sabato 31 marzo 2012

L'indipendenza e gli Unti della Dea ragione

La domanda che il Consiglio regionale pone a tutti noi (Vale la pena di permanere all'interno della Repubblica italiana?) ha suscitato reazioni irate del Partito democratico e risposte altrettanto piccate della sinistra accusata di aver fatto da utile idiota. Utile, va da sé alla destra. La dottrina è nota: solo gli unti dalla Dea ragione, i detentori della Verità possono cooperare con la destra (votando insieme, per esempio, o concordando azioni comuni come è successo diverse volte in Consiglio) senza rischiare di fare la figura dei collaborazionisti con il nemico. Senza, in altre parole, essere contagiati dal virus del berlusconismo il cui antidoto è conosciuto solo dai deisti del Pd.
L'ordine del giorno di cui stiamo parlando ha una grossa pecca nell'economicismo che lo ispira, come sottolinea Mario Carboni e nella mancanza di qualsiasi riferimento alla lingua e all'identità, come denuncia Roberto Bolognesi. Del resto, il suo autore, Paolo Maninchedda, non fa mistero della sua convinzione che la lingua sarda abbia nulla a che fare con lo sviluppo e con l'indipendenza della Sardegna cui pure aspira. La dura condanna pronunciata dal Pd contro il “famigerato ordine del giorno” niente ha a che fare con quest'ordine di critiche.
Il sito di Renato Soru dedica una mezza dozzina di articoli alla questione e la solfa è sempre la stessa: la credibilità di chi ha proposto e ha approvato il documento. La domanda, secondo la redazione del sito, è lecita “ma chi la pone non ha nessuna autorità per farlo. L’elenco dei firmatari lo certifica”. Persino un intellettuale di gran vaglio come Alessandro Mongili, nella sua furia anti-destra riesce a scrivere: “Sono tali e tanti i personaggi screditati coinvolti, disposti proprio a tutto pur di rimanere sulla scena, che penso nessuna persona ragionevole possa dar loro credito”. Per non parlare di Gianni Fresu secondo cui “la prima reazione spontanea, vista la credibilità dei soggetti proponenti, è stata una sonora risata”.
Bene: è assodato che di indipendenza non possono parlare, senza far accapponare la pelle, sardisti, centristi, destra variamente assortita, sinistra radicale. Una bestialità che neppure i più settari fra gli indipendentisti si sognerebbero di proclamare: quello per l'indipendenza è un processo che deve raccogliere la maggioranza dei sardi, altrimenti resterà una utopia elitaria e minoritaria. Ma, pur lasciando da parte questa banale considerazione, perché non hanno proposto loro, i portatori della Verità, gli incontaminati dal virus del berlusconismo, un documento credibile? Solo perché c'era il rischio che lo potessero votare anche i nemici? O ha ragione la reproba SEL secondo cui, in realtà, il Pd non ha voluto disturbare Mario Monti e il suo governo?
Niente di strano: è già capitato che il centrodestra in Sardegna tema di disturbare il governo italiano di centrodestra e che il centrosinistra in Sardegna non disturbi il governo italiano di centrosinistra. Il succursalismo non è una malattia specifica di questo o quello schieramento: colpisce tutti, a destra, a sinistra, al centro, su e giù. Ecco perché, con tutte le pecche che ha, quell'ordine del giorno è una buona cosa, è almeno un segnale di autonomia.

venerdì 30 marzo 2012

Carta delle lingue: una ratifica presunta e una bufala probabile


di Giuseppe Corongiu

La presunta “ratifica” della Carta Europea delle Lingue regionali e minoritarie di qualche settimana fa, nonostante qualche scivolone di interpretazione procedurale e l’ottimismo ingiustificato dell’ufficio stampa del Governo di Roma, ha scatenato una nuova ondata di interesse per la questione mai sopita, e però mai esaltata, della nostra lingua “regionale”. Tutto sommato, anche se la vicenda politico-giuridica è ancora da definire, è stato un fatto positivo proprio per questo afflato di nuovo affetto per la questione linguistica sarda. Quando si accendono i riflettori su questa vecchia ferita che non vuole rimarginarsi, è sempre un bene. Perché per il resto, poi, la vita quotidiana di chi si occupa di politica linguistica in Sardegna, è grama tra polemiche inutili, indifferenza diffusa e sufficienza di giudizio e di impegno.
Conoscendo la natura rispettosamente deferente del senso comune dei sardi, anche della classe dirigente, nei confronti delle gerarchie e dei profili istituzionali, soprattutto romani, non c’era dubbio sul fatto che una presa di posizione, anche se minima, da parte del Consiglio dei Ministri, avrebbe provocato una nuova e superiore sensibilità nei confronti della politica linguistica della lingua sarda, tema solitamente ritenuto non prioritario nell’agenda politico-giornalistico-sociale. Sensibilità, purtroppo, a volte, effimera. A torto, secondo me, ma si sa il mio è un parere di parte di una professionalità giudicata, e ritenuta da alcuni, troppo “militante”. Qualsiasi cosa ciò voglia dire di un tecnico professionista in un settore spesso poco scandagliato da quelli che contano veramente.

