana di Chilivani tutta la nostra vergogna. Vergogna di un popolo che non raccoglie le spoglie del suo passato storico e che non si cura se testimonianze importantissime di una civiltà, la prima civiltà in quanto tale in Europa, crollano, collassano e spariscono nei meandri del tempo.

venerdì 20 agosto 2010

Il proto-sinaitico fuori dal Sinai

di Atropa Belladonna




Se è vero che la maggioranza (circa 30 iscrizioni) dei documenti proto-sinaitici ci sono giunti dalle miniere di Serabit-el-Khadim, è anche vero che il proto-alfabeto semitico - con tutta le sue “assurde” varianti, contaminazioni egizie e polisemia- è anche presente in Egitto (Wadi-el-Hol, isola di Elefantina, Kahun vd. Figura) ed in Palestina. Per un aggiornamento consiglio la review recentissima di Gordon Hamilton, scaricabile gratuitamente.
Sir William Flinders Petrie scavò nel Kahun (Egitto) durante l'ultimo ventennio del XIX secolo, prima di recarsi in Sinai nel 1904, dove avrebbe per sempre cambiato la storia dell'alfabeto con la scoperta del proto-sinaitico. Uno dei reperti di Kahun fu il manico di un oggetto o utensile in legno, che recava una sorta di iscrizione con 5 caratteri (figura, in alto a sinistra). Un tale reperto scatenò, nei pochi che se ne interessarono, una sorta di panico epigrafico. Leggiamo come si esprimeva Amalia Edwars nel 1890, introducendo ben 4 sistemi scrittori per spiegare la composizione della scritta ed, ovviamente, concludendo che era impossibile avere un’ idea di cosa la scritta dicesse...

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giovedì 19 agosto 2010

Il Giardino delle Esperidi? A Cagliari!

di Giuseppe Mura

In articoli precedenti, pubblicati da questo blog, ho presentato alcuni argomenti tratti da “Sardegna l’isola felice di Nausicaa”, volume che illustra la potenza nuragica nel Mediterraneo attraverso la rilettura delle fonti antiche paragonate con altre discipline scientifiche come l’archeologia, l’antropologia e la morfologia del territorio.
La ricostruzione dello scenario politico-economico del Mediterraneo esistente nell’Età del Bronzo, comprendente anche la Sardegna nuragica, proietta, come ipotizzo nei suddetti articoli, gli antichi Sardi in Egitto e nel Vicino Oriente (conosciuti come SRDN), nell’isola di Creta e in Anatolia (conosciuti come Cari-Fenici) e nella Grecia continentale (conosciuti come Pelasgi-Tirreni).
Ora, accettando l’esistenza, nel versante occidentale del Mediterraneo, di una cultura nuragica capace di competere con le maggiori potenze orientali nella navigazione, nelle costruzioni, nella produzione di manufatti in bronzo e nelle arti, è del tutto verosimile che tali potenze conoscessero la Sardegna e i Sardi in modo diretto o indiretto.
Mi riferisco in particolare ai Greci della cultura micenea, i quali testimoniano, tramite la tradizione orale messa per iscritto ad iniziare da Omero, dell’esistenza di una lontanissima isola felice che, a dispetto dei differenti nomi, risulta sempre collocata ai confini del loro mondo conosciuto, nel mare Oceano e al tramonto del sole. Tutte le narrazioni riferite a quest’isola felice la descrivono con ammirazione e con punte di struggente nostalgia, tanto è vero che il luogo diventa una delle mète favorite per i grandi eroi e per alcune divinità.


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Nella foto: Lekythos pestana a figure rosse rappresentante il giardino delle Esperidi, attribuita al ceramografo di Asteas, 350-340 a.C. (J. Paul Getty Museum – Los Angeles)

mercoledì 18 agosto 2010

In ricordo del Sardo-italiano Francesco Cossiga

Ognuno di noi, credo, ricorda le persone che non ci sono più per un episodio particolare, anche quando, come nel caso di Francesco Cossiga, le cose da ricordare, in bene e in male, sono moltissime. A me viene in mente la mattina del 31 marzo del 2007, quando al Mediterraneo di Cagliari presentammo la proposta di Nuovo Statuto speciale, “Sa carta de logu noa de sa natzione sarda”, in una sala affollatissima. Cossiga, che aveva letto la proposta fattagli avere tempo prima, chiamò al cellulare uno dei membri del Comitato per lo Statuto che collegandolo ai microfoni degli oratori diffuse nella sala la piena adesione di Cossiga alla nostra proposta.
Qualche anno prima, egli aveva presentato in Senato un disegno di legge di “Noa carta de Logu”, adattamento alla Sardegna dell'avanzatissimo statuto catalano, poi ripreso e presentato in Consiglio regionale dall'ex presidente della Regione, Mario Floris. Ma non ne fu geloso: sostenne la proposta del Comitato che aveva sì colto la sua provocazione, ma aveva preferito scrivere una cosa nuova, non mutuata da esperienze estere, per avanzate che fossero. Cossiga, a differenza di altri frequentatori della politica italiana (e, ahimè, sarda) sapeva benissimo le differenza che c'è fra i concetti di Nazione e di Stato. E pur essendo stato presidente della Repubblica italiana ed essendo rimasto convinto assertore della sua unità, sapeva che l'esistenza di diverse nazioni all'interno dello Stato non confliggeva con l'unità della sua Repubblica.
Certo, la cultura politica non si acquista sui banchi di un supermercato ed è difficile appropriarsene, soprattutto se non si vuole farlo e se ne temono le conseguenze. Raccontano le cronache dei disperati e periodici tentativi di Cossiga di convincere deputati e sanatori sardi ad essere autonomi prima di essere autonomisti e di metter mano ad un progetto di Statuto all'altezza della Sardegna. Qualcuno, Massidda del Pdl e Cabras del Pd, ci hanno provato, il primo facendo propria la proposta di Nuovo statuto del Comitato, il secondo con una timidissima e réfoulée proposta di riforma, ma vivaddio articolata e scritta.
A metà del prossimo mese, il Consiglio regionale comincerà a ragionare intorno ad una mozione del Partito sardo sull'indipendenza della Sardegna. Una occasione, comunque la si pensi, per cominciare con anni e anni di ritardo un cammino che si troverà fra i piedi un paio di cose inquietanti: una sentenza della Corte dell'Aja che considera legale la dichiarazione unilaterale di indipendenza e i decreti attuativi del cosiddetto federalismo fiscale. E si troverà davanti a un bivio: ingoiare quel che Calderoli e i suoi hanno apparecchiato o apparecchiare un tavolo nuovo.
Purtroppo, secondo quanto esce dalle segrete stanze, gli uni guardano con diffidenza le proposte degli altri e gli altri obiettano che non si può discutere su testi già articolati. L'eterna vicenda delle classi dirigenti sarde, incapaci di un minimo di unità se non sulle emergenze dettate dagli altri, una lettura banale e volgare della “costante resistenziale”, un modo di essere che scatta per resistere e si affloscia quando si tratta di pensare a che cosa fare. L'allora minoranza (il centrodestra appoggiò e se ne fece garante) la proposta del Comitato per lo Statuto; diventata maggioranza l'ha messa in un cantuccio, dimostrando ancora una volta che quanto si fa stando all'opposizione non va più tanto bene quando si governa.
Oggi quasi tutti incensano Francesco Cossiga e qualcuno persino ricorda il suo desiderio di vedere approvata una nuova carta costituzionale della sua terra. Detto fra noi, ho la netta sensazione che egli avesse bene in mente come solo forti autonomie (nel caso della Sardegna, solo quote molto ampie di sovranità nazionale) potessero garantire l'unità della Repubblica, altrimenti destinata a finire. Ma temo che, sepolto e, fra una decina di giorni dimenticato, Cossiga, la nostra politica riuscirà prima o poi a regalarci uno Statuto vecchio riverniciato a nuovo. Troverà coraggioso e al limite della temerarietà definire Nazione la Sardegna, tanto, poi, ci penserà lo Stato e ripianare debiti e a riparare i danni fatti da scelte avventate. In fondo la capisco: si sente assolutamente incapace di governare una Sardegna dotata di sovranità. È molto più rassicurante dipendere dai Berlusconi e/o dai Bersani, bravissimi gli uni e gli altri nel farsi carico delle insufficienze culturali e della pavidità di chi proclama il proprio autonomismo senza obbligo di autonomia.
Siat ite si siat, bae cun Deus, Frantzi'.

