giovedì 30 dicembre 2010

Auguri a tutti, ma soprattutto alla lingua sarda

L'anno si conclude con brutte notizie dal mondo variegato dell'indipendentismo sardo (nazionalista, sardista, non nazionalista). Non penso solo alla implosione di iRS, certo il fenomeno più rumoroso, ma alla più generale perdita di senso identitario che questa fetta non piccola dell'opinione pubblica sta devolvendo, paradossalmente, agli schieramenti “italiani” o a loro parti. Della questione della lingua sarda, fondamentale per il radicamento del sentimento nazionale comunque lo si intenda, si occupano quasi esclusivamente settori del mondo politico, il governo sardo, il movimento per la lingua sarda e le sue articolazioni.
L'indipendentismo è in preda a un economicismo che paradossalmente fa il verso della politica tradizionale nel momento in cui essa sembra volersene liberare. Dal Partito sardo, lo schieramento più consistente, a iRS, a Sardigna natzione, ai Rosso mori, qualcosa che si aggira intorno al 15-18 per cento, hanno tutti messo fra parentesi la questione della lingua. Ma anche quella della cultura nazionale, nella prevenzione secondo cui sarebbe un lusso occuparsi di lingua e cultura “locali” in presenza di crisi economiche. Così, c'è chi si è specializzato nei rapporti economici e finanziari fra Regione sarda a Stato italiano, chi nel conflitto con una tutt'altro che certa volontà dell'Italia di scaricare sulla Sardegna una parte almeno della sua politica nucleare, chi ha della modernità dell'economia una visione etero diretta, chi pensa che di lingua sarda si possa parlare in termini di inconciliabilità fra le sue “varianti”, quasi un contrasto fra le due nazioni del sud e del nord.
Tutti problemi seri, naturalmente, salvo quello, ridicolo, della partizione della Sardegna in due nazioni linguistiche. Il fatto è che nessuno di questi problemi è capaci di definire una politica non dico indipendentista ma neppure autonoma. Si è mai sentito, fuori delle caricature alla Grosz, qualcuno dire che vorrebbe una Sardegna povera e succube? Dove sta la specialità di una politica culturale che metta l'Isola al centro delle proprie attenzioni, se non negli elementi propri della sua specialità, con la lingua al primo posto? Non tutti, ma la gran parte delle donne e degli uomini che si richiamano ai valori dell'indipendenza sono coscienti di questi fondamenti.
Il dramma è che per quasi tutti, salvo i pochi che ritengono la lingua un epifenomeno non fondante né importante, il sardo (e insieme ad esso il gallurese, il sassarese, il tarbarchino e l'algherere) esistono e, se proprio corrono rischi, come li corre il sistema economico, pazienza: una volta conquistata l'indipendenza, ci si potrà occupare di lingua. Per questo, prima si mette mano alle emergenze economiche e finanziarie e poi, una volta superate, ci si potrà permettere di interessarsi di frivolezze. Se qualcuno si vorrà prendere il gusto di guardare nel sito del Consiglio regionale le proposte di legge (di iniziativa consiliare), i disegni di legge (di iniziativa del Governo), le mozioni, gli ordini del giorno, le interrogazioni, le interpellanza, vedrà come la questione della lingua sia quasi inesistente. Tutta l'iniziativa legislativa e ispettiva ruota intorno a problemi riconducibili all'economia con differenze di toni e di prospettiva, a seconda che sia dell'opposizione o della maggioranza. Il fatto che in Consiglio esistano consiglieri indipendentisti e nazionalitari, che dieci di essi abbiano votato per l'indipendenza della Sardegna, tredici si siano astenuti, non è assolutamente percepibile dall'atteggiamento sulla questione della lingua sarda. Quasi che essa sia un sovrappiù nella proposta avanzata da dieci deputati regionali e non osteggiata da altri tredici.
Il Governo sardo ha inserito nel Piano regionale di sviluppo un concetto di straordinario interesse per la salvezza della lingua, nel quale si afferma che essa è un motore di sviluppo economico. Perché non andare a verificare se questa affermazione corrisponde a una volontà o è solo una espressione enfatica? L'ex presidente della Regione, Renato Soru, poco prima di dimettersi e di chiamare gli elettori alle urne, presentò una legge di politica linguistica di grande interesse. Il suo partito, a due anni dal voto, non la ha ripresentata. Nessuno vieta ai consiglieri indipendentisti o nazionalitari, ai movimenti indipendentisti fuori dal Parlamento sardo di fare propria la proposta soriana, modificarla se lo ritengono, o premere sull'ex presidente perché la faccia mettere all'ordine del giorno del Consiglio.

Domani se ne va il 2010. Sarebbe un buon auspicio che il 2011 sia l'anno in cui indipendentisti, nazionalisti, nazionalitari, autonomisti prendano coscienza che la lingua sarda e le altre alloglotte hanno bisogno di interventi urgenti. Auguri.

giovedì 23 dicembre 2010

Non è per tigna, ma vorremmo sapere dov'è questo coccio

Dal castello fortificato ancora nessun cenno di vitalità: i più di settanta reperti archeologici con segni di scrittura continuano ad essere circondati da un fossato di silenzio. È appena attraversato da qualche anatema lanciato contro chi trova scandalosi gli occultamenti e qua e là si levano cortine fumogene sollevate nella speranza che, dissolvendosi, si trascinino appresso gli impertinenti assedianti. Arriva, di tanto in tanto, oltre le mura del fortino qualche sussurro anonimo, qualche anonima soffiata (come quella relativa al frammento ugaritico di Mogoro, nella foto), piccole sortite, insomma, come per dire: “Ah, se potessi parlare”.
Non parla neppure il ministro Sandro Bondi, a cui due senatori della Repubblica hanno chiesto, quasi sei mesi fa, che cosa il suo Ministero sapesse, per esempio, di quel frammento di Mogoro che, nell'assiriologo Giovanni Pettinato, suscitava l'idea di segni di scrittura cuneiforme. È pur vero che il ministro dei Beni culturali sta passando in questi giorni brutti momenti, anch'egli assediato da chi ne vorrebbe la testa. Eppure i suoi uffici di qualcosa avranno, forse, voluto informarsi. Chiedendo conto, per dire, alle soprintendenze sarde indiziate di aver nascosto o perso o sottovalutato. Ma non è detto che queste non abbiano già fatto conoscere quel che sanno. C'è sempre, però, la possibilità che il Ministero non se la sia sentita di dare risposte sulla base dei documenti ricevuti dalle sue dipendenze periferiche.
Con che faccia, per dire, Bondi potrebbe riferire in Senato che quel frammento, ricoverato per un certo periodo nel Museo civico di Senorbì, dove il coccio fu appeso ad una parete, è sparito? O che, ancora, di esso non c'è traccia se non nella fotografia mostrata al prof Pettinato? Sarebbe imbarazzante, almeno quanto il crollo di un muro a Pompei. E, a proposito, che cosa ha detto l'assiriologo ai funzionari del Ministero che certamente lo avranno contattato per sapere se confermava la sua idea sui segni di scrittura cuneiforme nel coccio? È vero che il professor Pettinato è collocato a riposo, ma figurarsi se la Soprintendenza cagliaritana avrebbe avuto più difficoltà nel contattarlo di quella incontrata dagli organizzatori di un recente incontro in Sardegna con lui. Scherziamo?
Il fatto è che, forse, delle parole dell'assiriologo, i funzionari sardi neppure avevano bisogno. Mettiamo che essi avessero deciso che quel frammento appartenesse ad una cultura, per dire quella di Ozieri, notoriamente sviluppatasi in Sardegna intorno al IV millennio avanti Cristo, duemila anni prima del tempo in cui si usava scrivere in ugaritico. Quei trattini di forma triangolare che al prof Pettinato erano parsi segni cuneiformi non avrebbero potuto essere altro che decorazioni. Si possono leggere? Si possono cioè rintracciare lettere ugaritiche? Una invenzione della sorte. E poi, scusate, sappiamo tutti che un calabrone non può volare e che se lo fa è perché ignora le leggi della fisica.