Stella e i fenici, esito accademico e basta


di Mikkelj Tzoroddu

Cara Stella,
ma, a proposito, sei una “stella” o sei un’”isteddu”! Certo, da omine, preferisco immaginarti una “stella”! Ma, anche fossi un’”isteddu”, da omine sardu, sarei estremamente interessato ad interloquire teco, perché (non me ne volere “stella”) “su isteddu” si porta dietro una pletora di millenni d’osservazione del firmamento, i quali innumeri millenni furono la base d’una civiltà di marinai che, fin dal Paleolitico domarono il Mediterraneo. E mi riferisco ai Sardiani, naturalmente, a chi altri! Furono essi che domarono e dominarono il loro mare portando loro ed altrui ossidiana nelle grotte della Liguria 13 (diconsi tredici) millenni addietro (continuo a ripeterlo nella speranza che vi sia qualcuno che mi contesti!) e giunsero fin nelle valli del Danubio intessendo fertili relazioni culturali e genetiche con le popolazioni ivi attestate, come testimonia la cultura dei vasi campaniformi e i resti di inumati ed inumate (da cui il ratto delle danubiane da parte dei Sardiani) danubiani in Sardegna. Ed inoltre, come sappiamo da un mese ormai, lasciarono, essi Sardiani, tracce di sé anche nelle Alpi, in Val di Susa, avendo 41 ricercatori rivelato come della Sardegna Paleolitica (quella che definii essere costituita dall’unione di Sardegna e Corsica fino a diecimila anni fa) sia originario quell’Oetzi, cioè l’Uomo di Similaun, restituitoci dal tempo, due decadi or sono!
E, non avevasi traccia di Minoici, di Micenei (almeno nell’accezione che oggi si conferisce a tali sostantivi), di Cicladici, di Greci, di Romani. Per non parlare di quell’esito accademico che tu testé nomasti “fenici”. Ma, lo sai cosa ebbe a dire il Moscati Sabatino, copiando (as usual) una dichiarazione del Paraskevaidou? Che il significato che assume il vocabolo greco fenicio è: il colore rosso; l’albero della palma; il dattero; l’uccello fenice; lo strumento musicale.
Bene, ma il nome del mai conosciuto, privo di origini, privo di patria, privo di coscienza nazionale (questo ha dimostrato il Moscati!), popolo fenicio? Boh! Dopo aver valutato la palma, il rosso, l’uccello, lo strumento, il frutto, v’ha una qualche lontana possibilità che esista anche un popolo sì nomato? E, quale la sua terra? Beh, vediamo cosa ebbero a confessarci, solo alcuni fra i più attenti conoscitori della materia:
H. Pastor Borgoñon: «almeno in oriente i Fenici non esistevano»[1]
W. Röllig: «[…] i Fenici. Ciò che tuttavia non è così chiaro è ciò che questo vocabolo significhi»[2]
- C. Baurain, C Bonnet: «i Fenici restano una scoperta se non un’invenzione dei Greci»[3]
- B. Peckam, università di Toronto: «la Fenicia non era una nazione, ma un agglomerato di città con diverse tradizioni e interessi»[4]
- S.F. Bondì, università di Viterbo: «la Fenicia non costituì mai […] una compagine politica unitaria»[5]
- P. Bartoloni, università di Sassari: «la Fenicia […] si colloca tra le città della Siria settentrionale abitate da popolazioni cananee ed aramee, a nord, e a sud tra i centri della Palestina, popolati da genti filistee»[6]. È evidente che il basito suo lettore si chieda: ma dove sistema le popolazioni fenicie?
- G. Contenau: «le più antiche testimonianze che noi possediamo sulla Fenicia sono in parte leggendarie»[7]
A. Ciasca: «la regione geografica alla quale convenzionalmente ci si riferisce con il nome di “Fenicia” è un complesso di realtà culturali assai variate che possiamo intravedere solo a tratti»[8]
- M.G. Amatasi Guzzo, C. Bonnet, S.M. Cecchini, P. Xella: «i Fenici non costituirono mai una vera nazione né uno stato unificato»


[1] H. Pastor Borgoñon, 1992, “Die Phönizier”, in Hamburger Beitrage zur Archeologie, 15-17 (1988-90).
[2] W. Röllig, 1992, “Asia Minor as a Bridge between East and West: the role of the Phoenicians and Aramaeans in the transfer of culture”, in Greece between East and West: 10th- 8th  centuries B.C. Papers of the meeting at the Institute of Fine Arts, New York University, March 15-16, 1990.
[3] C. Baurain, C Bonnet, 1992, Les Phéniciens. Marins des trois continents, Paris.
[4]B. Peckam, 1998, “Phoenicians in Sardinia: Tyrians or Sidonians?”, in Sardinian and Aegean chronology, M.S. Balmuth and R.H. Tykot eds. Osbow Books, Oxford: 347-54, p. 347.  
[5] S.F. Bondì, M. Botto, G. Garbati, I. Oggiano, 2009, Fenici e Cartaginesi. Una civiltà mediterranea, IPZS, Roma, p. 1.
[6] P. Bartoloni, 2009, Archeologia fenicio-punica in Sardegna. Introduzione allo studio, Cuec, Cagliari, p. 15.
[7] G. Contenau, 1949, La La civilisation phenicienne, Payot, Paris, p. 33.
[8] A. Ciasca, 1992, “Fenici”,  in Kokalos 34-35: 75-88.

giovedì 29 marzo 2012

Quel diavolo d'un Nuragico fa le pentole e non i coperchi


di Stella del Mattino e della Sera

Una volta un personaggio di Achille Campanile, Serenello, ragionò così: "A proposito di non avere nulla da dire, ho letto che un tale ha scritto un volume di 300 pagine intitolato La Vita di Numa Pompilio. Tu sai che della vita di Numa Pompilio, ad eccezione dell'episodio della ninfa Egeria, non si sa nulla. Ora come avrà fatto quel tale a scriver 300 pagine sulla vita di Numa Pompilio? Probabilmente il sommario dell'opera sarà questo: Capitolo I. Il mistero della nascita di Numa Pompilio. Capitolo II. La completa oscurità circa i primi anni di vita di quel re romano. Capitolo III. Dimostrazione dell'assoluta mancanza di notizie circa le scuole frequentate da Numa Pompilio fanciullo. Capitolo IV. Come e perché non possediamo lumi circa la giovinezza di Numa Pompilio. Capitolo V. Il persistente mistero sull'età matura di costui. Capitolo VI. Difetto di qualsiasi informazione nei riguardi di Numa Pompilio vecchio, eccetera."
A paragone dei feniciomani nostrani Achille Campanile era un dilettante. Ecco come si esprimono.
Sulla cucina e la letteratura: "I Fenici portarono con sé il loro peculiare bagaglio di usi e tradizioni di ogni genere, compresi quelli culinari e di cottura [...] Purtroppo sul versante della vita quotidiana e quindi anche circa i sistemi di cottura degli alimenti, la documentazione materiale non è abbondante [...] E non possono essere di aiuto neanche le fonti letterarie, dal momento che è perduta l’intera letteratura fenicia, tranne i pochi echi che rimbalzano dalle pagine degli autori latini e greci."
Sull'alfabeto e la letteratura: "E' paradossale sapere che il popolo che inventò l'alfabeto, ha lasciato quasi nessuna traccia scritta del suo passato". Sulla religione e la letteratura: "Even in case of a correct identification of the represented item, the meaning often escapes us. This is a major problem that is mainly due to the total lack of Phoenician religious texts and to the limited number of Phoenician funerary monuments".
Allora cosa c'è? Diodoro Siculo scrive che l'alfabeto lo hanno inventato i Sirii e non i Fenici, ma non si può credergli perché è una fonte classica e come si sa le fonti classiche non sono prove scientifiche. Erodoto dice che l'alfabeto lo hanno inventato i Fenici e si può credergli perché le fonti classiche sono attendibili, se dicono quello che piace alla maggioranza.
Diodoro ha sempre fatto tribolare in casa fin da piccolo e scriveva solo sui blog, mentre Erodoto era un'autorità accademica.
Su queste poche informazioni si scrivono milioni di articoli scientifici. Altro che le 300 pagine su Numa Pompilio. 