martedì 17 agosto 2010

S'ammistura de Bacelli

de Elio
 
Antis de totu, nemus mi pregòntidi ita sardu est custu. Est su sardu cosa mia, su chi nd’apu bodhìu in setant’annus de tribulìa cun lìnguas drivessas. Mescamenti cun s’italianu, ca seus ancora a cèrtus s’unu cun s’atru. Figureussìa cun su gregu, su latinu e, ojamomia, su frantzesu. S’ingresu, anca tocat a dhu sciri, de chi no’ non faid’a biviri.
Donnia di’ in su giornali, de ingresu ndi dhu’ agatu a frasias intreas, e dha tirant a longu puru. Sigumenti seu mandroni e donnia dia prus arrevesciu, non fatz’atru che mi dhui ‘ncatzari po debbàdas. M’iat a costari pagu a piga’i unu faedhariu de i-cussa lingua po cumprendiri de prusu (o de mancu?) su chi megu de ligiri. Mah! Podit essiri chi de immoi innantis mi tochit a dhu fa’i, de chi no’, is novas mi tocat a dhas a ‘scurtari feti in televisioni ma, inguni puru... bonu est crik e mellus est crok.
Bai e cica ita at a’i nau chini m’at agiudau a ndi ‘essìri a i-custu mundu. “Est mascu!”? O puru: “È un maschietto!”? Pagu importantzia tenit. Tantis, sa levadora, si cosa at nau, no’ dh’apu cumprèndia e mancu dh’apu bia. De siguru fia prangendi a ‘rrabiadura. Anca dhu faint puita, aici, incumentzant a torrai sulidu. No’est beru nudha! Esti, ca dhis-i dispraxidi de lassari su logu ‘nsoru, callenti e siguru, po ndi ‘essiri a su frius, in mesu a boxis, a sonus de donnia arratza, a lampiadas de luxi chi pigant a donnia logu e, su chi est peus, po incumentzari a si gherrari sa vida.
Immoi, perou, mi parit doverosu, po chini at a tenniri sa passentzia de sighir’a ligiri, it’est cudh’ “ammisturabacelli” cumenti de tìtulu.
Seu in s’idea de mi ponnir’ a iscriri totu cussu chi mindi benid’ a conca, de siat cosa chi siada. Su bellu esti ca, propriu aiseru, fia ligendi un’articulu in su giornali, innui naràda ca est tropu sa genti chi scridi, ca no’ iscinti prusu innui ponniri totu su paperi imprentau, ca, chini dhu fait po mestieri no’ acudit a ligiri mancu pagu pagu de su chi iat a depiri, ca su ‘mprusu est cosa chi non srebit a nudha e aici sighendu, custa bella musica. E deu, ligendi ligendi, fia totu a un’origa e prus de acordiu non podia abarrai.
E ita si potzu narriri? Dotori Bacelli anca iat fatu sa “mistura” cosa sua po sanari sa genti e deu tengiu s’idea de ammisturai totu su chi mi ‘enit a conca po dh’acabba’i de agiudari sa genti. Dannu non nd’ap’ a fari prus de cantu nd’apat fatu su dotori ca, tantis, is chi ant a ligiri ant’essiri mesu pagus.

lunedì 16 agosto 2010

Sfogliando il "Bullettino" del canonico Spano

di Atropa Belladonna

La serie “Bullettino archeologico sardo, Raccolta dei monumenti antichi in ogni genere di tutta l'isola di Sardegna” di Giovanni Spano è disponibile in forma digitale nel sito www.archive.org. Raggruppata in 6 volumi, facilmente e velocemente sfogliabili (anche in automatico) alla ricerca di cose interessanti, nel caso presente iscrizioni sarde diciamo così, “strane” o inusuali.
La statua del Sardopatore. Inizio da una non ben precisata statua del Sardus Pater (se qualcuno ne sa di più, magari se sa che non esiste o è un falso, alzi pure la mano: a me sembra talmente anacronistica!) “[...] Altro illustre monumento tramandatoci dagli storici intorno a Sardo è il seguente , col quale ci ricordano che i sardi mandarono in dono una sua statua per venir collocata nel tempio di Delfo[..] Che questa statua , che non sappiamo di che materia fosse , se di bronzo, o d'altra nobile materia, perché lo tace l'autore che la copiò, sia di Sardopatore , ossia del Padre Sardo, non lascia dubitarne l'iscrizione fenicia che ha nello zoccolo. Basta confrontare le ultime quattro lettere , come ben osservava il citato Della Marmora, con quelle ch'esprimono il nome proprio di Sardon sulla Lapide Fenicia del R. Museo di Cagliari per non poterne dubitare; anzi dalla forma delle lettere queste iscrizioni sembrano contemporanee. Essendo però le prime due lettere puramente ebraiche un Lamed ed un Beth non possiamo conciliare questo miscuglio di lettere se non aderendo al sentimento del Cav. Della Marmora, cioè che il disegno della statua sia stato troppo logoro nell'iscrizione, e quindi che sia stato ritoccato da qualche Ebreo abitante nell'Isola sostituendo all’aleph un lamed , e tralasciando l’He dimostrativo, come è nella citata Lapide, Hab (pater), appunto perché scomparse le lettere fenicie, né conoscendo questa scrittura l'abbia supplita nel miglior modo ed a senso in ebraico” (1).
A parte la fantasia dello scrivente ed il disegno che fa sorridere, qualcuno dovrebbe spiegarmi che senso ha in ebraico tale frase. Noto comunque che lo Spano favoriva la lettura H ’AB ŠRDN nella stele di Nora, definendo H il “dimostrativo” .