mercoledì 22 dicembre 2010

Dal Parco dello Stelvio una lezione di autogoverno

Continuerà a chiamarsi formalmente “Parco nazionale”, ma quello dello Stelvio sarà amministrato da Bolzano e da Trento e, se ci vorrà stare, dalla Lombardia che insieme alle due province autonome hanno dato terre alla più grande riserva in Italia. Il provvedimento fa parte delle norme attuative approvate dal Governo italiano e dalle due province e che, oltre all'autonomia di gestione dello Stelvio-Stilfser Joch, riguardano anche la garanzia di effettivo bilinguismo nella magistratura in Sud Tirolo dove verrà prevista una prova di conoscenza della terminologia giuridica in italiano e tedesco.
Si conclude così una battaglia trentennale condotta soprattutto dalla Sud Tiroler volkspartei a favore di una gestione autonoma del Parco e contro la filosofia e la pratica centralista della legge sui parchi. Quella filosofia che, sia detto per inciso, è stata per tre lustri con successo contrastata dalle comunità del Gennargentu, destinato a diventare parco sotto la direzione e la gestione di un ente di nomina ministeriale. Da questa non tollerata volontà prevaricatrice né Edo Ronchi, padre della legge 394 del '91 e poi ministro dell'ambiente, né i ministri successivi, né il presidente della Regione sarda Palomba, hanno mai voluto recedere. Altrimenti, forse, il Parco del Gennargentu potrebbe esser cosa fatta. Chiusa la parentesi.
Naturalmente, il decreto di attuazione ha suscitato le ire dell'opposizione e soprattutto delle associazioni cosiddette ambientaliste e della ministro Prestigiacomo. La prima, come è ormai abitudine, evoca la violazione della Costituzione (“è lo Stato che deve tutelare l'ambiente”) e, per non farsi mancare nulla, accusa il governo di voler pagare così l'astensione della SVP nel recente voto di fiducia in Parlamento. Cose di politica che qui poco interesse hanno. Ma sono le associazioni cosiddette ambientaliste che stupiscono per la loro incapacità di considerare le autonomie come valore in sé. Ci hanno sbattuto la fronte contro le comunità del Gennargentu, dell'Abruzzo, del Veneto e dell'Emilia etc etc, e continuano con la tiritera contro le Regioni e le amministrazioni locali che sarebbero incapaci di tutelare gli ambienti naturali su cui insistono. Quasi che fossero stati Wwf, Legambiente, Italia loro e compagnia cantante a preservare gli ambienti naturali che vorrebbero, ora, amministrare in cointeresse con i delegati di governo.
Almeno fosse vero che lo Stato è in grado di tutelare l'ambiente (ma anche i beni culturali, vedi Sa pala larga e Pompei). Ma così non è. È solo una concezione statolatra a guidare certe posizioni. Mi sa che il miglior commento a questa vicenda dello Stelvio sia quello di una deputata bolzanina del Pd, Luisa Gnecchi, che in contrasto con il suo partito, ha detto ''Per il futuro del parco nazionale dello Stelvio mi fido più del governatore Durnwalder, anche se è un cacciatore, che del governo Berlusconi e del ministro Prestigiacomo che proprio oggi non ha votato con la maggioranza e ha lasciato l'aula”. Aggiungendo: “Non temo confronti. L'Alto Adige ha sempre dimostrato di tutelare il territorio meglio di qualsiasi altro ente. Mi fido più di Bolzano, Trento e Milano che di Roma che nel bilancio 2010 non ha stanziato nemmeno un euro per il parco nazionale dello Stelvio''.

martedì 21 dicembre 2010

Ennio Porrino, anche critico musicale

Ennio Porrino

di Giovanni Masala

Quando era ancora in vita, Ennio Porrino era molto conosciuto, sia in Italia che all’estero, una vera celebrità, e ancora fino ad una ventina di anni dopo la sua morte – sebbene le sue musiche venissero eseguite più raramente che in passato – la sua notorietà tra i frequentatori di teatri dell’opera e di sale da concerto era ancora ben salda. Ma esclusivamente gli specialisti erano e sono a conoscenza del fatto che egli fosse anche musicologo e critico musicale di innata competenza e di pronunciata vena polemica, nonché conferenziere e poeta.
Nel 1932 Porrino inaugura con tre brevi resoconti concertistici la sua attività di critica musicale e musicologica. Dopo la pubblicazione di uno scritto più ampio sul canto popolare, pubblicherà una lunga serie di articoli, talvolta caratterizzati da un forte accento polemico; ma sono tempi di acceso nazionalismo e nei suoi scritti si riflettono spesso (ma non sempre) le tendenze politiche e la retorica dell’epoca, come il richiamo all’italianità e la difesa dell’arte italiana e dei suoi artisti. Tuttavia egli era anche poeta e non di rado sapeva essere poetico anche nei suoi scritti musicologici...

lunedì 20 dicembre 2010

Che errore, occupare il Parlamento sardo

Il gruppo consilare del Pd, insieme agli alleati di centrosinistra, ha occupato il Parlamento sardo. Lo aveva fatto anche, se non ricordo male, il gruppo di Forza Italia ai tempi di Soru. Se quest'ultima fu una baggianata, l'occupazione decisa oggi dal centrosinista non è da meno. Personalmente ho ritenuto un grave errore l'occupazione di una Commissione parlamentare decisa da Movimento pastori, un segno della scarsa considerazione non del Governo sardo pro tempore ma del nostro Parlamento, una conquista, mi si perdoni l'enfasi, di tutta la nazione sarda e del suo popolo. Ma, almeno, i pastori avevano dalla loro il fatto che normalmente sono fuori dal Parlamento.
Lo stesso non si può dire dei deputati regionali, che siano di destra o che siano di sinistra. Lì li abbiamo mandati per legiferare non per esibire i muscoli, e per questo sono piuttosto ben pagati. Ho ricevuto, come altri del mio mestiere, un comunicato dell'on Francesca Barracciu che con leggiadria goliardica scrive: "La Giunta regionale supera se stessa con un ineguagliabile risultato sulle politiche per l’occupazione. Peccato che non si tratti di occupazione a favore di chi è senza lavoro, ma di occupazione per protesta. Dopo che studenti, pastori, operai, disabili hanno occupato scuole, fabbriche, tetti, strade ora è il centrosinistra ad occupare l’Aula del Consiglio regionale”.
Naturalmente mi guardo bene dall'entrare nel merito della protesta dei deputati del Pd contro il Governo sardo. È nel loro diritto (e anche nel loro dovere) contestare, duramente se lo ritengono necessario, l'operato di chi ha ricevuto il mandato di governare. È loro diritto e dovere cercare di bocciare le sue azioni o inazioni, denunciandone la politica e rivendicando la non “complicità con questa giunta”.
Ma l'occupazione della “aula sorda e grigia” no. Non è nel loro diritto. Il Parlamento dei sardi non è un condominio sul quale scaricare personali o collettive frustrazioni, è la massima istituzione del popolo sardo. Non averne consapevolezza e non difendere costi quel che costi la sua inviolabilità è gravissimo. Non trovo molta differenza tra il tentato assalto al Senato italiano da parte degli studenti e il riuscito assalto del Parlamento sardo da parte di chi deve difenderlo. L'uno e l'altro sono sintomo di imbarbarimento. Con questo di differente: che gli studenti forse non ne avevano coscienza.