mercoledì 28 marzo 2012

Se l’Assemblea di tutti i sardi diventa quasi indipendentista


di Francesco Casula

Da almeno un ventennio oramai la Questione sarda – e con essa l’intera Questione meridionale – è stata derubricata dall’Agenda politica dei governi italiani: del centro sinistra come del centro destra. Segnatamente quest’ultimo del tutto subalterno alla retorica neo-nordista della Lega. Non è un caso che tutti gli indicatori economici e sociali ci dicano che il divario Nord/Sud (a livello di PIL come dell’occupazione e dei Servizi) invece di diminuire, aumenta drammaticamente, seminando nuove povertà e disoccupazione, ormai a livelli non più tollerabili. Creando, di fatto, due Italie: una relativamente ricca e sviluppata e un’altra, sempre più povera e sottosviluppata.
Insomma quelle due Italie prodotto dell’Unità, che ha spinto storici e intellettuali a parlare di: ”Unità d’Italia, nascita di una colonia” (è il titolo di un saggio storico del meridionalista calabrese Nicola Zitara). Occorre situare dentro questo contesto l’approvazione nel Consiglio regionale dell’ordine del giorno sardista in merito all’avvio di “una sessione speciale di lavori aperta ai rappresentanti della società sarda, per la verifica dei rapporti di lealtà istituzionale, sociale e civile con lo Stato, che dovrebbero essere a fondamento della presenza e della permanenza della Regione Sardegna nella Repubblica italiana”.  
Ad approvare la delibera partiti tradizionalmente “statalisti” o comunque unitaristi e non sospettabili di simpatie indipendentiste: fra cui Sinistra, Ecologia e Libertà, il Partito di Di Pietro, esponenti dell’UDC, dell’API, dello stesso PDL. A dimostrazione che la misura è ormai colma. Che ci troviamo di fronte uno Stato inadempiente. Con Governi in cui “agli oligarchismi «grembiulati» di Gelli” si sono succeduti “gli oligarchismi dell’aristocrazia accademica e finanziaria del Governo Monti”: le espressioni virgolettate sono contenute nella illustrazione dell’ordine del giorno da parte di Maninchedda. Uno Stato che ha ucciso la Sardegna  – prima col fisco piemontese e adesso col fisco italiano, definito dal Presidente della Corte dei Conti,  – ricorda Maninchedda – “ingiusto, inefficace e punitivo per gli onesti”.
L’esponente sardista ha proseguito affermando che “L’Italia ha costretto la Regione Sardegna ad essere l’unica Regione in Italia a finanziare una strada statale…L’Italia, con l’accordo del 2006, ha vigliaccamente imposto alla Sardegna di farsi carico del suo svantaggio geografico, gli ha caricato la continuità territoriale e il trasporto pubblico locale, e quando ha concesso il trasporto pubblico locale alle altre Regioni d’Italia dando loro anche i soldi, glieli ha dati fuori dal Patto di stabilità mentre noi siamo ancora con il trasporto pubblico locale compreso nel Patto di stabilità”.  Difficile non convenire.
Meraviglia perciò il fatto che l’intero Pd non abbia votato l’ordine del giorno, nonostante le sue affermazioni “sul sardismo, l’orgoglio nazionale, la sovranità responsabile”. Ha perso l’occasione per la costruzione di un vasto e variegato movimento territoriale e identitario in grado di contrapporsi oggi alle inadempienze dello Stato e, domani per costruire, un diverso e più avanzato status istituzionale e costituzionale per la Sardegna.

Pubblicato anche su Sardegna Quotidiano di oggi


martedì 27 marzo 2012

L'imbroglio degli agnelli


Non so se le 46 persone sospettate di aver contrabbandato per sardi agnelli forestieri meritino la gogna mediatica cui sono state consegnate. Del resto, ancora non lo neppure la Procura di Sassari che le indaga: per ora le indaga, sospettandole alcune di frode in commercio, altre di falso materiale e ideologico e di cose del genere. Ma dietro queste fattispecie di reato si nascondono delitti odiosi, in tanto più detestabili in quanto commessi a danno di pastori che già di per sé sono costretti a tirare la cinghia. Certo, il danno – sempre che le accuse siano provate – è fatto anche nei confronti dei consumatori che pagano per avere agnelli protetti dal marchio Igp (indicazione geografica protetta) e che ricevono agnelli diversi. Diversi ma certo non immangiabili.
A parte i macellai, che si sarebbero prestati a tale imbroglio, la Procura indaga il Consorzio che dovrebbe controllare la provenienza geografica e tutelare sia i consumatori sia i pastori che aderiscono all'ente non gratis e amore dei. Per derubare gli uni e gli altri e sempre ammesso che siano fondati i sospetti del pubblico ministero, questi mascalzoni tradiscono la terra in cui operano, collaborando a impoverirne la fama di produttrice di cibi di qualità. Sono dei pataccari che, a differenza dei poveri cristi che vendono falsi nelle bancarelle, non lo fanno certo per fame.
Come difendersi e come difendere quanti sono disposti a spendere qualcosa in più per mangiare agnelli sardi? Condannando senza alcuna pietà i pataccari se patacche hanno venduto, naturalmente. Ma anche spingendo il governo sardo a controllare l'ingresso in Sardegna di agnelli forestieri che, va da sé, possono essere venduti per quel che sono. E, soprattutto, prendendo coscienza che tutti noi possiamo aiutare l'economia sarda, consumando i nostri prodotti. Aiutare, come quotidianamente vedo fare nelle botteghe, i produttori di latte straniero, quelli di salumi oltre mare e persino quelli di patate francesi è senz'altro segno di disinvoltura internazionalista, ma anche di un incontenibile sardo masochismo.