(II) Tre più tre lettere: un amuleto ed uno scarabeo. Continuo con due iscrizioni triletterali definite fenicie. Non posso dire molto data l’incertezza sulla trascrizione ed anche sulla traslitterazione, se non che identificare la prima lettera a destra, nell’amuleto (A) con una kaf (e non con un yod per esempio) mi sembra totalmente errato, così come leggere il nome di un fantomatico re egizio Achor sullo scarabeo (B) è mostra di bella quanto disperata inventiva. Ma andiamo con ordine e sentiamo cosa dice lo Spano sull’ amuleto (A): “Questo che qui riportiamo ha incise tre lettere fenicie, disposte in questo modo, e perché lo crediamo raro perciò ne lasciamo un articolo separato. Non cade dubbio sulla prima lettera di essere un chaph e sull’ultima d'esser un beht. La seconda poi sebbene sia rara nelle altre iscrizioni sardo-fenicie, pure non può essere che un lamed di modo che io leggerei chèlev o chàlev. Questa voce in tutte le lingue orientali significa cane'”
Segue una sfrenata fantasticheria su Caleb e sul fatto che il cane fosse disprezzato come guardiano del gregge. A me di dubbi ne cader più di uno sulla prima lettera, mentre la seconda è sì un lamed, ma proto-cananeo, va bene che lui non poteva saperlo (ma oggi sì che possiamo!).
Sentiamo ancora che dice lo Spano sullo scarabeo (B): “Molti sono gli scarabei usciti dalle tombe di Tharros che hanno nella parte piana una o più lettere fenicie, e della più antica forma. Nella nostra collezione se ne contano due che hanno al di sopra della scena egiziana una lettera nun.[…] Ma i più rari sono quelli che hanno più lettere le quali possono determinare un nome [...]avendone mandato il disegno al ... Garrucci, ecco come egli si esprimeva intorno al significato del medesimo[..] ”io leggo le tre lettere עחר Hachor, essendo la terza manifestamente un resch non un dalelth nella lapide di Nora. Mi piace ancora che venga questa pietra a compire l’alfabeto della detta lapida, nella quale manca il ח e se avrà luogo il mio sospetto in quelle tre lettere sia tradotto l'egiziano nome del Re Achor si potrà cominciare a veder più chiaro intorno alle prime sorgenti di quell’alfabeto singolare che non ha confronto fuori della Giudea, se non in due lapidi sole di Malta, ed in qualche pietra incisa, che però non può assegnarsi a verun determinato paese”.
Immagino che con “alfabeto singolare” ci si riferisse a quello che oggi noi chiamiamo fenicio, mentre quello che che qui viene chiamato fenicio ingloba anche il punico. Comunque, a parte che non so chi sia il re egizio Achor, vorrei pure sapere dove stanno ora questi due oggetti scritti.

(III) Il guerresco Lefisi. Ahimè, la nevralgia di ferragosto (per me un grande classico) mi fa vedere cose inesistenti e vedo un analogo del Lefisy della stele di Nora su questa “Ghianda da guerra”. Cosa sia una ghianda da guerra travalica le mie conoscenze, ma è molto più interessante sentire ancora una volta lo Spano: “Tanto nel R. Museo di Cagliari, quanto presso le raccolte dei particolari sono da osservarsi certi oggetti di terra cotta in forma di uovo, di ciambelle o dischi schiacciati a guisa di fusajoli. Da molti si credono che siano voti (anathemata) fatti alle divinità da uomini superstiziosi, oppure trastulli puerili (1). Questi oggetti si trovano ordinariamente nelle tombe, i quali non sono altro che stromenti offensivi di guerra, Glandes bellicae (ghiande missili) chiamate dai Latini[...] Questi sassi sono quei ciottoli limpidi e duri, di figura rotonda (saxa globosa di Livio), o ovali che si raccoglievano dall’alveo dei fiumi come abbiamo dalla S. Scrittura parlando di Davidde contro il nemico Goliat”. Non c’è che dire, un bel minestrone.
Io dico che è stata una iniziativa lodevole raccogliere tanti dati, documenti, reperti come ci sono nella raccolta dello Spano: ma era proprio obbligatorio parlare e decidere su tutto, anche su quello di cui, in modo così evidente, non capiva assolutamente nulla?

(1) G. Spano, Moneta e Statua di Sardopatore, Bullettino archeologico Sardo, I (1),1855, p. 9. http://www.archive.org/stream/bullettinoarcheo01sala#page/n19/mode/2up
(2) G. Spano, Amuleto con iscrizione fenicia, Bullettino archeologico Sardo, II (5),1856, p. 72. http://www.archive.org/stream/bullettinoarcheo01sala#page/72/mode/2up
(3) G. Spano, Scarabeo Sardo Egizio con lettere Fenicie, Bullettino archeologico Sardo, VII (1),1861, p 26. http://www.archive.org/stream/bullettinoarcheo07sala#page/n35/mode/2up
(4) G. Spano, Ghiande belliche o pietre da fionda, III (1), 1857, p.13 http://www.archive.org/stream/bullettinoarcheo03sala#page/n21/mode/2up