LIMBA: a Fonni la festa è finita

di Michele Podda

Si, è finita da oltre 10 giorni senza che vi sia stato alcun "iscontzu", e dunque neanche "acontzu", come le cattive cassandre avevano previsto. D'altronde le previsioni erano facili facili: stessi attori, stesso copione, il teatrino non poteva cambiare. Non ho sentito di abbandoni con porte sbattute, di lancio di scarpe verso i responsabili della drammatica situazione della lingua sarda, di condanne clamorose verso il cattivo operato della Regione Sarda in tutti questi anni.
I casi sono due:
  1. i partecipanti erano convinti che la Regione, o meglio gli apparati regionali preposti, abbiano operato nel migliore dei modi; in quel caso dovevano ringraziare per l'impegno, la competenza e i risultati raggiunti, ed elargire dei suggerimenti per rendere ancor più felice la situazione;
  2. i partecipanti erano consci e convinti della latitanza della Regione e degli errori commesi: in quel caso dovevano farlo capire in ogni modo a tutti i sardi, e sopratutto "pretendere" assunzione di responsabilità da parte di politici e burocrati regionali, nonchè di impegno, con tempi e modalità prestabiliti, a realizzare le loro proposte/richieste.
Non credo possibile il primo caso: il grido d'allarme, con calde lacrime di coccodrillo, è emerso forte dai responsabili degli Uffici regionali e dai politici, i quali come abbiamo visto in precedenza, lamentavano " che la lingua resta relegata in zone sempre più ristrette; che anche in quelle zone ristrette, solo il 13% dei bambini ormai parla in sardo con i genitori; che non ci si deve vergognare di essere sardi; che la lingua sarda deve tornare nelle famiglie..." e chi più ne ha più ne metta. Essi stessi ammettono dunque, se ve ne fosse bisogno, che le cose sono messe molto male.
Non si è avverato il secondo caso: giornali e televisione non hanno riferito di scontri feroci con accuse gravi rivolte dai partecipanti alla conferenza verso i responsabili del destino ormai segnato della "limba". E non vale la scusa che i mass media snobbano la questione in argomento: le notizie di cronaca le danno comunque, dunque una contestazione quantomeno vivace, per non dire fragorosa, l'avrebbero sicuramente segnalata. Non si è sentita "una mosca volare", come si diceva; un silenzio tombale.
Non resta che ipotizzare un terzo caso: anche i partecipanti, studiosi e studiati, editori e pubblicati, conferenzieri e convegnisti, soddisfatti comunque di esserci e di rinvigorire i loro rapporti col potere (piccolo certo, ma sempre meglio di niente), si sono appiattiti sulle posizioni "sofferenti" dei responsabili regionali e, enunciate le loro attente analisi e gridati in coro gli auspici più sinceri, non dimenticando di sollecitare più fondi per la lingua, SI SONO SEDUTI, concordando sulla necessità di più frequenti conferenze e convegni sull'argomento.
Non tutti forse, ma la gran parte certo; e chi non ritiene che così stiano le cose, si affretti a farlo sapere, in qualunque modo, almeno servendosi della disponibilità di blog come questo, che almeno in parte sopperiscono all'ostracismo messo in atto dai grandi quotidiani dell'isola nei confronti della lingua sarda. Qualcuno dei partecipanti dica chiaro quali sono le difficoltà ad attuare iniziative forti per introdurre il sardo obbligatorio nelle scuole, per difenderlo dall'italiano, per accrescerne il prestigio. Provi qualcuno a riferire, sinteticamente, quali sono state le proposte concrete da parte di singoli partecipanti, quali le conclusive promesse dell'Assessore e del Presidente, quali le CERTEZZE, se ve ne sono.
Spero che "i partecipanti" non si risentano per la tirata d'orecchi che qui si vuole significare, perchè colpe ne hanno sicuramente, ma sopratutto perchè IN LORO E' RIPOSTA LA SPERANZA di tutti coloro che credono in una rinascita vera e concreta della limba.
E per carità: che nessuno ripeta, in modo affrettato, lo slogan regionale che d'ora in poi saranno i bambini a istruire gli adulti sulla lingua sarda. Perchè allora davvero è finita, "su mundu s'est zirande in cherbeddu".

Caro Michele, hai ragione, per quel che può, questo blog supplisce alla disinformazione imperante sulla lingua sarda, imperante ma per fortuna non totalizzante, visto che Sardegna 1 e la Nuova Sardegna non sono distratte. L'Unione sarda, per dire, ha parlato della Conferenza di Fonni in una riga all'interno di un trafiletto su Corte apertas a Fonni e anche la televisione del gruppo non ha certo contribuito ad informare. Ma proprio per questo, la tua invettiva è assai poco fondata. Perché avremmo, noi del solito "teatrino", dovuto rovesciare le sedie e sbattere le porte, visto che l'assessore della Cultura ha fatto proprie gran parte delle proposte di Su Comitadu pro sa limba sarda e del più complessivo movimento linguistico sardo? Per fare esercizi muscolari? O per stare nel solco del qualunquismo secondo cui, tanto, la politica è tutto un magna magna?
Chi, come me, non trova affatto appassionante il gioco destra, sinistra, su e giù, ha interesse a vedere se il governo e il parlamento sardi vorranno rispettare le promesse nei confronti della lingua sarda e delle altre lingue alloglotte. L'assessore ha preso impegni assai soddisfacenti e ha illustrato le linee del Piano triennale per la lingua che corrisponde, non in tutto magari, ma in larga parte sì, a quel che anche nella Conferenza di Fonni si è chiesto. Il problema è, semmai, se gli impegni saranno mantenuti. Dire "tanto non ci credo" o, al contrario, "finalmente abbiamo risolto il problema" è infantile. L'atteggiamento più congruo mi sembra sia, come al poker, andare a vedere. Ed è quello che noi del "teatrino" vogliamo fare.
PS - Quel che tu dici, che "anche in quelle zone ristrette, solo il 13% dei bambini ormai parla in sardo con i genitori", non è vero. Quel 13% è una media nazionale fra i paesi in cui i bambini sardo parlanti sfiorano il 90% e i paesi in cui i bambini sardo parlanti si avvicinano a zero. E, a costo di dispiacerti, credo sia vero che nei centri in cui i sardo parlanti superano di poco la metà degli abitanti, la speranza di una nuova alfabetizzazione è riposta nei giovanissimi che impareranno il sardo a scuola. Non basterà, sarà necessario che il sardo sia visibile in tutti i contesti, dalle strade agli uffici, dai negozi ai toponimi. Ma questa è la scommessa per il futuro.  [zfp]

domenica 19 dicembre 2010

L'avventura dei sardi in "Il popolo Shardana"