lunedì 26 marzo 2012

Dalla cornice "Indipendenza" alla sostanza della Costituzione della Repubblica sarda

di Mario Carboni

Fra gli intelletuali sardisti si è aperto un interessante dibattito, veicolato sopratutto da internet , sulla questione indipendenza e rapporto con lo Stato centrale. Molto interessante è l'ultima nota di Michele Pinna che mi trova naturalmente d'accordo.Suggerirei di affrontare nel nostro dibattito ( e mi riferisco al gruppo di intellettuali e politici che sta scardinando la pretesa egemonia fascio-catto-comunista in Sardegna con stella polare il diritto all'autodecisione per la nazione sarda ) anche oltre alla verifica della permanenza della Sardegna nello Stato italiano, anche la verifica della permanenza dei Comuni, detentori primi della Sovranità popolare, in questa Regione autonoma. Sembrerebbe un paradosso, ma credo che sia il nodo centrale da sciogliere e che viene costantemente eluso. Alzando l'asticella in casa nostra porremmo la questione del centralismo cagliaritano, copia conforme di quello italiano e quindi della clase dirigente, del suo ruolo compradore, dei partiti italiani succursalisti e dei loro legami di sudditanza e di inconfessabili interessi, che permettono loro di gridare "separatisti" ogni volta che si alza un venticello di libertà. Porre questa questione a mio parere è importante perchè mentre si afferma il diritto dei sardi a esercitare tutti i poteri politici ed economici sovrani , sottintesi nella parola "indipendenza" possibilmente con il federalismo italiano ed europeo, ma anche senza se necessario, che oggi sono in possesso dello stato italiano in funzione del combinato disposto Costituzione-Statuto vigente, non è eludibile proporre, nero su bianco e non a parole o rimandando a una lontanissima stagione costituente, la nuova Carta costituzionale della Nazione sarda. Mentre il centralismo romano, con il coro sgangherato del centralismo cagliaritano, vuole eliminare le provincie e castra i comuni, bisognerebbe proporre ai sardi assieme all'idea di indipendenza da Roma anche quella di una lotta d'indipendenza dal centralismo cagliaritano e quindi una compiuta ipotesi di federalismo interno sardo col quale ricostituire un patto costituzionale fra i Comuni, le Provincie o comunque un organismo elettivo di secondo grado e il Parlamento sardo rappresentante lo Stato sardo che noi vogliamo esista per essere liberi, prosperi ed europei. Perchè se è vero come è vero, che lo Stato italiano ha rotto, stracciato, calpestato, il patto costituzionale del '48 è ancora più vero che questo patto, pur gatto e non leone per il sardismo, è stato rotto dalla Regione sarda, dalla sua classe dirigente, dai partiti italiani che li dentro hanno costruito un sistema di potere e di collaborazionismo col colonialismo. Con questo non voglio gettare il bambino con l'acqua sporca perchè è evidente il grande passo in avanti percorso dalla Sardegna con l'Autonomia speciale, tant'è che stiamo discutendo, approvandola, proprio su una mozione votata all'interno del Consiglio regionale e che ci fa capire come la batttaglia politica all'interno del nostro " quasi" parlamento dei sardi sia importante e decisiva. Dico però che è ora di scrivere la Costituzione dei sardi, per dire ai sardi anche nei dettagli e nei passaggi tattici e realisticamente forse a tappe graduali necessare, quale è il futuro che il sardismo propone e per chiedere il consenso elettorale che è indispensabile, come la Scozia ci dimostra, per poter chiedere l'indipendenza non solo come un urlo nel deserto ma come possibilità concreta e internazionalmente riconosciuta. E questo compito non potrà essere svolto in utopiche e lontanissime assemblee costituenti, proposte sempre per evitare di entrare nei contenuti e di far mostrare le proprie carte ai partiti politici e sopratutto al "partito italiano" incistato nella società sarda ad iniziare dai partiti, sindacati, dall'Università e dal sistema dei media.Questo è il compito, come è sempre stato, del sardismo che per primo lo ha sempre fatto, perchè semplicemente gli altri non solo non lo vogliono fare ma se anche lo volessero non lo saprebbero fare perchè mancanti delle basi culturali, politiche e ideali nazionaliste sarde indispensabili per farlo.

venerdì 23 marzo 2012

Rassegnati al maelström dell'accademia


Sbaglio o c'è in giro una sorta di rassegnata costatazione che nulla possiamo contro il muro di gomma dell'ufficialità archeologica e contro il suo maelström che tutto inghiotte e tutto digerisce? Sbaglio o quel che Efisio Loi ha chiamato “protervia negazionista” ha praticamente vinto la sua battaglia del silenzio? Aba Losi ha tentato di avere notizie sulla “rotella” palesemente scritta, trovata nel nuraghe algherese di Palmavera e ha aspettato invano, ottenendo risposte vaghe ed elusive da chi per professione dovrebbe essere la quintessenza della precisione scientifica.
Armando Saba, come riferisce Gigi Sanna, ha trovato una statuina raffigurante il dio egiziano Anubi, ha consegnato il reperto alla Soprintendenza di Cagliari che pavlovianamente lo ha dichiarato un falso, ha fatto origras surdas alla richiesta di Saba di riaverlo indietro, lo avrebbe impudentemente esposto non come oggetto falso, va da sé, e poi precipitato nel silenzio. Questo per citare solo gli eventi più vicini a noi, tralasciando le vicende della navicella fittile di Teti, del coccio di Pozzomaggiore e via via i vari nascondimenti di quanto appare eretico ai deisti della Soprintendenza. Suoi dirigenti hanno la faccia tosta di lamentarsi per la scarsa stima di cui quell'ente statale a volte gode.
Se si hanno il tempo e la voglia di andare indietro verso vecchi articoli di questo blog, si troverà facilmente come le critiche dell'operato delle Soprintendenze di Cagliari e di Sassari, e a volte le franche denunce del loro maloperare, suscitavano commenti per di più indignati. Ora non più: la rassegnazione ha la vinta. Il contatore delle visite non dà numeri mediamente diversi dal passato, anzi. Questo significa, credo, che gli articoli di denuncia della protervia accademica sono letti come nel passato. Ma a differenza del passato è subentrata una triste acquiescienza.