domenica 15 agosto 2010

Il David a Firenze, i Nuraghi a noi

Non so se il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, sia consapevole di aver fatto un buco profondo nella diga dello statalismo. Ma con la sua rivendicazione della proprietà fiorentina del David del Michelangelo una bella crepa l'ha creata. Costringendo il Ministero dei Beni culturali, che gli dice “No, il David è dello Stato”, a un triplo salto mortale nel nome di una vulgata storica che tale è, una vulgata.
Secondo i legali di Bondi, il Comune di Firenze “nasce in epoca granducale, tra il 1771 e il 1783, e quindi non può essere considerato l'erede diretto della Repubblica fiorentina che nel 1504 pagò i 400 fiorini per saldare il debito contratto con Michelangelo dagli operai dell'opera del Duomo e dai Consoli dell'Arte della Lana che avevano commissionato il David per la cattedrale”.
Non è eredità della Repubblica fiorentina, insomma, perché allo Stato-città d’epoca comunale era subentrata la Signoria dei Medici, poi secoli dopo, il Granducato dei Lorena. "È una successione fra Stati, fino alla loro riunificazione nel Regno d’Italia, che non lascia spazio alla sopravvivenza di alcuna autonomia locale".
Il parere, è chiaro, è di avvocati che di per sé non hanno obbligo di conoscenza della storia, ma se nella storia si addentrano avrebbero quanto meno l'obbligo di usarla almeno da studenti liceali. Per dire, se esiste una successione fra lo Stato dei Lorena e l'Italia esisterà pure una successione fra la città-stato di Firenze, la Signoria dei Medici e il Granducato di Toscana, o no? Non c'è bisogno di scomodare la Dottrina della statualità del nostro amico Cesare Casula, basta non immaginarsi una storia fai da te.
Parlano poi, i due avvocati dello Stato, di “riunificazione nel Regno d'Italia”. Riunificare significa tornare a unificare qualcosa che fu disunito. E neppure la più ardimentosa vulgata nazionalista arriva a dire che l'Italia fu unita, poi disunita e, infine, riunificata. E poi dove? Unificata nel Regno d'Italia, come fantasticano i legali storici, o nel Regno di Sardegna, come in realtà successe? Disse un imputato orunese al suo avvocato che lo difendeva altrettanto malamente: “Dassade s'avoca', si duncas nos intregant s'ergàstolu”.
Ma, tutto sommato, queste sono rogne del Ministero dei beni culturali e del sindaco di Firenze. Mi interesserebbe di più che la Regione sarda approfittasse della breccia aperta da Matteo Renzi e delle argomentazioni del Ministero dei beni culturali. La preistoria, la protostoria e la storia della Sardegna offrono non poche ragioni per dire: questo patrimonio è nostro, non dello Stato. Mettiamo che sia vero quel che sostiene il Ministero di Bondi, e che, cioè, non c'è continuità fra la Repubblica fiorentina del 1504 e i successivi stati della Toscana che, effettivamente, cambiarono nome un paio di volte. Per la stessa logica, non esiste continuità fra il Regno di Sardegna e il Regno d'Italia.
Continuità ci fu, nel nome, fra il Regno di Sardegna del 1324, quello dominato dai catalani, dagli spagnoli, dai Savoia, ma solo fino al 17 marzo 1861? Dopo nacque un nuovo Stato o lo Stato rimase quel che era, cambiando solo il nome? E il giugno 1946 morto il Regno d'Italia, nacque il nuovo Stato denominato Repubblica italiana? E, infine, dove sono i documenti che certificano “successioni fra Stati”?
Il Ministero dei beni culturali e i suoi legali hanno messo lo Stato in un bel cul de sac. Buona fortuna e... grazie sindaco di Firenze.

sabato 14 agosto 2010

Lingua sarda: niente di nuovo sotto il sole

di Michele Podda

Si continua a girare intorno al problema senza mai affrontarlo in modo efficace e decisivo; questo è il fatto vero. Passare dai numerosi corsi di lingua e cultura sarda effettuati in quasi tutte le scuole della Sardegna in questi ultimi quindici anni, a dei corsi in alcune scuole (data anche l'esiguità delle risorse finanziarie, la somma irrisoria di 50.000 €.) con l'obbligo dell'uso veicolare della lingua sarda, non costituisce alcun passo in avanti; anzi...
E' proprio "l'uso veicolare del sardo" che mi preoccupa. Ci rendiamo conto di quale tipo di lingua sarda sarà utilizzato nell'insegnare qualunque materia, lingua sarda compresa? L'italiano sardizzato, sia a livello lessicale che sintattico, la farà da padrone. La lingua sarda, scaraventata improvvisamente in un contesto assolutamente improprio, quale è l'insegnamento scolastico, diventerà un ibrido che di sardo non avrà quasi niente, tolte le desinenze con la "u" e con la "s" e, forse, qualche fonema caratteristico.
Persino nei paesi dell'interno, le generazioni nate negli anni sessanta presentavano l'inclinazione irresistibile all'uso dell'italiano travestito da sardo. La televisione, la scuola, la musica, la moda e quant'altro parlavano italiano e più esso veniva utilizzato anche nella lingua sarda, più costituiva segno distintivo di progresso e modernità, di essere in linea con i tempi nuovi.
Attualmente neanche si fa più finta di parlare in sardo, neanche quel sardo ibrido che si diceva; si parla quasi esclusivamente italiano e basta. Persino gli adulti e gli anziani sono stati costretti ad adeguarsi alle nuove esigenze, pena l'essere totalmente esclusi da un rapporto con le nuove generazioni, rapporto già di per sé in crisi profonda. Dunque conoscenza del sardo da parte degli alunni equivalente quasi a zero.
Con questa iniziativa dunque gli alunni delle scuole coinvolte nei corsi avranno come primo vero approccio alla lingua sarda lo studio di una materia scolastica insegnata in sardo veicolare, che non potrà che essere quell'ibrido che si diceva. Qualunque docente infatti, pur con tutta la sua buona volontà, dopo una vita trascorsa ad insegnare la materia in lingua italiana, non potrà improvvisamente esprimere in un sardo accettabile quegli stessi contenuti, ma utilizzerà anch'egli quell'italiano sardizzato a cui nessuno di noi purtroppo può sfuggire.
Ogni docente consapevole di questo handicap si arrampicherà sugli specchi per cercare di rimanere più fedele a un sardo corretto, ma certamente non potrà riuscirci, perché obiettivamente impossibile. Perché allora non desistere da questo progetto e non partire invece da uno studio della lingua sarda utilizzando, per cominciare, l'italiano? Quale sarebbe l'obiettivo da raggiungere se non quello della conoscenza del sardo, con questo progetto? Sinceramente temo che spesso i politici, ben sostenuti dai burocrati loro vicini, siano interessati maggiormente all'iniziativa ad effetto, alla visibilità che da essa può derivare, al fatto di poter dire che "l'insegnamento col sardo veicolare l'ho introdotto io per primo". La correttezza dei risultati per la salvaguardia e la conoscenza della lingua sarda può ben passare in secondo ordine.
E non si dica ancora, come altre numerose volte, che comunque è meglio che niente! Non è vero, talvolta bisogna avere il coraggio di dire che il malfatto può essere ben peggio del non fatto, come in questo caso. Gli alunni fanno in fretta ad imparare il "sardo porcheddino", conoscendo già l'italiano: basta travestirlo con desinenze e fonemi di sicura appartenenza al sardo e il gioco è fatto; con buona pace della vera lingua sarda, quella parlata dalla gente dei paesi, i nonni e i genitori, gli adulti e gli anziani, i "non studiati" soprattutto e tanti scrittori e poeti, tutti depositari del nostro patrimonio linguistico.
Perché tanta fretta, dunque, di utilizzare il "sardo porcheddino" come lingua veicolare? Per imbastardire ulteriormente quel poco di buono che ancora resiste? No, non è questo che serve; l'urgenza è altrove. E' nella necessità di introdurre l'insegnamento obbligatorio del sardo in tutte le scuole di ogni ordine e grado, nello studio e nella conoscenza della lingua sarda nei suoi caratteri generali, con particolare attenzione, in ciascuna scuola, al dialetto o ai dialetti del luogo. Certamente ci sarebbero letture, dialoghi, ricerche, coinvolgimento di sardoparlanti di ottima qualità, ma lingua veicolare per il momento dovrebbe essere l'italiano, per rispetto del sardo, che così rimarrebbe altro, com'è.
On. Assessore, chieda dunque ad ogni scuola un programma di lavoro per due ore settimanali in ciascuna classe secondo queste linee, incaricando docenti di lingue e di lettere che garantiscano la propria capacità e disponibilità a tale insegnamento. Dia incarico ad una commissione didattica di livello regionale o provinciale di valutare i programmi-progetti e di suggerire eventuali integrazioni o modifiche, e stabilisca inoltre che il voto in pagella sulla lingua sarda faccia media con quelli delle altre materie di studio e concorra alla valutazione globale dei risultati raggiunti da ciascun alunno.
Si avrebbe subito:
- maggiore prestigio e considerazione per la lingua sarda, normalmente disprezzata o usata in contesto folclorico;
un corretto approccio al sardo, effettuato con gradualità e sicurezza, data la complessità della materia;
- l'acquisizione di esperienza anche da parte dei docenti, che avrebbero così l'occasione e il tempo di informarsi e prepararsi per il meglio all'uso veicolare del sardo;
- la possibilità di conoscere i caratteri generali di tutta la lingua sarda nelle sue principali varietà, da cui ricavare più precisamente i caratteri specifici del dialetto locale;
- la possibilità di conoscere opere letterarie in lingua sarda di buona qualità, per poter concretamente acquisire gli strumenti della lettura e della scrittura;
- la possibilità di coinvolgere e valorizzare, nell'attività didattica, familiari degli alunni o altre persone di assoluta competenza linguistica del sardo, opportunamente individuati dai docenti.
Tutto ciò subito. In seguito, il tempo sarà maestro, come si dice qui da noi.