Presentazione, ieri a Decimomannu, di "Il popolo Shardana". Al tavolo
Marcello Cabriolu, il maestro Luigi Lai e le sue launeddas,
Giuseppe Mura (dietro Lai), Maurizio Riccitelli, Pierluigi Montalbano,
Gianfranco Pintore, Paolo Valente Poddighe, Paolo Marongiu
È da qualche settimana in libreria il libro di Marcello Cabriolu “Il popolo Shardana”, allo stesso tempo fascinoso racconto della avventura vissuta dalla Sardegna e breve trattato, assai ben documentato, sui millenni che precedettero l'era cristiana. In entrambi i casi, occasione per riflettere su un paio di cose.
La prima è la interessata approssimazione usata da ampi settori della baronia archeologica nel descrivere la storia dell'isola e dei suoi rapporti con l'esterno, una approssimazione che fondamentalmente parte da una assimilazione solo apparentemente logica: isola = isolamento. La seconda è la pervicacia testarda, e altrettanto interessata, con cui questi settori si chiudono intorno al già detto e il già scritto. Si dovrà leggere questo libro, per esempio, per scoprire che Sant'Antioco, dove l'autore vive, è qualcosa di molto più complesso di quell'isola solo punica che ci hanno tramandato.
Come è capitato ai libri di altri eretici, prevedo anche per “Il popolo Shardana” che esso sarà destinato ad essere avvolto in una coltre di silenzio da parte della ufficialità archeologica universitaria e sovrintentendentoriale, con al più qualche saccente sberleffo goliardico, e, allo stesso tempo, al successo in un pubblico sempre più affamato di conoscenza.
Il popolo Shardana, Domus
de janas editore, € 22
Il libro, edito dalla “Domus de janas”, scritto con una bella prosa piana, densissimo di rimandi bibliografici, molto ricco di fotografie, sarebbe un ottimo libro di testo per una scuola che volesse metter da parte le vulgate interessate e raccontare la storia della Sardegna antica. O meglio ancora quel che la storia della Sardegna ha lasciato nel Mediterraneo e non solo. Cabriolu ha la capacità e l'abilità di raccontare cose complesse in un modo che ti cattura e che è allo stesso tempo rigoroso.
Il punto di osservazione, come sarebbe naturale che sempre fosse, è questa isola, ma lo è non per raccontare una “storia locale”, la storia di una periferia del Mediterraneo tralasciata dalle altre storie, un'isola isolata. Quasi che fosse un sorta di sardesca rivincita, che pure è presente. Il libro di Cabriolu è una storia globale che parte, appunto, da un particolare, ed eretico, angolo visuale, quello dei shardana che con il resto del Mediterraneo ebbero un profondo processo di reciproca acculturazione, offrendo (o anche imponendo) e raccogliendo molto, compresa la scrittura.
Lo stile shardana" scrive "si diffonde ... sino a trovare riscontro persino in Palestina, nelle città di Megiddo e di Hazor, nella fortezza di Sharuhen e nella città di Ugarit e in ultimo nella fortezza di El Hawat - Haifa (considerata una forma di protonuraghe)". I shardana erano uno dei Popoli del mare con cui esistevano vincoli di alleanza come ad esempio possiamo osservare nei “commilitoni” rinvenuti a Teti, i quali, dice il libro, "mostrano, secondo la nostra interpretazione, i vari individui facenti parte della Lega dei Popoli del Mare stanziati nel territorio sardo".
Il libro dà per acquisito che i shardana fossero i sardi del secondo millennio avanti Cristo, o meglio pone solidi mattoni affinché a questa conclusione arriviamo anche noi. In questi ultimi tempi, sulla questione si è riacceso il dibattito che, fra i negazionisti, ha spinto qualcuno ad uscire di senno accusando di razzismo e di filonazismo quanti sostengono, appunto, che gli shardana fossero i sardi del secondo millennio. È una baggianata, naturalmente, ma da il senso della ferocia che alcuni sono disposti a mettere in campo, quando le proprie certezze granitiche vacillano..
La lettura che Cabriolu fa dei cosiddetti commilitoni di Teti destina al ridicolo l'uscita dell'archeologo molto ideologizzato ma non altrettanto serio. Anche se umanamente lo capisco: è durissimo ammettere di aver preso una cantonata, aggiungendo la sua alle voci di chi ha speso vite accademiche nella descrizione di una società nuragica chiusa ed isolata. Chi ha concepito barchette nuragiche di pescatori che facevano del piccolo cabotaggio intorno alle coste, stenta a pensare che sia sardo il popolo shardana che varca i mari, commercia con il mondo conosciuto, fornisce muratori specializzati ai potenti del Mediterraneo.
Figurarsi, poi, se si possa pensare, come Marcello Cabriolu pensa e scrive con adeguate prove, che i sardi di allora avessero città e stato. "I nuraghi, gli edifici turriti che caratterizzano il territorio sardo, rappresentano appena “la punta dell’iceberg” della cultura statuale creata dalla popolazione sarda" scrive l'autore. E ancora parla della trasformazione di "un sistema civile a prevalente vocazione rurale, in una rete complessa di centri urbani legati alle aree di captazione. Nacquero così le grosse città, quali Tharros, Othoca, Sulky, Nora, Bithia, Nabui, Karaly, Sulci de Ozzastra, Orvia, Corra, Nure".
Sulla organizzazione statuale, almeno intesa nel senso pieno e contemporaneo della parola stato, ho molti dubbi e penso, anzi, che i nuragici, conoscendo lo stato di altri popoli, ne rifuggissero. Ma mi pare assolutamente fondata la conclusione cui arriva Marcello parlando delle città sarde e vi rimando alle sue pagine per scoprire le argomentazioni che cambiano quanto fino ad ora la scuola fenicista, o per meglio dire feniciomane, aveva dato per dimostrato e assodato.
È noto credo a tutti il luogo comune, un vero e proprio pregiudizio, secondo cui la scrittura nasce con lo stato e con la città. Si tratta di una visione economicista ed utilitarista, la scrittura nasce perché lo stato e la città hanno bisogno di archivi e di cancellerie. Visione smentita da scoperte archeologiche, oltre che dalla scrittura tifinagh di cui parla Cabriolu, di un popolo come il berbero che non ebbe stato e che pure scriveva. Ma se pure quel pregiudizio avesse un qualche fondamento, e non lo ha, il fatto che esistessero e fossero importanti le città nuragiche sarebbe un buon indizio dunque circa la esistenza di una scrittura nuragica.
Cabriolu mette in campo la scrittura tifinagh libico-berbera come possibile origine della nuragica, dubitando che possa esserlo quella mediorientale. Così come gli shardana scorazzavano nell'oriente mediterraneo, lo facevano anche nell'attuale Magreb dove stavano i libici e i berberi. E tutto sommato, per noi che non siamo epigrafisti, non ha grande importanza la questione se non per le sue conclusioni: sia come sia, il popolo shardana conosceva la scrittura e suoi scriba la usavano. Allo stato delle cose sappiamo che se ne faceva un uso solo religioso e, in campo civile, solo per dare nome e quantità ai pesi. Ma credo che sia naturale come fu naturale nella pittura, ma anche nella scrittura dell'era cristiana la predominanza del soggetto sacro. Già, ma chi adorava il popolo shardana, era politeista o monoteista? Marcello Cabriolu risponde così:
"Si è spesso erroneamente dichiarato che i culti della nazione Nuragica siano stati vari in quanto si è spesso stati incapaci di riconoscere che il culto della Madre Terra è sempre stato uno e unico e tutti gli eventi sono rituali ad esso legati, proprio come quelli attuali relativamente al culto cattolico, almeno nel contesto sardo, ancora di profonda radice neolitica”.
Si può discutere molto e a lungo se sia più “à la page” il politeismo o il monoteismo e dare risposte secondo che si sia inculturati al classicismo o all'anticlassicismo. I romani e i greci, per dire, sono, religiosamente parlando, più civili per chi pensa al classicismo come il top della civiltà; i nuragici direbbero di no, che il dio unico dei semiti e loro è espressione più avanzata. Una cosa mi pare certa: le differenze ci sono, sono evidenti, e delineano una civiltà alta quanto le altre del Mediterraneo. Scoprire quanto sia alta e come sia altra è un piacere che proverà chiunque legga questo bellissimo libro. 

sabato 18 dicembre 2010

Il Polo della nazione e le anime morte del feudo sardo

Il nazionalismo italiano oggettivo, quello che, per dire, ha prodotto i cinque spot della Rai contro i dialetti e le lingue minorizzate, si sta costituendo in schieramento politico. La nascita del Polo della nazione rappresenta dunque un momento di chiarezza: Casini, Fini, Rutelli si definiscono fuor dei denti per quel che sono sempre stati, nazionalisti granditaliani. Del resto, quello di Casini già era Partito della nazione e, coerentemente al nome, si diceva nemico del federalismo. Resterebbe da capire com'è che anche gli autonomisti siciliani del Mpa si siano scoperti nazionalisti italiani, ma questi sono fatti loro.
Dubito che il polo di Casini, Fini, Rutelli e Lombardo riesca ad attrarre tutto il nazionalismo grande italiano esistente, ma è chiaro che esso nasce in contrapposizione, nel sud, ad un altro polo nazionalista nel nord inevitabilmente portato a costituirsi in entità statuale. Insomma, viva la chiarezza che almeno nel centro destra si sta facendo. Il centro sinistra, percorso anche esso da pulsioni nazionaliste, sembra al momento non essere sedotto dall'urgenza di riconoscersi polo della nazione di sinistra come vorrebbero le pratiche culturali di ambienti intellettuali, da Umberto Eco a La Repubblica a Giuliano Amato, angustiati dallo scarso appeal del 150simo della cosiddetta Unità d'Italia.
La Sardegna è un buon punto di osservazione del rimescolamento di carte introdotto dalla nascita del polo della nazione italiana e soprattutto degli automatismi partitici: i capi scelgono a Roma e si portano appresso anime morte anche nella lontana periferia. Sono al momento tre i consiglieri regionali del neo polo nazionalista, due finiani (Artizu e Sanna) che dalla maggioranza di centrodestra sono passati all'opposizione non appena lo ha fatto il loro leader in Italia e un udc, anch'esso passato all'opposizione. Curiosa sorte quella di quest'ultimo, Roberto Capelli, che aveva giurato che mai e poi mai avrebbe seguito Casini nella sua decisione di trasformare l'Udc in Partito della nazione. Ha mantenuto la parola, è uscito dal Partito della nazione per entrare nel Polo della nazione insieme all'Alleanza per l'Italia, suo nuovo partito. Come nell'Ottocento russo, i proprietari vendono insieme al terreno anche le anime morte che vi abitano.
Roberto Capelli ed Ignazio Artizzu erano capi gruppo, l'uno dell'Udc e l'altro di An quando nella scorsa legislatura firmarono come garanti la proposta del Comitato per lo Statuto e con essa il preambolo in cui, fra l'altro, è scritto che “la Sardegna è una Nazione con proprio territorio, propria storia, propria lingua, proprie tradizioni, propria cultura, propria identità ed aspirazioni distinte da quelle della Nazione italiana e assomma in sé tutte le culture e le civiltà che si sono succedute nell’Isola dal prenuragico ad oggi”.
Artizzu è anche firmatario della mozione presentata dal Pdl l'8 settembre in cui si dice, fra l'altro chela Sardegna è una nazione con proprio territorio, una propria storia, una propria lingua, una propria cultura e una propria identità”. Quanto a Roberto Capelli, egli fu fra i dieci consiglieri che il 18 novembre votò l'ordine del giorno del Psd'az sulla “indipendenza della Nazione sarda”.
Immagino, così ad occhio ma senza alcuna certezza, che quando Casini, Rutelli, Fini, Lombardo parlano di Polo della nazione non intendano Polo della nazione sarda. Ma se è invece così, ritiro tutti i brutti pensieri che ho fatto sulla coerenza di Artizzu e Capelli. 