giovedì 22 marzo 2012

Un'ottima domanda, cari Consiglieri regionali


Una buona cosa, anzi un'ottima cosa per un paio di notevoli ragioni, il voto espresso ieri dal Consiglio regionale, Parlamento sardo come a volte gli capita di essere. Ha approvato questo ordine del giorno, stilato da Paolo Maninchedda e firmato da deputati del suo partito, il Psd'az e da altri di Sinistra e Libertà, Italia dei valori, Udc, Fli, Api:
Il Consiglio regionale:
Preso atto delle ripetute violazioni dei principi di sussidiarietà e di leale collaborazione da parte del Governo e dello Stato italiano nei confronti della Regione Sardegna, delibera di avviare una sessione speciale di lavori, aperta ai rappresentanti della sociatà sarda, per la verifica dei rapporti di lealtà istituzionale, sociale e civile con lo Stato, che dovrebbero essere a fondamento della presenza e della permanenza della Regione Sardegna nella Repubblica italiana”.
Perché, dunque, un'ottima cosa? Intanto perché in questo clima di mielosa retorica unitarista non è consueto che gli eletti dal popolo sardo si pongano una domanda nient'affatto banale: “Vale ancora la pena di restare all'interno della Repubblica italiana?”. In secondo luogo perché a porsi la questione non è uno schieramento opposto ad un altro: destra e sinistra si sono decomposte. Favorevoli all'ordine del giorno, oltre ai proponenti, i deputati del Popolo della libertà eccetto due di loro; contrari tutto il Pd, il consigliere del Pcd'I, tutti i Riformatori sardi, due membri del Pdl.
Insomma 31 hanno pensato bene di prendere l'impegno di interrogarsi sulla opportunità che la Regione sarda (Regione sarda, non Regione Sardegna come è invalsa la depravazione di dire, quasi che si dicesse Repubblica Italia) continui ad essere parte della Repubblica. 25 hanno detto di no e 24 hanno disertato il voto, alcuni immagino per buone ragioni, gran parte perché il distributore automatico di coraggio era fuori uso. Sarebbe da ingenui pensare che, come paventa un quotidiano, il Consiglio regionale si è svegliato indipendentista: fra i favorevoli all'ordine del giorno c'è un rassicurante giuramento di fedeltà all'unità della Repubblica e alla Costituzione.
La cosa importante era porsi la questione e non era dato per assodato che si fosse preso l'impegno di discuterne pubblicamente. Contro lo stesso dibattito si sono pronunciati nel centrodestra i Riformatori e due consiglieri Pdl, nel centrosinistra il Pd, all'estrema sinistra il Pcd'I. Mentre scrivo, ancora l'Ufficio stampa del Consiglio non ha reso noto il verbale della discussione di ieri e non si può dunque capire quali siano le motivazioni dei 25 deputati contrari a che presto nella massima assise sarda si dia una risposta alla domanda alla fine approvata. Ma da quel che qua e là si orecchia, i motivi non sembrano essere di buona lega: una vendetta interna al centrodestra da un lato e dall'altro il manicheismo di chi giura che l'avversario fa solo cose disdicevoli.
L'ordine del giorno era firmato: Sanna, Dessì, Maninchedda, Planetta, Uras, Sechi, Cocco, Cugusi, Steri, Salis.

mercoledì 21 marzo 2012

Arroccamento della scienza ufficiale per legittima difesa


di Efisio Loi

Prendetela come la provocazione di un paranoico e abbiate pietà di me.  Non riesco, per quanti sforzi faccia,  a capacitarmi della protervia negazionista  della scienza ufficiale. Forse faccio male in partenza, a fare di tutta l’erba un fascio, soprattutto quando cominciano a vedersi le prime crepe nella torre d’avorio. D’altra parte, però, tali cedimenti, molto periferici, potrebbero  essere segni di un ulteriore espediente, quello della dissimulazione.
Non si può negare che ogni sistema venga  messo in atto pur di negare: dal muro di gomma  all’occultamento, dalla menzogna alla citazione in giudizio. In quest’ultimo caso, estrema ratio, ultima spiaggia, mi sembra di ravvisare una richiesta di aiuto, supplichevole e perentoria insieme: è l’illuminata ragione che invita a far quadrato.
Ricordo tanti anni fa, a cavallo fra i ’60 e i ’70 del secolo scorso, un Professore universitario che parlava con mio padre.  Sardisti entrambi, il mio vecchio guardava al Luminare con gli occhi incantati di un bambino e, ormai in pensione, gli faceva da “segretario factotum”, insomma da “piciocheddu de is cumissionis”. Parlavano, non so più a quale proposito, di professioni liberali, di Avvocatura, e il Professore diceva: “Anche gli avvocati li facciamo noi, li fa l’Università.”  Pensate, aveva una cattedra nella Facoltà di Ingegneria ma aveva ragione lui: l’Accademia è Unica.

martedì 20 marzo 2012

Indecenti proposte per l'Asinara


Questi che governano l'Italia, e per ragioni che mi sfuggono anche la Sardegna, hanno sospeso sì la democrazia, ma sono ben determinati a sospendere anche le autonomie. Insomma ci risiamo: con la scusa che sono tecnici e che poco sanno di politica (che bella mistificazione, pergiove), adesso si inventano che l'Asinara può ridiventare un carcere. È quanto ha detto, in una audizione, la ministra della Giustizia – giustìtzia l'incantet – Severino.
Una bestialità, va da sé, che ha scarse possibilità di realizzarsi. Ma che è stata prospettata con la faccia più tosta che più tosta non si può neppure con il candeggio. Le prime reazioni sono dure, dai riformatori che parlano di “ennesimo schiaffo alla Sardegna da parte di un governo e di uno Stato che si dimostrano ancora una volta nemici della nostra terra” al presidente della Regione che parla di “proposta irricevibile”. Non dubito che presto ne seguiranno altre altrettanto indignate. Forse sarebbe il caso di segnalare a Mario Monti, con lo stesso fair play che lo contraddistingue, che cominciamo a pensare seriamente di fare a meno delle premure di questo Stato che, è vero ha solo 150 anni, ma sa di stantio.

Pesare sos fìgios in sardu: una richesa pro cras


de Pepe Coròngiu
Faeddare in sardu a sos fìgios? A si podet? E comente si faghet? E a cumbenit? Faghimus male a sos pipios e los istrubbamus pro imparare s’italianu e s’inglesu?  Ma no est mègius chi l’imparent in iscola? O in carrera? Sunt custas unas cantas pregontas chi intendo semper cando arresono a fùrriu de custu tema dìligu. In capas petzi in Itàlia, e duncas in Sardigna, b’est custu livellu de non connoschèntzia isparghinada subra sa chistione de su bilinguismu e su multilinguismu in domo. Cale chi siat sa limba chi pertocat. Ca deghinas de annos, si non sèculos, de disinformatzione organizada subra sa limba, e sas limbas, ant fatu a manera chi una faina simple e deghile, l’apant bortulada in una curiosidade de istrambecos. In unu betze machìmine. E su monolinguismu, chi est una privatzione de pluralidades, unu mutzamentu de possibilidades, sighit a bìnchere. Comente nàrrere, in matematica, chi unu si balet prus de duos. Un’isciollòriu.