venerdì 13 agosto 2010

Is Gherreris? Totu una loba cun is menir

de Elio

Intrebillesonnu fia stentendumìa, dudosu, cun is “Gherreris” de Mont’ ‘e Prama. Su mengianu nci fua ‘essiu a su chitzi ca Mauru de Ginnu de Norchetu m’iat nau: “Chi ti srebit temata, bai a s’ortu de Caosu e segadindi”. Aici ia fatu. Sa temata fut fata a s’asciuta (sa cosa mellus po fari bannia de macarronis) ca dh’iat abbandonada po su impenniu de is bingias, po mori de sa peronospora ca iat incumentzau a fari dannu.
Mauru, s’ortallitzia, no dha sighit prus che a prima, ca po prim’atividadi s’est postu a fari su bingiateri po no isciu e cant’etaras de bingias, ma est meda etotu… a parti is istudius de archeologia e mescamenti de  archeoastronomia.
Andendi andendi, su merì innantis, po andar’ a biri su logu e poita dhui teniat puru cosa de fai in su impiantu de acuadura, m'iat contau ita ndi pensàda professor Rendeli de is istatuas de Mont’ ‘e Prama, aici comenti dh’iat intendiu in-d una cunferentzia in Ghilartza.
Comenti fua narendu, a ora de meigamba, mi nci funti calaus is ogus, orus orus de su Sinis. Candu, tapudhi, e non si ndi torrat a presentari Nuraci? Fut totu bell’ e anniedhigau de su soli, a narriri sa beridadi biancu che-i su lati non fudi stau mai, ma si bidiat ca de is ferias dhi fut torrau fatu a nou.
“Salludi!” Mi faidi, “Biva.” dhi fatzu ‘eu. “Ah, ca seis una bell’ arratza!” – “E poita, it’est sutzediu?” dhi domandu. “Non t’est abbastau su chi t’apu nau s’atra ‘orta e su chi t’at nau, apoi, fintzas-e Meniriu?” (Meniriu? Cuddu m’iat nau ca dhi narànta Menir. Comenti cambiant is nominis andendi su tempus. Nd’apa a depiri chistionari a Gigi Sanna.)
In s'intri, cudha pantuma sighiada: “Cussu Meniriu puru, mancari siat unu pagu rozixedhu, is cosas dh’asa scidi, e cumenti. Non ti ndi ses acatau ca is “Gherreris”, comenti dhus itzerriais bosatrus, funti totu a una loba cun is istatuas menir (sempri a moda ‘osta)? Is chi nci iaus postu sighi sighi a is lacanas de Sarcidanu, Mandrolisai, Barigadu e aici andendi, a guardia de is terras nostas, candu genti noa e istrangia ndi fuat arribendu de donnia punta a sindi pigai su nostu?  Mi fait arriri cudhu chi nd’at bogau is istatuedhas cinesas de axridha. Su servitziu fut su propriu, ma nosu is cosas dhas fatzaius po durari, e non fiant che is frascedhus de Nuradha chi, a frotza de andar’a funtana si faint in centumilla e un’arrogu. Perou, a su chi biu, bosatrus puru das eis arridusias giai giai a arrogalla. Segundu a chini capitànta in manus nci dh’iant acabada a perda de prenniri. ”
Non ci arrennescìa a dhi parar’ obias, ca fud’a boxis e amaniciadas, andendi e torrendi a passus longus, totu bistiu a prafalliotus de donnia colori ca mi pariat una pupusa o una malapiga.
“Custa ‘orta su strangiu arrapinniadori fut arribendindi de part’ ‘e mari, de malu ‘entu, e nosu fiaus malacadius meda. Eh, tempus prima, non sidh’iant essiri assuntada a sindi ‘enniri a domu a fari s’arrafarrafa. Chi Deu bolidi, tandusu, fiaus nosu a dhis fari su propriu giogu, in domu ‘ntzoru.”
Beneditu!! – Fia pentzendi tra sei miu – Ita chi ndi torràda in dis de oi, bai e cica ita totu nd’iat a pesari po parari codhu a su chi megant de si fari imoi a nosu, sprenosu cument’ e’i.
“Ita podiaus fari, arridusius a nudha dopu su disastru chi sinci fud’arrutu a pitzus? S’urtima spera fudi chi i mannus nostus nd’essant torraus in frotzas che una ‘orta. Abeta abeta, a cancunu ndi dh’est bennia s’idea de dhus torrar’a fari in perda e de dhus ponniri a guardia de is lacanas. Is Mannus nostus.”
E gei ndi tenia duas domanda de dhi fari. Fia po incumentzari, ca si fut citiu pagu pagu po torrai sulidu, e non mi ndi scidant is campanas tochendi a cresia? Fiant is cincu e mesu e adiu Nuraci.
M’atacu a su computer e nci arrutzu in pitzus de su chi at iscritu professor Rendeli de su tempus de is istatuas e de cumenti totu dhas anta fatas e su chi at architetau Laner arrispundendidhi: ca imprefinis no ha nau nudha, ca nudha podiat narriri.   