venerdì 17 dicembre 2010

Fine settimana a parlare di archeologia

Laconi: inaugurazione del Museo dei menhir
Decimomannu: presentazione del libro Il popolo shardana
di Marcello Cabriolu
Silanus: dibattito sui shardana, la storia e il mito
Santadi: Il culto delle acque

giovedì 16 dicembre 2010

Lettera aperta agli "scissionisti" di iRS

di Giovanni Masala

Sono estremamente sorpreso, deluso e triste nel vedere quello che sta succedendo in questi giorni!
Le descrizioni e le giustificazioni di Omar Onnis e di Pasquale Cadoni che ho letto 2-3 giorni fa nel sito di iRS le accetto soltanto parzialmente mentre vorrei che si rispondesse finalmente alle richieste di Claudia Satta e alle istanze di Roberto Deligios e di tante altre persone che sono interessate a sapere come mai questo odio verso Gavino Sale covato da anni. Lui è a mio parere un capro espiatorio per altri vostri problemi che non conosco.
Anche io sono un elettore e simpatizzante di iRS da tanti anni, mi sono avvicinato a questo movimento grazie alle capacità dialettiche e politiche di Gavino Sale. Un giorno, senza neanche conoscerlo personalmente, diversi anni fa, mentre andavo a Sassari sono entrato a Banari e ho chiesto dove abitasse, in quel momento era in casa e mi ha accolto con la tipica ospitalità sarda e con una gentilezza squisita, abbiamo parlato naturalmente molto anche di politica. Una cosa che non posso dimenticare: mentre andavo via mi regalò il primo libro di Franciscu Sedda, Tracce di memoria, parlando molto bene sia del libro che dell’autore.
Nel frattempo insieme al mio professore, ho fondato nell’università di Stoccarda una collana tutta dedicata alla Sardegna il cui logo è s’àrbore: www.sardinnia.it.
Pochi anni dopo conobbi anche Sedda, il padre e Giulio Cherchi, e ne ebbi un’ottima impressione; ho letto e apprezzato anche il libro sulla bandiera e l’ultimo. Ma in questi ultimissimi anni e mesi si respirava un’altra aria, soprattutto nel forum: per quanto riguarda ad esempio la lingua sarda mi dispiace enormemente che Sedda, Giovannino, Giulio e tanti altri, inizialmente contrari alla limba sarda comuna, si siano piegati in silenzio al volere di pochi consulenti verso questa soluzione antidemocratica e inaccettabile in un movimento che a parole vuole essere aperto e democratico.

Il turista? Nemico naturale dei beni culturali

di Daniel Sotgia

Come al solito vedo che man mano che i commenti si fanno più numerosi sotto a un intervento chiaro e di cui peraltro è chiarissimo l'intento, lo stravolgimento dell'articolo è direttamente proporzionale l'allontanamento dal fine ultimo dello stesso. Addirittura qualcuno, faccio un attimo di polemica, si farcisce di velleitaria pretesa di poter addirittura "provocare" con delle soluzioni a “s'americcana”! È quanto è successo all'articolo di Franco Laner  Su nuraxi di Barumini  pubblicato nel blog di Mauro Peppino Zedda lo scorso ottobre.
Mi viene in mente l'episodio di due turisti che, avvicinandosi allo scavo al quale prendevamo parte col docente di Archeologia, candidamente dicevano: "Ragazzi se avete bisogno di una mano chiamateci pure!".
A 'onzunu su sou!! E non polemizzo oltre.
Il Prof. Laner è senz'altro persona di comprovata capacità e già in altri frangenti ha potuto esprimere le sue opinioni in merito alle ricostruzioni del secolo scorso che i Nuraghes hanno dovuto subire, come ha fatto nell'ormai celebre "Accabadora".
Se posso esprimere comunque un mio personale parere riguardo all'articolo, vorrei dire che stando così le cose, ovvero stando lo stato comatoso attuale, l'archeologia, comprese tutte le discipline volte alla conservazione e alla tutela dei Beni Culturali, è la meno indicata per fornire una linea direttrice per rendere "fruibile" il Bene Culturale al turista.
Il turista. Per assurdo potremmo dire che il turista è il principale nemico di qualunque opera d'arte, sia essa un quadro o un opera ciclopica come i Nuraghes, perché la sua presenza è giocoforza una coartazione della real natura del Bene in questione. Fondamentalmente sono contrario a ogni sfruttamento turistico del Bene Culturale, fatto salvo i casi in cui il turismo sia culturale in maniera genuina: cosa che da noi in Italia avviene desolatamente di rado.
Ma tornando all’archeologia-inadeguata-se-messa-a-confronto-con-il-turista, è facile per ciascuno di noi andare in giro per la Sardegna e incontrare in ogni tancato un Nuraghe in balia del più totale e irrimediabile sfacelo. Gli esempi che si possono fare di utilizzo e gestione virtuosa dei ciclopici monumenti sono veramente pochissimi, e spesso corredati da un patrimonio di guide assolutamente inadeguate all’importanza di alcuni siti: mi viene in mente il giovane ragazzo che, al Santuario Nuragico di Cabu Abbas a Olbia, si arrogava il titolo di “guida archeologica”, salvo poi rimanere ai piedi della montagna che ospita il complesso a suonare la chitarra come nelle migliori interpretazioni dell’Arcadia tizianesca, per lasciare soli noi, comuni mortali, a guadagnare la vetta e a godere del forte maestrale e della indicibile maestria di questo popolo straordinario, qual’era quello nuragico.
Concludo questa divagazione dicendo che finché corriamo il rischio di iniziare lavori di scavo in qualunque sito archeologico, per poi scontrarci addosso all’inopinabile secchezza dei fondi, è meglio che la terra, che ha conservato per 3500 anni, sic et simpliciter, ciò che il popolo nuragico ha eretto per chissà quale arcano motivo, continui a celare e a preservare da sguardi e mani indiscrete tutto ciò che è da celare e preservare.

mercoledì 15 dicembre 2010

Una Fulvia così poco coupé


di Mikkelj Tzoroddu

Carattere distintivo predominante: una cotta perenne per i Ciprioti - La Nostra Signora della Soprintendenza (la cui ricorrenza va ormai da settentrione e meridione dell’isola), è sempre convinta che i Ciprioti insegnarono ai Sardi la metallurgia del rame. Ella, afflitta da una sorta di obnubilante innamoramento, si permette di affermare ciò, calpestando il più comune buon senso o più seriamente, ignorando, per non aver mai studiato (né tanto meno controllato con quel meticoloso personale puntiglio che si addice a funzionario di normale preparazione) la Preistoria e Storia antica della Sardegna. Infatti, da ormai molti decenni, perfino i bambini non sardi sanno, che i Ciprioti non poterono sfruttare i loro giacimenti di rame, i cui minerali erano delle complesse piriti. Tali minerali non poterono essere lavorati fino al momento in cui, circa il 1400 a.C., furono messe a punto le tecniche necessarie all’arrostimento. Ma, come anche i bambini, stavolta tutti fra essi, sanno, i Sardiani fin da ventidue secoli prima di quella data, sono indiziati d’essere attori della fusione del rame. Purtroppo, la nostra Fulvia che, nonostante il nome, pare non ami l’accelerazione repentina, rimanendo perennemente adagiata sulle sue posizioni, ignora ciò, nonostante sia stipendiata dai Sardi, ormai quasi ininterrottamente, da trentacinque anni. Il fatto desta ancor più grande clamore se si considera che essa, risulta essere addirittura coautrice e persino curatrice del testo ove viene riferita, a più riprese, l’antichissima dimestichezza sardiana con la metallurgia del rame.