lunedì 19 marzo 2012

Gilda pistat abba pistada, pro non faeddare de sardu in iscola


Sa Gilda de Nùgoro est inchieta a fera contra a sas comunas e sas provìntzias sardas e cun sa Regione ca no ant pedidu a su Guvernu italianu una pròroga de un'annu pro pònnere in su pròpiu muntone iscolas cun prus pagu de 500 dischentes, mancari esserent de biddas diferentes. Sa segretaria de custu sindicadu, Maria Di Patre, at iscobertu chi in Sitzilia sa pròroga l'ant pedida e otenta e s'est posta sa berrita a tortu: sos amministradores sunt galu una bia prus realistas de su Re. Mancu a pedire sunt bonos.
Bae e nara·bi·lu a Di Patre chi tenet tortu: tenet resone, finas boghende a craru chi sa polìtica sitziliana punnat totora a s'unidade e chi cussa sarda est ispargida e semper a briga. Su fatu istat, in Sardigna no est petzi una pròroga chi si podiat otènnere, si no unu tratamentu diferente, su chi pertocat a sas “aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche”, comente narat sa lege e comente amus contadu carchi die como. Carchi cosa prus de una allonghiadura de tempos: sas normas generales non balent in sas terras abitadas dae minorias linguìsticas. Che a sa Sardigna. Beru est chi de custas minutallas non si sunt abigiados in s'Assessoradu de s'istrutzione pùblica, ne in sas comunas e ne in sas provìntzias. Ma pensas tue chi si nde sunt abigiados sos sindicados de s'iscola cumintzende dae sa Gilda?
Mancu si los prendes a fune. Est annos chi sos sindicados sunt gherrende, gasi narant issos, pro sistemare sos “precàrios” de s'iscola, sos chi una bia si naraiant suplentes. E est annos chi su Comitadu pro sa limba e pagos àteros sunt chirchende de cumbìnchere sos disocupados chi b'at una possibidade pro impreare su prus de suplentes chi si podet invochende una lege de sa Repùblica italiana, sa n. 482, chi narat ladinu ladinu chi in sas iscolas de sa minorias linguìsticas, coment'est reconnota sa Sardigna, si podet imparare su sardu e in sardu. “Nelle scuole materne dei comuni di cui all'articolo 3, l'educazione linguistica prevede, accanto all'uso della lingua italiana, anche l'uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto anche l'uso della lingua della minoranza come strumento di insegnamento” narat sa lege.
Custu cheret nàrrere chi bi diant chèrrere mastros e professores meda de prus de su chi sunt impreados oe in die. In sa Gilda, gasi e totu che in sos àteros sindicados, custas cosas las ischint e mancari gasi paret chi lis siat prus cumbeniosu de fàghere falare disocupados a sas carreras pro protestare prus a prestu de gherrare pro su sardu intreta a iscola. Paris cun su sardu, craru, su gadduresu, su tataresu, s'aligheresu, su tabarchinu. E però, sos sardos de acordu sunt o contràrios a imparare su sardu in iscola? Sa cherta de sas universidades de Casteddu e de Tàtari narat chi s'89,9 pro chentu de sos sardos cheret chi sa limba de su locu siat impreada in iscola ca est unu singiale de s'identidade nostra. E finas su comprou chi est faghende su blog de Vito Biolchini, a sa pregonta: “Sei favorevole all'uso e all'insegnamento della lingua sarda nelle scuole dell'isola?”, donat custos resurtados: s'82% narat chi eja, “Sarebbe un fattore di sviluppo e arricchirebbe i ragazzi”; pro su 17% chi narat chi nono, “sarebbe solo una perdita di tempo e di denaro”; su 2% non tenet unu pensu suo.
Craru, s'una est una cherta sientìfica e s'àtera est una gollida de impostas casuales, e però, comente faghet notare Roberto Bolognesi, est curiosu chi sos nùmeros siant pagu prus o mancu de sa matessi mannària. Custu cheret nàrrere chi su pensamentu inditadu dae sa cherta est prus ispartinadu de su chi unu podet atinare. Su pensamentu de sa maioria de sos sardos, craru, de sos chi non tenent santos in corte e ne interessos coloniales de amparare. O finas fele de ghetare comente chi siat venenu pro ispèrdere sa limba sarda.

domenica 18 marzo 2012

Religione nuragica: l'origine dei presunti 'falsi' di Allai, il dio Anubi (jnp.w) e il dio Yhwh 'ab šrdn'


Vignetta di Franco Tabacco
di Gigi Sanna

Alla fine del secolo scorso ci fu una certa corrispondenza tra il funzionario (cartografo) della Regione Autonoma della Sardegna il rag. Armando Saba e la Sovrintendenza di Cagliari, rappresentata questa nella persona del dott. Vincenzo Santoni. Il motivo dello scambio di lettere era dato dal fatto che il Saba chiedeva lumi al direttore della Sovrintendenza circa una statuina in legno (ebano?) raffigurante il dio egiziano Anubi. Quella che lui, rinvenuta in territorio di Bidonì presso il Lago Omodeo, aveva segnalato e consegnato regolarmente dietro ricevuta. La risposta fu che la statuina costituiva, con ogni probabilità, un falso e che pertanto essa non aveva praticamente valore alcuno. Al che il Saba, convinto naturalmente dell'autenticità dell'oggetto, replicò con amarezza dicendo di volerla indietro: se era stata giudicata non autentica, intendeva almeno tenerla in casa come soprammobile.
Non ci fu invece risposta alcuna e la statuina non venne restituita. Solo che più tardi il Saba si accorse del fatto che - vicenda davvero strana - il reperto era stato esposto temporaneamente in una certa mostra curata dal Sovrintendente di Cagliari. Il Saba allora tornò ancora alla carica per chiedere come mai fosse stato esposto un oggetto ritenuto falso ad una mostra e ancora perché quell'oggetto non gli fosse stato restituito. Di nuovo nessuna risposta e silenzio profondo. Il Saba si rassegnò: insomma, aveva consegnato un oggetto ritenuto falso, per essere però poi esposto in una mostra e successivamente collocato in qualche luogo non precisato. Da allora del preziosissimo (vedremo perchè così prezioso) reperto non si sa nulla: nessuna segnalazione ufficiale e nessuna pubblicazione in nessuna rivista accademico-scientifica. Come mai? Uno dei tanti misteri dell'archeologia e della politica dell'archeologia. [sighi a lèghere]