Rufus, il cugino di Sextus Nipius?


di Atropa Belladonna
Una fonte che desidera rimanere anonima, mi fornisce una bella carrellata di iscrizioni RVF dall'ipogeo di San Salvatore di Cabras (OR) . Direi che vi sono fondamentalmente due varianti: quella che ad un prima occhiata leggeremmo RP (o RVP in ligatura) o quella che leggeremmo RF (o RVF in ligatura, come suggerito da Donati & Zucca nella guida all'ipogeo http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_4_20060402100649.pdf). Come si vede, la variante a sinistra in figura presenta, anziché le due lineette orizzontali della supposta F, una sorta di chiusura ad occhiello. Si riscontra una terza variante (al centro della figura) dove la “F” è decisamente più morbida, tanto morbida che se non avessimo l'ultima versione a destra esiteremmo ad identificare la consonante.
Ora, come qualcuno non manca di farmi notare appena ne ha l'occasione, io non ragiono molto lucidamente, soprattutto mi scordo perennemente la scienza o/e il metodo scientifico. Ad agosto questa sindrome peggiora, il mio cervello sinistro va in quiescenza e mi metto ad osservare le stelle cadenti e sogno, immagino, vedo (desidero, direbbero alcuni). Vedendo queste foto non so bene perché, ma non posso fare a meno di pensare alle navicelle nuragiche di Sextus Nipius, come se le scritte fossero… diciamo un po’ allo specchio.
Allora ci potrebbe essere un rudimentale nun (ma mica tanto nella variante centrale) agglutinato al resh, a formare il solito NR. Ed il resto, la P o la F che ci stanno a fare, possibile che stiano lì a raffigurare il serpente? A questo non so rispondere, ma è appena passata un'altra meteora e mi ha flashato i due geroglifici egizi per serpente, da cui derivò il serpentello della nun proto-cananaica: I10, il serpente con la testina tonda, e I9, il serpente cornuto.
Guarda caso I9 denotava la consonante F. E chissà che questo “monogramma” non sia reminiscente del serpente di luce di nuragica memoria? Oppure più semplicemente Sextus e Rufus erano parenti e si tramandarono la sigla, con qualche modifica ad hoc? O vuoi vedere che chi scrisse questo monogramma nel IV secolo d.C. (forse) ancora aveva delle balzane idee in testa e non si era reso conto che era ora di cambiare?
Non so se qualcuno abbia letto “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, dove Edward, ominide con un occhio al futuro, vede come funesta la possibilità di imbattersi in un Hipparion: “Vorrebbe dire che siamo appena all'inizio del Pliocene, e quindi ci troveremmo solo all'inizio della nostra lunga lotta per migliorare”. In effetti lo incontra, 12 pagine dopo. Ecco, che questo scriba sardo fosse una sorta di Hipparion?
P.S. Ovviamente è tutto uno scherzo, non sto facendo scienza, ma solo 4 chiacchiere seduta ad un bar che non è chiuso per ferie.

giovedì 12 agosto 2010

Se 5 secoli vi sembran pochi

Con rude schiettezza, l'architetto Franco Laner, scrive che meglio sarebbe, a proposito di Monti Prama, confessare di non saperne nulla piuttosto che datare le statue (o telamoni, a sua idea) in un tempo che varia fra l'XI e il VI secolo avanti Cristo. È, fatte tutte le tare che volete, come essere incerti se Leonardo Alagon fu assolto dalle Cortes di Aragona nel 1518 o nel 2010 dalla Corte d'appello di Cagliari. Conosco le obiezioni al paradosso: del processo alle Cortes c'è traccia scritta, di Monti Prama no.
Certo non ci sono verbali, ma siamo proprio convinti che la vicenda delle statue non sia in qualche modo scritta? Chi ci legge la data del VI secolo e quanti quella del VII secolo, lo fanno perché sanno leggere e interpretare quella particolare scrittura lasciata sulle pietre dalle stratigrafia; altrettanto sanno leggere coloro che, invece, le datano del X-XI secolo. Ma mentre dei primi ci sono saggi e pubblicazioni, dei secondi esiste una sintetica informazione nel sito montiprama.it (“...un’altra [ipotesi] che si spinge fino alla fine del primo millennio a.C.”) e qualche indiscrezione lasciata andare a qualche giornalista.
C'è poi un'altra datazione più antica non legata alle statue ma di cose lì trovate. È quella che Gigi Sanna fa delle tavolette di Tzricotu, dal nome del nuraghe nei pressi di Monti Prama, dintorni che non sono stati scavati e ai quali scavi si pensa di procedere in un futuro indefinito. Su tutto aleggia una confidenza, fatta a Leo Melis e da lui riportata su questo blog, secondo la quale ci sarebbero “colleghi terrorizzati” da una datazione alta. Una datazione, come si può comprendere, non è uguale ad un'altra; non è indifferente alla conoscenza della storia del Mediterraneo (e alla sua possibile conferma o riscrittura) datare le statue al VII-VI secolo o all'XI-X secolo.
Quattro o cinquecento anni di differenza non aggiungono né tolgono qualcosa alla grandiosità del tempio che ospitò le statue o i telamoni, la differenza sta nel considerare chi ispirò chi e nel sapere se i nuragici furono importatori, comprimari o anche esportatori. Il professor Marco Rendeli smentisce di aver mai detto che furono artigiani assiri a costruire le statue, come Mauro Peppino Zedda asserisce di aver sentito. Di entrambi non è lecito mettere in discussione la buona fede, ma le cose non tornano. E invece tutti vorremmo che tornassero.
Altrimenti quella rude schiettezza dell'amico Franco Laner, da forte battuta rischia di trasformarsi in una sconsolata e desolante constatazione che nella archeologia sarda qualcosa di grave sta capitando.