Dal rapporto della Dr Lo Schiavo ai Carabinieri contro Gigi Sanna
Sì caro Mikkelj, al cuore non si comanda. Ricordi quella bella canzone dell'Equipe 84? "Non voglio pensar ma poi ti penso / apro gli occhi e ti penso / ed ho in mente te". La dottoressa Fulvia Lo Schiavo è una brava archeologa ed ha molti meriti e un paio di nei: le piace insultare pesantemente chi osa mettere in dubbio le sue certezze (vedi il rapporto contro Gigi Sanna) e, appunto, ha preso una cotta per i ciprioti. Guarda un po' questo brano del suo rapporto ai Carabinieri di denuncia di quel "ambiguo abituale" di Sanna. Nel suo Sardoa Grammata, egli non attribuisce affatto ai ciprioti i due tripodi di Solarussa, anzi li attribuisce ai nuragici. Ma poteva, chi ha in mente solo Cipro, lasciarsi sfuggire l'occasione di fare un regalo all'oggetto del suo non breve innamoramento? [zfp]

martedì 14 dicembre 2010

Quelle misteriose plance a su Nuraxi con 'segni'. Di scrittura?

Scavi negli anni Cinquanta

di Silvio Pulisci 
 
Caro Direttore,
in tutta questa lunga ed estenuante diatriba (registrata soprattutto dal suo, ormai direi specialistico, Blog) scrittura nuragica sì, scrittura nuragica no, ritengo che non sia inutile che io riferisca circa una testimonianza di un fatto di cronaca 'archeologica' avvenuto tanto tempo fa, alla fine degli anni '50, durante gli scavi del famosissimo Nuraghe Su Nuraxi di Barumini.
Cinque o sei anni fa il sacerdote don Leone Porru, parente stretto del Prof. Giovanni Lilliu, ovvero dell'archeologo che sovrintendeva agli scavi, ha riferito a me e in presenza di altri testimoni (a proposito della scrittura nuragica di cui si discuteva, in quel momento, per l'uscita del libro del prof. Sanna) che durante lo scavo del cosiddetto mastio o torrione principale del nuraghe quadrilobato, erano state rinvenute delle singolari plance di sughero.
Essendosi notati in esse non pochi e dei strani 'segni', il prof. Lilliu, dopo averli osservati con attenzione, avrebbe detto laconicamente in sardo: 'non ant a essi signus de scrittura!'. Dette plance, della cui esistenza farebbe fede il registro degli scavi, sarebbero poi state consegnate e riposte nei magazzini del Museo Nazionale di Cagliari. Devo dire che di più non so dire perchè di più non ricordo.
Nel frattempo però sono venuto a sapere di un'altra testimonianza, quella della 'vulgata' delle guide turistiche del Nuraghe Su Nuraxi le quali, alla domanda su che fine avessero fatto quegli oggetti, in fondo così preziosi e importanti, dato il dibattito sulla scrittura arcaica dei Sardi, hanno dato questa di versione. Le plance erano state veramente rinvenute (e commentate nello stesso identico modo) dal prof. Lilliu; ma, circa la consegna e il loro collocamento, le cose erano andate molto diversamente. Infatti esse guide riferiscono che, essendo l'ora dei lavori ormai tarda, sia stato chiuso e sigillato il luogo del rinvenimento (la torre centrale del nuraghe). L'indomani, alla ripresa dello scavo, con sommo stupore del prof. Lilliu e degli altri, le due plance non esistevano più in quanto sbriciolate e disintegrate.
Devo dire che trovo davvero singolare il fatto che il mondo archeologico taccia e non riferisca su di un fatto così importante e di cui sono a conoscenza delle semplici guide turistiche. Tanto più che mi pare che in questo stesso Blog sia stato pubblicato, qualche mese fa, un articolo circa l'esistenza di una strana iscrizione su una delle pietre del nuraghe che sarebbe interessata dalla scrittura protocananaica. Un' iscrizione della fine dell'età del bronzo. Che i segni delle plance e detta iscrizione avessero qualcosa in comune?
Comunque, essendo per fortuna in vita ancora l'illustre prof. Lilliu, credo circa le due versioni sul rinvenimento, sulla natura e sul collocamento degli oggetti, ci possa essere prontamente un chiarimento. Anche, data la sua indiscussa e indiscutibile autorità, senza ricorrere ai dati dei registri di scavo.

Silvio Pulisci è l'ex direttore della Casa Editrice S'Alvure di Oristano


Su professori. Deo no isco si leghides custu blog, ma isco chi b'at a chie in mesu de sos dischentes bostros lu leghet e bos podet trasmìtere su chi Silvio Pulisci contat in s'artìculu suo. Amento cun praghere mannu, e cun su dolu de non bos àere pòtidu abitare comente aia chertu, sas pagas bias chi apo tentu sa bona sorte de bos intervistare. Semper in sardu. E cando conto de su “dutori de is pedras bècias”, a su nàrrere de su biadu de babu bostru, naro chi apo connotu un'òmine. Contade, o narade a carchi unu chi contet, it'est capitadu de cussu furtigu. De gràtzia. [zfp]