sabato 17 marzo 2012

Granos de ìntima sarditate, indedda dae sos guvernantes


de Vittorio Sella

Custa, comente bos azis a sapire, non è est una paristoria, unu imbentu de sa mente. Custas sun duas vitas chi si sun imbennitas in s'ora de su Tempus Firmu. S'una no ischiat de s'atera, ma s'ustinu las at cherfitas paris pro s'ora lastimosa in s'apposentu
de unu ispidale sardu. Sa prima est una femina antziana chi desizaiat pro s'urtimu salutu sa estimenta chi aiat postu pro s'isposonzu a sa manera de sa bidda sua, una die notita pro cussa zovana meta cuntenta.
Como cusu estire li naran Costume Sardo. Sos familiares l'an accuntentata accudinne cussu desizu chi manteniat caru in su coro e in sa mente. S'ateru, presente in su matessi apposentu dolorosu, a curtzu a cussa femina, est unu sardu disterratu dae metas annos, uve como sos Professores sun guvernanne pro s'Italia e sa Sardigna. Cussu emigratu sos urtimos annos, abile chin sas manos, accontzaiat crateas, bancas e banchittas, mobiles e trastes de onzi zenia. Sa buteca sua fit un abboju de umanitate e de travagliu.
Teniat una oche lepia chi donaiat cussizos a onzi pessone. Ma a pustis sa salute l'est mancata a bellu a bellu. E cussa buteca at tancata sa janna. Sos familiares, ischinne chi si fit cussuminne a sa sola, nche lu ghiran a sa bidda issoro. E gai est capitatu. Cussa recuida pro isse, istanne paris chin sos familiares, est istata che unu brincu a su tempus de sa pitzinnia, a su chelu, a sos sapores, a sos nuscos e a sos gustos de sa terra sua. Sos familiares l'an donatu onzi cuntentu, mescamente sos desizos chi no at poitu cuntentatre a foras de sa terra sua. Su priteru, sa die de sa missa, at contatu chi tottu cussos sinnos de sarditate l'an annantu animu, mantenenne luntana pro tantas chitas s'ora iscurosa.
Ite contan custas duas istorias de vita? Ambas sun cumbinatas su treichi de martu, sa matessi die chi sos sindacatos in Casteddu an postu paris prus de bindichi miza sardos A mie paret, canno mi so sapitu, chi contan sinnos de una sarditate intima e manna, chi campat intro de sa pessone. Senas de tottu cussos operaios, minatores, feminas, zovanos disoccupatos chi sun patinne sa mancantzia de travagliu. E mi paret chi sun presentes senas sinnos de unu desizu de Soverania, disconnota dae sos Guvernantes de oje, distantes, comente sos de sos tempos colatos chi l'an negata. E sos dannos non sun mancatos, fertas chi sun su male anticu e novu de sa Sardigna intrea.

giovedì 15 marzo 2012

Come tagliarsi felicemente le opportunità


Chi sa se fra i passatempi dei governanti sardi c’è anche quello di leggere e capire le leggi che poi applicano? Altra curiosità è sapere se, sempre gli stessi, si sono accorti di governare due minoranze linguistiche riconosciute anche dalla Repubblica (la sarda e la catalana d’Alghero) e tre minoranze linguistiche riconosciute solo dalla Regione sarda (la gallurese, la sassarese e la tabarchina). Di tanto in tanto, qualche sentore di consapevolezza si avverte come, per esempio, è avvenuto recentemente con l’osanna a Monti per la ratifica della Carta europea delle lingue. È vero che si trattava di una bufala, ma l’entusiasmo per l’annuncio c’è stato.
 Era sincero? Rispondeva, cioè, alla coscienza che governare minoranze linguistiche comporta degli obblighi non solo allo Stato, ma anche e soprattutto alla Regione? A stare a quel che vi racconto c’è da dubitare. Tutti sappiamo, per averne letto sui giornali e sentito in Tv, che l’accorpamento di scuole di diversi paesi e fra quelle di paesi e di città ha suscitato proteste e a volte antipatiche esibizioni di campanilismi. L’accorpamento rispondeva ad una legge dello Stato, la n. 111 del 15 luglio 2011 in tema di razionalizzazione della spesa relativa alla organizzazione scolastica.
Il fatto è che la stessa legge sancisce che “gli istituti compresivi per acquisire l'autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche”. In parole comprensive, questo vuol dire che, l’accorpamento ha limiti inferiori a quelli stabiliti nelle terre sede di minoranza linguistica, come la Sardegna, appunto. Solo che, ovviamente, la Regione lo voglia.
Ebbene, stando alle delibere numero 7/4 del 16.2.2012, n. 9/55 del 23.2.2012 e numero 11/2 del 06.03.2012, la Regione sarda non vuole. Essa se ne infischia, è superiore a questi localismi e al malcostume sardesco di sfruttare lo Stato, pacubeneddu.

mercoledì 14 marzo 2012

I nuraghi come edifici di culto


E' in libreria il libro di Augusto Mulas "L'isola sacra - Ipotesi sull'utilizzo cultuale dei nuraghi", edizioni Condaghes, € 20, un saggio che, come suggerisce il titolo, sostiene come i nuraghi fossero degli edifici dedicati al culto. Un libro che dovrebbe suscitare importanti discussioni e non solo per questa tesi principale, ma che - auguro di sbagliarmi - finirà per interessare i cittadini, non gli ambiti della archeologia ufficiale. Pubblico la presentazione che di "L'isola sacra" ha fatto l'architetto Franco Laner.[zfp]

di Franco Laner

L’aggettivo “sacro”, molto impegnativo, che l’Autore affianca all’Isola e che ne stabilisce perentoriamente un carattere, è il cambio di paradigma di una visione dell’archeologia isolana, sdoganata dal militarismo, dal nuraghe/fortezza di taramelliliana derivazione, che aveva subìto il primo tremendo smantellamento dal prof. Massimo Pittau nel suo Sardegna nuragica del 1977. Certo, ci sono ancora sacche di resistenza e a queste sembra rivolgersi Mulas nei capitoli in cui porta altre evidenze alle tante accumulatesi nell’ultimo trentennio contro la fuorviante ipotesi sulla funzione militarista. So bene che l’aggettivo militarista è riduttivo, ma non è qui il caso di riprendere morbidi aggiustamenti e distinguo, perché tutti sanno a cosa mi riferisco.
Sono convinto che ora tutti gli sforzi debbano concentrarsi sulla definizione di sacro, che può essere declinato in tanti modi. Ogni società è permeata di sacro, ovvero di profano, il contrario, che lo complementa, anche se il confine fra il sacro e il profano non è una linea demarcatrice, quanto un territorio lattiginoso e indefinibile. [sighi a lèghere]