mercoledì 11 agosto 2010

Le statue di M. Prama "assire"? Tutto un equivoco

di Marco Rendeli

Gentile Dottor Pintore,
mi sono casualmente imbattuto, nel blog che lei dirige, in un articolo e relativa discussione riguardo le statue di Monte ‘e Prama, sulla loro datazione, sui collegamenti “storici” di cui potrebbero essere foriere.
Nella discussione ho potuto appurare un certo interesse a ipotesi presentate in diverse occasioni, l’ultima delle quali a Ghilarza grazie al gentilissimo invito della dott. Greca Masala, che in evidenza per mia difficoltà di rendere esplicito un percorso complesso o per altrui fraintendimento vengono riportati in maniera inesatta.
Desidererei quindi chiederle un breve spazio per alcune rettifiche che potrebbero modificare la prospettiva che emerge dalla discussione stessa. Peraltro colgo l’occasione per suggerire ai partecipanti il blog di chiedere informazioni direttamente a chi le scrive piuttosto che armare giovani studenti e studiosi per recuperare dispense o parti di esse utilizzate durante i corsi: e, d’altra parte, come lei ben sa, il mio mail address è facilmente reperibile sul sito della Facoltà della quale mi onoro di essere parte.
La prima precisazione che vorrei suggerire è quella di non aver mai voluto incentrare i miei seminari sulla datazione delle statue: ciò non perché non abbia un’idea abbastanza chiara al riguardo quanto piuttosto per una scelta di metodo: ho infatti scelto di privilegiare, e quindi di offrire a chi mi ascoltava, l’ipotesi di un percorso, ovvero di un processo di creazione di un sistema che spiegasse la natura e la realizzazione di questo straordinario complesso statuario.
L’unicità di queste opere d’arte, realizzate con raffinata maestria utilizzando un ampio ventaglio di accorgimenti tecnici è elemento che, unito alla natura del complesso – grande statuaria in pietra, riporta alla téchne di un artigiano specializzato o forse meglio a una bottega che conosceva perfettamente il suo mestiere.
Ciò comporta la comprensione di un rapporto fra committenza e bottega per rendere evidente che il punto centrale del percorso non è relativo all’origine o alla provenienza dell’artigiano quanto piuttosto alla storia che era chiamato a narrare attraverso il suo scalpello: essa ai miei occhi è una narrazione tutta sarda (o nuragica , se preferisce) ispirata e dettata da un singolo committente o più probabilmente da un gruppo aristocratico che emerge e si autorappresenta narrando l’origine mitica dei propri antenati.
Se si accetta questo punto, in cui si riflette tutta la storia dell’arte antica e meno antica, il problema dell’origine dell’artigiano può passare in second’ordine rispetto alla possibilità di definire una forma di narrazione: in altre parole mi è sembrato alla fine di un percorso di analisi descrittiva, iconografica e, per quel che è concesso, iconologica, più importante affermare l’unitarietà del complesso statuario, il fatto che in esso si possa riconoscere una narrazione di un passato mitico non diversamente da quanto vediamo rivelato in molte civiltà del Mediterraneo all’alba del primo millennio a.C.
Capirà che ogni percorso di questa natura deve essere sostanziato e corroborato da elementi di confronto e di supporto all’ipotesi che si sta esplicitando: qui dunque potremo risarcire un evidente fraintendimento che riguarda un presunto rapporto fra le statue di Monte ‘e Prama e l’arte assira, a mio avviso inesistente. Ho utilizzato infatti il confronto fra i rilievi del Palazzo di Assurbanipal e le statue per offrire un’ipotesi di modello iconografico del “pugilatore”, “cuoiaio” o similia: non ho mai pensato che esso potesse creare una relazione cronologica, di scuola o, tanto meno, culturale e sociale fra i due complessi. Di assedi e di tecniche di assedio si può parlare nei due casi con protagonisti simili ma in contesti culturali e sociali molto diversi: città, palazzi e imperi da un lato, dall’altro?
Ma torniamo alla storia dell’arte che è ben più interessante. Nello stesso seminario a cui fa riferimento M.P. Zedda assieme alla centralità del rapporto fra committente e artigiano che porta alla creazione di questo complesso così originale e unico, come avviene in molte altre parti del Mediterraneo, ho cercato di dare un volto alla bottega. Fatta salva la natura e la storia sarda della narrazione ho cercato di capire quali potessero essere i segni identificativi della mano (o meglio delle mani) che hanno lavorato a questa realizzazione. In quella sede ho proposto diversi livelli di lettura: dal generale, volumetrie, plasticità, ampie e articolate muscolature, ai particolari “calligrafici” straordinariamente eseguiti per armature, abbigliamento, peculiarità anatomiche e delle capigliature. All’interno di quest’ultimi si possono riconoscere dei “motivi firma”? La ricerca sta compiendo i primi passi, è lunga, difficile e richiede una competenza che sto costruendo: un primo passo si può compiere con una delle statue di arciere che presenta una sciarpa che pende sul bacino e si conclude con una raffinatissima frangia. Essa ricorda molto da vicino una simile su un rilievo di Marash, in Anatolia sud orientale, ascritta a una delle scuole scultoree neo siriane. In altre scuole orientali e del Mediterraneo questo particolare non si riscontra o viene trattato in maniera completamente differente (cfr. i rilievi assiri).
Partendo da questo “particolare” ho ampliato lo spettro della ricerca alle botteghe di artigiani della pietra in area siriana e ai loro complessi scultorei che arricchiscono i piccoli palazzi dei loro regni o delle loro città stato: non casualmente, penso, ho potuto costatare come la scultura neo siriana, fra la fine del X e l’VIII secolo a.C., si caratterizzi per grandi volumetrie, plasticità dei corpi fine calligrafismo dei particolari delle vesti e anatomici. Elementi questi che avvicinano la bottega che opera a Monte ‘e Prama a quelle esperienze orientali in una data che appare ben differente da quella attribuitami dal M.P. Zedda nella discussione presente nel suo blog.
Mi corre l’obbligo a questo punto chiarire anche un altro aspetto: dalla discussione su citata sembra emergere una discrasia e una profonda dicotomia fra le ipotesi anche recentemente presentate da Antonietta Boninu e quelle di chi le scrive: quasi che in filigrana possa emergere una inconciliabilità fra le due ipotesi e le due proposte. Devo alla amicizia della dott.ssa Boninu la possibilità di aver potuto vedere e rivedere le statue: con lei discuto, quando il tempo lo permette a entrambi, di questo come di molti altri temi. Entrambi per formazione e scuola siamo attenti all’esegesi dell’opera d’arte come del complesso archeologico, a una sua lettura e una sua interpretazione che susciti nuovi problemi, nuove curiosità e dubbi piuttosto che offrire risposte tanto secche quanto definitive.
Lei forse non crederà ma le ipotesi espresse dalla dott.ssa Boninu e quelle di chi le scrive non sono poi così lontane, al contrario: ciò sembra in totale dissonanza con quel che sembra emergere dalla discussione nel suo blog.