lunedì 13 dicembre 2010

La deriva Corsa di iRS

Quel che sta accadendo in questi giorni in iRS non è il dramma privato di un centinaio di suoi attivisti, è quello di migliaia di giovani che hanno speso energie e intelligenza e passione per costruire il movimento che avrebbe dovuto portare la Sardegna all'indipendenza. E si trovano di fronte a una deriva Corsa nel peggiore dei casi o, nel migliore, dentro una commedia che ricorda da vicino il Nekrasov di Jean Paul Sartre.
In Corsica, il movimento indipendentista – oggi passabilmente unito – ha attreversato per anni la tragedia, tale perché ci sono stati anche morti ammazzati, della lotta fratricida e delle scissioni a catena con la nascita di micro organizzazioni. La commedia di Jean Paul Sartre si svolge, con toni più soft, negli ambienti dell'indipendentismo ucraino ma con esiti simili, anche questi fatti di scissioni molecolari e di reciproche scomuniche.
I giornali sardi hanno descritto e continuano a descrivere l'oggetto del contendere fra i due gruppi, quello di Gavino Sale e quello che fa capo alla segreteria, per altro dimissionaria. Gli scambi di feroci accuse e il minacciato ricorso alla magistratura per derimere i contrasti, soprattutto per chi ne legge sui giornali, hanno per chi li osserva dall'esterno poca importanza. E certo non invogliano a simpatizzare per l'una o per l'altra fazione. Il problema che semmai interessa tutti noi, o almeno quanti di noi hanno in mente un processo di autodeterminazione della Sardegna, è questo: il modo in cui iRS si è andato costruendo è indifferente rispetto agli esiti di questi giorni?
Una struttura piramidale, fatta di elettori, simpatizzanti, membri candidati, iscritti cooptati in gran misura dai dirigenti può trasformarsi in una associazione democratica? E che modello di democrazia può essere quello in cui i dirigenti scelgono, in tutto o in gran parte, coloro che dovranno scegliere i gruppi dirigenti? Mi è capitato di leggere qualche giorno fa un vibrante articolo di Michela Murgia in difesa di una fazione contro quella di Sale. “La sua [di Gavino Sale] proposta di allargare smisuratamente il numero dei votanti mira infatti a ribaltare gli equilibri interni dando diritto di voto a persone impreparate che non hanno la minima idea di cosa abbia voluto dire nell’ultimo anno cercare di arginare le sue derive personalistiche, giocate spesso in spregio di ogni decisione comune.”
Solo le persone “preparate” (in che cosa e da chi?), quelle che sono andate a catechismo, hanno il diritto di voto? La Chiesa pretende che chi fa la cresima sia indottrinato alla scelta che vuol fare. È naturale, ma la Chiesa non si dà arie di organizzazione democratica. C'è piuttosto un'idea di setta nelle parole della scrittrice che, è vero, è solo una simpatizzante, non parla a nome di iRS. Il fatto è che quanti hanno titolo a parlare per quel movimento sono stati zitti, autorizzando chi osserva da fuori a pensare che quella espressa da Murgia sia l'idea del gruppo dirigente.
Del resto, le due assemblee delle contrapposte anime di iRS, ad Abbasanta a favore di Sale e a Cagliari a favore della segreteria, sono la dimostrazione plastica di due concetti di vita democratica. Sale ha riunito, pubblicamente e davanti alle telecamere, i suoi sostenitori, due o trecento persone. Gli attivisti, un centinaio, si sono riuniti a porte chiuse. Nella assemblea pro Sale è venuta alla luce l'esistenza di una struttura informatica, diciamo così, riservatissima a cui ha accesso solo un molto ristretto gruppo di militanti. Questo gruppo si è scambiato, fidando sulla riservatezza, mail di fuoco contro Gavino Sale per prepararne l'ostracismo. Il testo di queste comunicazioni è stato reso pubblico nell'assemblea di Abbasanta ed è disponibile nel sito Ventirighe
Dall'altra parte, l'imbarazzo per questa brutta pagina di lotta intestina è stato vinto con la minaccia di denuncia alla magistratura della violazione di corrispondenza privata. Inconsapevolmente denunciando una natura settaria e piramidale di iRS, all'interno del quale solo pochi eletti hanno il diritto a conoscere i termini di una battaglia politica interna e di parteciparvi.
Non ci può essere alcuna soddisfazione nel vedere in quanto è successo la conferma di dubbi e preoccupazioni per la deriva che appariva evidente e che in molti abbiamo denunciato, con grande affetto per le migliaia di giovani che credevano di aver trovato in iRS un luogo in cui coltivare le proprie passioni politiche e culturali. C'è invece la speranza che il loro patrimonio di idee non si disperda in quella che a me appare sempre più una deriva Corsa.

domenica 12 dicembre 2010

E sa Rai torrat a èssere s'Eiar fascista

Sos spot de sa Rai

E sa Rai torrat a èssere Eiar, che a sos tempos chi su fascismu gherraiat contra a sos dialetos invoghendesi a s'Unidade de Itàlia. Abistade e intendide custos chimbe spot chi s'Eiar de su 2010 est mandende custas dies. 
Si cumprendet mègius de milli àteros arresonos cale est s'idea de “unidade natzionale” chi tenet sa sienda culturale prus manna de Itàlia. E si cumprendet puru cantu mannu siat su disisperu de sos natzionalistas italianos, acurtziendesi sos 150 annos de sa chi li narant “Unidade de Itàlia”. Sos meres mannos de s'Eiar 2010, in s'innoràntzia barrosa insoro, nch'ant postu in mesu de sos dialetos italianos finas su friulanu e su sardu chi sunt limbas distintas. No est chi càmbiet meda, limbas natzionales o dialetos italianos chi siant: si tratat de sa violèntzia polìtica e culturale fata dae custos fascistas noos chi, comente faghiant cussos betzos, pensant de aproendare s'italianu isperdende sas àteras limbas.

sabato 11 dicembre 2010

Una limba ispipilla in gana de crèschere

Sas atitadoras e sos acabadores de sa limba sarda e de sas àteras limbas de Sardigna, saligheresu e su gadduresu in primis, ant a tènnere passèntzia ma sa morte de su sardu no est a sas bistas. Antzis, dae cabu de susu a sa mesania a cabu de giosso su sardu mustrat ispipillesa e paga gana de s'imbèrghere, mancari b'apat pistighìngios nen minores nen de lassare sena cuidados. Est custu chi resurtat dae sa Cunferèntzia regionale de sa limba sarda chi s'est fata dae giòvia a oe bortaedie in Fonne.
B'at su fatu, pro nàrrere, chi in tzitade e in medas biddas sos babos e sas mamas non chistionant in sardu a sos fìgios e cun sos fìgios. E si b'at biddas in uve s'80-90 pro chentu de sas famìlias faeddant in sardu (o in un'àtera de sas limbas alloglotas) bi nd'at àteras in uve sos fìgios comùnigant petzi in italianu cun sos parentes. A contos fatos, sa mèdia natzionale est chi sos pitzinnos chi chistionant in sardu sunt oe su 13 pro chentu, in su mentras chi sunt belle su 70 pro chentu de sos sardos, mannos e minores, chi faeddant su sardu, su gadduresu, su saligheresu, su tataresu o su tabarchinu.
Ischinde cale est sa maladia, tocat de agatare sa meighina e custa est s'imparòngiu de su sardu in sas iscolas e sa visibilidade de su sardu in totu sa sotziedade. E, in prus de custu, s'educatzione linguìstica de sos mannos, a manera chi si sapant chi a chie ischit in prus de s'italianu àteras limbas, su sardu in primis, tenet una mente prus aberta e prus a gradu de cumprèndere. Custa meighina, su beru, est connota dae tempus meda; su chi mancaiat fiat sa cussèntzia de sa polìtica chi tocat de pònnere fronte a sos puntos dèbiles (su sardu in mesu de sos pitzinnos) e afortiare sos puntos fortes (su 68,4 pro chentu de sos sardos chi faeddant sa limba pròpia). Como custa cussèntzia paret chi bi siat e, a su nàrrere de s'assessore de sa cultura, Sergio Milia, b'at finas sa voluntade polìtica de bortare sa limba sarda in una ocasione de isivlupu.
Concruinde sas tres dies de debatas, Milia at annonsadu s'aprovu de unu Pranu triennale pro sa limba e pro sa cultura sarda e àteros ordìngios, che a s'iscola numèrica, chi podent pònnere a profetu s'idea de imparare su sardu in sas iscolas. S'obietivu, comente at naradu carchi unu, est de fàghere a manera chi siant sos fìgios a imparare su sardu a babos e a mamas chi non l'ischint.
No est petzi custu chi est capitadu in custas tres dies: sa limba sarda s'est cunfrontada cun àteras limbas de minoria, dae su catalanu a s'otzitanu, dae s'islovenu a su walser a s'albanesu de su Merie d'Italia. E dae su cunfrontu, su sardu nd'essit bene e cun pistocos meda in bèrtula. No at a istentare, penso, sa publicatzione de sos atos de custa Cunferèntzia fonnesa. At a èssere unu mamentu de aconortu pro chie pensat chi sa limba sarda no est biva e bia ma tenet perpetivas bonas pro crèschere e s'afortiare.

mercoledì 8 dicembre 2010

Gigi Sanna in tribunale. A quando la Soprintendenza?