Egregio professore, approssimativi lettura e resoconto di una sua lezione hanno dato luogo a una infondata discussione e me ne scuso con lei, inconsapevole suscitatore di un dibattito intorno al nulla. Rivendico le attenuanti generiche: il dialogo con gran parte dei suoi colleghi non è facile né sempre possibile per chi ha dalla sua, spesso, solo la voglia di sapere e capire. [zfp]

martedì 10 agosto 2010

Lucia Baire e le rose che non colse

Sarà una commissione “paritetica” di studiosi e di prelati a cominciare il cammino che prima o poi porterà la lingua sarda nella liturgia, come in Sardegna già succede ad Alghero. Ma solo perché in questa città si parla il catalano e perché la Chiesa ha riconosciuto quella lingua. È stata l'assessora della Cultura, Lucia Baire, a sollevare, qualche giorno fa, la questione in una lettera all'arcivescovo di Cagliari, Mani, che le ha risposto a stretto giro di posta. Il tutto raccolto da Paolo Pillonca che ne ha parlato, con la sensibilità che lo contraddistingue, sulla Nuova Sardegna.
Come capita spesso, una persona, arrivata alla fine della sua esperienza (l'assessora non sarà riconfermata, si dice, nel nuovo governo sardo), si volta a rimpiangere le “rose che non colse”. Forse perché non le ha viste, forse perché hanno fatto di tutto per non fargliele vedere, sta di fatto che la signora Baire ha mancato molte occasioni, in materia di lingua sarda, per fare proprie le metaforiche rose che le venivano offerte. L'impiego della lingua sarda nella liturgia fu sollecitato nel mese di febbraio dal Comitadu pro sa limba sarda in un documento inviato alla stampa e, naturalmente, a chi aveva interesse a dire e fare. Nessun cenno – come si ama dire in burocrazia – di riscontro.
La Regione, per la prima volta nella storia dell'autonomia, ha riconosciuto il valore della lingua sarda (e delle altre usate in Sardegna) come motore di sviluppo economico. Ma quando si è chiesto anche all'Assessorato della cultura di provvedere a tagli nelle spese di quel “dicastero”, la prima cosa cui si pensò è di tagliare del 50 per cento il già scarso finanziamento regionale per la lingua. I giovani che lavorano negli uffici della lingua sarda fecero un sit in davanti al Consiglio regionale e su Comitadu pro sa limba sarda fu ricevuto dalla Commissione bilancio del Consiglio che all'unanimità bocciò il taglio, proprio nello stesso momento in cui l'assessora consegnava alla stampa un comunicato in cui i tagli venivano difesi.
Negli ultimi tempi è poi successo qualcosa nella Chiesa sarda. L'arcivescovo Mani ha licenziato un prete molto amato dai suoi parrocchiani, don Cugusi, che ha, fra le sue caratteristiche, quella di amare molto la lingua sarda e di condividere questa sua passione con un gruppo di intellettuali cattolici piuttosto influenti. Le ragioni del licenziamento, interne agli affari della Chiesa e su cui non è lecito discutere, si sono mescolate con il sospetto diffuso che monsignor Mani non ami particolarmente il sardo. Sta di fatto che, con cinque mesi di ritardo, l'assessora ha colto la rosa offertale dal Comitadu pro sa limba sarda.
Così come ultimamente si è data da fare con l'insegnamento del sardo (del gallurese, del tabarchino, del sassarese e del catalano) nelle scuole. Poca roba, 50 mila euro, ma un buon segnale di attenzione tardiva. E, in altri campi di sua competenza, ha mostrato le unghie nella questione delle statue di Monti Prama. Basteranno questi atti di resipiscenza identitaria a confermarle la fiducia del presidente della Regione, in pieno agosto impegnato a ridisegnare la sua compagine governativa? Solo lui e i suoi alleati lo sanno. Quel che, a mio molto modesto avviso (ma questa è la richiesta del Comitadu pro sa limba sarda), dovrebbe succedere è che le competenze in materia della identità siano assunte direttamente dalla Presidenza della Regione. Perché le governi, come altrove succede, a mezzo di dipartimenti retti da persone competenti e non piegabili alle misteriose vie di una burocrazia che, spesso, ha l'unica aspirazione a auto conservarsi.

lunedì 9 agosto 2010

Bene, facciamo noi. Ma facciamo

Secondo il ministro dei Beni culturali Bondi ogni eventuale esposizione fuori dal loro contesto delle statue di Monti Prama “dovrà essere autorizzata e decisa dalle autorità locali”. È una buona affermazione che, purtroppo, non avrà effetti retroattivi, sulla trasferta e permanenza parigine della Stele di Nora. Allora non protestarono i politici, gli archeologi e gli intellettuali sardi che hanno fatto oggi fuoco e fiamme contro la proposta di far conoscere i Giganti fuori della Sardegna.
Non protestò il governo sardo (c'era Soru a guidarlo), non lo fece l'assessore della Cultura Mongiu (che ora si unisce al coro) né naturalmente si piegò alla “leale collaborazione” fra gli elementi della Repubblica il ministro dei Beni culturali. Francesco Rutelli. Si trasferì e basta.
Piccolezze della politica e della intellettualità strabiche. Vero è che neppure l'allora opposizione di centrodestra si preoccupò molto della questione, rendendo oggi la sua protesta più credibile e meno sospettabile di “lo faccio perché così fan tutti”. Ma credo che sia utile avere un ricordo del passato per muoversi meglio nella contemporaneità. E anche per essere avvertiti dei possibili rischi che nasconde la contentezza generale, di noi identitari e di lorsignori reticenti e/o preoccupati della possibilità di una esposizione mondiale di certe vergogne. Ne risparmio l'elenco perché, a partire dai contorcimenti sulla datazione dei Giganti, è ben conosciuto.
Le “autorità locali”, che poi sarebbero il governo e il parlamento della Sardegna, non necessariamente in sintonia con le Soprintendenze, possono far viaggiare i 38 telamoni, sostenitori un tetto sghimbescio, dopo che ce li saremmo finalmente goduti e fatto risolvere da esperti indipendenti i danni della esterofilia paventati da diversi nostri bloggers. Ma, continuo a ripeterlo, queste expertise internazionali sono urgenti, e, detto in tutta franchezza, poco importa, davanti alla posta in gioco, che la Montagna vada a Maometto o che succeda il contrario. Risolta, con l'intervento di Bondi, la questione di principio del chi può fare cosa, è il resto che va risolto, possibilmente aprendosi ad una ipotesi data per fantascientifica da chi è malato di disistima congenita: e se i sardi, allora come oggi, fossero capaci di fare senza necessariamente copiare?