I piedini del bronzetto di Maimoni
I quotidiani sardi hanno parlato ieri dell'apertura del processo contro il professor Gigi Sanna e l'editore Silvio Pulisci, accusati dalla Soprintendenza archeologica di Sassari di aver consegnato in ritardo i famosi “piedini” di un micro bronzetto trovati nel 2008 nella spiaggia di Maimoni, nei pressi di Cabras. Sanna e Pulisci hanno sempre contestato l'accusa della Soprintendenza e spetterà al giudice dire chi abbia ragione, quando il 21 marzo riprenderà il processo ad Oristano.
Chi conosce la correttezza e la professionalità dell'epigrafista Gigi Sanna e dell'editore Silvio Pulisci e, per converso, l'ostilità delle soprintendenze sarde nei confronti di studiosi in odore di eresia, non avrebbe dubbi nel dire chi abbia ragione e chi torto. Ma il mestiere del giudice è altro da chi con passione e sacrifici tende a rompere il silenzio assordate intorno alla scrittura nuragica. Che c'entra, si obietterà, la scrittura nuragica con un frammento di bronzetto, anzi, di una “figurina umana bronzea”, secondo l'eufemismo alquanto inibito usato dalla soprintendente Fulvia Lo Schiavo?
Nulla. Ma invece è proprio essa, la scrittura nuragica, il dente su cui batte la lingua nel rapporto spedito dalla Dr Lo Schiavo al Comando Carabinieri della Tutela del patrimonio culturale di Li Punti. Quello che trovate in questa pagina (dovrete cliccarci sopra per ingrandirlo e leggerlo meglio). Vi si dice, fra l'altro, che “il comportamento ambiguo tenuto dai rinvenitori nel caso in essere non si discosta da quello abituale del prof Gigi Sanna, teso ad avversare l'operato di questo Ufficio per il mancato appoggio alle sue fantasiose elucubrazioni sulla scrittura nuragica”.
Il rapporto della dr Lo Schiavo
Che Gigi Sanna sia un “ambiguo abituale” è una novità che dispiacerà molto agli avversari che gli rimproverano una rigidità per niente ondivaga e che invece si daranno di gomito elevando un peana per quel “fantasiose elucubrazioni sulla scrittura nuragica” che li sottrae all'obbligo di dimostrarlo.
Grazie all'ipse dixit della soprintendente, ora dormiranno sogni tranquilli, nel calduccio dei loro prefabbricati. Mi resta il dubbio se sia consentito insultare una persona in un atto destinato a diventare pubblico e sarà, penso, una domanda che Gigi Sanna porrà a chi di dovere.
La “figurina umana bronzea” (si dice bronzetto, dr Lo Schiavo, dovrebbe saperlo lei che ne ha scritto), oggetto della denuncia, lascia anche altrove il posto all'incubo della scrittura nuragica. Quella comparsa nelle “placchette bronzee” di Tzricotu e nei “due presunti tripodi bronzei, di tipo cipriota, detti provenienti dall'agro di Santadi e detenuti in mano ignota, ma anch'essi descritti e raffigurati nel volume Sardoa grammata del prof Sanna”. Curioso, Sanna, nel suo libro non dice affatto “di tipo cipriota”. Da dove ricava questa chiara attribuzione la Dr Schiavo, solo dalla non chiara fotografia pubblicata in Sardoa Grammata? Mah, complimenti allora.
Quaranta anni fa, questo
segno compariva nella
Grotta verde di Alghero
Nel rapportino ai carabinieri, la soprintendente sollecita il Comando Tutela patrimonio culturale a dire a che punto siano le indagini sui due “misteri” di Tzricotu e Solarussa, sollecitate nel 2004 e nel 2005. Alla dottoressa Lo Schiavo deve esser passato di mente, certo, altrimenti già che c'era avrebbe potuto chiedere ai carabinieri di interessarsi, presso il suo collega di Cagliari, che fine abbiano fatto il frammento recante una iscrizione cuneiforme per un po' ricoverato nel Museo di Senorbì e il cosiddetto Brassard di Is loccis santus. 
E, magari, di chiedere alla soprintendente di Sassari che ne sia stato del coccio di Pozzomaggiore, della barchetta di Teti, del masso iscritto della Grotta verde di Alghero, della “misteriosa scritta” trovata a Capichera di cui parlò Videolina il 5 febbraio di quest'anno.
Un giorno o l'altro qualcuno dovrà rispondere di questo ed altro davanti ai magistrati. Avere già pronti dei rapporti dei carabinieri potrebbe rendere più celere l'accertamento di quante scandalose omissioni, scomparse, sottovalutazioni sia lastricato il cammino dell'archeologia sarda. Altro che presunte ritardate consegne di figurine umane bronzee.  

Conferenza sulla "limba": non b'est acontzu chene iscontzu

di Micheli Podda

E così nei giorni dal 9 all'11 dicembre, a Fonni, si terrà la conferenza annuale per la lingua sarda. 
Un'altra inutile passerella di studiosi e studiati, politici e conferenzieri, e sopratutto di "addetti" regionali che svolgeranno a dovere il loro ruolo di cerimonieri dell'occasione.
L'elenco dei partecipanti per la verità è di tutto rispetto, dato che molti di loro sono ben noti per aver concretamente lavorato in vari modi per la lingua sarda. Il programma dei lavori per contro è tanto generico quanto superficialmente ammiccante, come fa intendere il titolo "Una Limba Normale", proposto tutto con iniziale maiuscola nel sito RAS.
Avrei capito la maiuscola per l'articolo iniziale, perché è la prima parola; capisco anche la maiuscola per limba, perché le si vuole attribuire importanza, prestigio, alla stregua di un nome proprio che, detto in logudorese (in campidanese è identico a quello in italiano "lingua") significa, in tale contesto, "lingua sarda" e niente altro. Dunque la maiuscola come idea di volerla mettere ancor più al centro dell'attenzione. E va bene.
Ma perché la maiuscola per "Normale"? E' un aggettivo che non dovrebbe comunque assumere connotazione di primo ordine, che non può obiettivamente aspirare a posizioni di altissimo rilievo, come per "Limba"; un motivo ci sarà.

martedì 7 dicembre 2010

Secondo corso di epigrafia nuragica

Il logo del corso
Il giorno 29 (sabato) Gennaio 2011 alle ore 17 nella Sala Conferenze dell'Istituto di Scienze Religiose di Oristano (Via Cagliari 179) si terrà l'inaugurazione del secondo Corso di Epigrafia e di scrittura nuragica.
Il ciclo delle lezioni verrà presentato dal Direttore del Corso, prof. Antonio Pinna, docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica della Sardegna.
Seguiranno le relazioni introduttive della dott. Aba Losi, physics researchers dell'Università di Parma, del prof. Gigi Sanna, docente di Storia della Chiesa Antica presso l'Istituto di Scienze Religiose di Oristano e di Gianfranco Pintore, giornalista e scrittore.

Il Corso di epigrafia e scrittura nuragica dell'amico Gigi Sanna è arrivato al secondo anno di vita e ha dovuto trovarsi uno spazio più ampio per poter ospitare, almeno in parte, coloro che vi vogliono prender parte. Quando Gigi mi ha chiesto di dire qualcosa ai partecipanti al corso, da osservatore non neutrale dello straordinario interesse che circonda la scoperta della scrittura nuragica mi è venuta in mente l'immagine, ricostruita in decine di film, di un gruppo umano rinchiuso di notte in una spelonca, per il terrore di quanto fuori capitava. Con l'arrivo della luce, il gruppo umano usciva al sole e si rendeva conto di quanto "infantili" fossero state le paure notturne.
Non è quel che succede nel fortino in cui sono asserragliati funzionari e dirigenti delle Soprintendenze sarde e nelle università in cui pur bravissimi archeologi stentano ad accorgersi che un reperto scritto può essere un caso, settanta e più no. E continuano gli uni e gli altri a ripetere, come un brano del catechismo, "la scrittura nuragica non esiste perché non può esistere". Soprattutto i primi, soprintendenti e funzionari, si sentono assediati da orde barbare che ce l'hanno con loro perché non appoggiano le "fantasiose elucubrazioni sulla scrittura nuragica". In una società minimamente normale, che non abbia più bisogno di spelonche in cui coltivare infantili paure e in cui rifugiarsi per ripetere esorcismi, archeologi delle soprintendenze e delle università prenderebbero di petto la questione e, che so?, del bel reperto che fa da logo del corso direbbero che non si tratta di scrittura protocananaica, ma di graffiti indecifrabili; che il coccio di Pozzomaggiore è un dono dei Fenici, etc etc. Direbbero, insomma, qualcosa. Giustificherebbero in qualche modo gli stipendi (non lauti, d'accordo) che i contribuenti passano loro.
Scelgono invece di chiudersi nelle loro spelonche, aspettando che finisca la nottata e che con la luce scompaia l'incubo. [zfp]