martedì 13 marzo 2012

La ratifica della Carta europea? Una beffa


Contrordine compagni: l'entusiasmo che ci ha compromesso all'annuncio che Monti aveva ratificato la Carta europea delle lingue era prematuro e in ogni caso mal riposto. Il comunicato stampa del Governo del 9 marzo (“Abbiamo ratificato la Carta”) era una bufala, come – inascoltato – aveva segnalato a me e ad altri caduti nella trappola un amico. Ieri, lo stesso sito del Governo, ha sputato il rospo: Il Consiglio dei Ministri ha semplicemente approvato un disegno di legge di ratifica della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie.
Questo significa che, come in questo blog avevo dubitato, sarà il Parlamento a ratificare quel trattato che aspetta da venti anni proprio per l'ostilità delle parti più giacobine della politica italiana. L'affermazione secca contenuta nel primo comunicato (“ Il Consiglio dei Ministri ... ha ratificato” aveva tratto in inganno chi, come me ad esempio, pur sapendo con un patto internazionale ha bisogno di una legge, aveva pensato a un decreto legge o all'attuazione di una delega di cui si era perso il ricordo o a qualche altra diavoleria. Si trattava, invece, di cialtroneria allo stato puro. Escluderei, infatti, lo scherzo di ministri buontemponi, decisi a vedere quanti in Sardegna sarebbero espresso ammirazione per un governo che, tanto preso dalla filosofia del fare, fa anche ciò che non è in suo potere.
Noi ce la possiamo cavarecon una sconsolata e vissuta scrollatina di spalle, ma gli uomini delle istituzioni, assessori, presidente della Regione, uomini politici si rassegneranno a questa presa in giro? Spero di no e spero, anzi, che si muoveranno nella valorizzazione della lingua come se la Carta fosse stata davvero ratificata.

lunedì 12 marzo 2012

La leggenda dell'uomo-gufo


Nel momento in cui l’attenzione clamorosa dei media ha cambiato bersaglio, trovo il coraggio di aggiungere un modesto parere personale su un piccolo grande uomo.

di Franco Pilloni

Erano i tempi deprimenti di un carnevale di guerra. In poche fortunate famiglie si friggeva con lo strutto o con l’olio d’oliva, in altre case ci si arrangiava con l’olio chiaro di lentisco, la gran parte degli uomini e delle donne si contentavano dell’odore che tracimava da porte e finestre chiuse o dai tetti di tegole sistemate a secco su un letto di canne. Per tenersi su col morale, questi ultimi s’inventavano frittelle rosolate e fumanti su cui spargere un velo di zucchero; il meglio stava nell’indovinare l’olio di frittura e il predominante aroma di bucce d’arancia asciugate per tempo al fumo del caminetto e tritate finemente. In un giorno di quelli, in un viottolo del quartiere del porto, più noto dal soprannome del bottegaio all’angolo che dal nome del personaggio storico a cui è ufficialmente dedicato, stante un’aria già mite e senza vento, con l’atmosfera intrisa di odori e di lezzi, in una stanzetta posta sotto il tetto di fianco a una finestrella da cui si vedevano il cielo che a volte tremava e le tegole stanche, venne alla luce una creaturina che aveva gli occhi da gufo, la fronte da gufo, il naso adunco come il becco d’un gufo, la bocca inespressiva e le orecchie che tiravano su come i ciuffi delle penne di un gufo: era nato un bambino-gufo. Ne parlò l’ostetrica per prima, inorridita non tanto dai tratti del viso quanto dalla peluria insistente su tutto il corpicino, ma si contenne sul particolare; ne parlarono le donne; ne parlò chiunque lo vide perché in tanti si recarono a fargli visita, con la scusa di un dono, in danaro o in natura andava bene comunque, visto che la madre era una giovanissima, povera e senza famiglia accertata. A fine serata, nelle osterie del porto volarono contese di stornelli riferiti alla creatura che in attesa di un nome vero fu indicato come Gufo-bambino.

domenica 11 marzo 2012

S'amparu de su sardu e sos politicos sardos in limba italiana


 de Vittorio Sella

Dae su guvernu de Roma arrivat sa defensa de sa limba sarda. Gai contan sos quotidianos de Sardigna in custas oras. S'amparu est unu meritu de sa leze n°482/99. Pro tantu a mie paret chi sas novitates sien pacas pro sas iscolas, sos comunes, sas provintzias e pro sa matessi Regione sarda. Chi ischit chi dae tempus esistit sa carta de sas minorias europeas, e duncas de sas limbas presentes in Italia, e in Sardigna.
Su chi toccat est a sichire su caminu pro sa limba sarda: e comente? De sicuru non faeddanne in italianu, comente an fattu sos politicos chi an contatu unu mare de bene a favore de s'amparu de su sardu. Ma a calesisiat limba, italiana, franzesa, ispagnola, o inglesa, pro sichire a campare, pro non morrere a istenios, li pertoccat de esistere, manitzanne sas abilitates presentes in sa mente de cata pessone, manna o minore chi siet. E cale sun? Sa risposta est meta crara: sa cumpetenzia est de iscriere, de aeddare, de ascurtare e de leghere.
Su valore de calesisiat limba naschit e sichit a campare ponenne a pare sas abilitates contatas innantis. Custa est sa manera pro sichire s'amparu de sa limba. Dae s'iscrittura naschin sos contos, sas canzones, sas ideas de  su munnu, si collin sas paraulas, sos arrejonos e sos giudissios. Pro istare in tema naro chi mi esseret piaghita sa lettura in sardu de sas opiniones contatas dae sos politicos in sos zornales de su deche de martu. Unu cussitzeri regionale m'est passitu de paca memoria, ca sa didattica de su sardu non at a naschire dae cras manzanu.
S'imparu de su sardu est parte intro sos programmas de s'iscola, comente sapin sos mastros e sas mastras, sos professores, riccos de sentitos pro sa limba sarda e sos fattos de s'istoria. Pro tantu diat essere menzus chi sos chi naran paraulas in bonu pro sa limba sarda, ne dien sa prova. E non tenzan s'irgonza, ca in sardu si potet contare calesisiat pessamentu. Si potet senas s'iscrittura, macari s'abilitate de metas  zornalistas connoscat lacanas. Custu intoppu, isco chi b'est.
Ma canno b'est su dinari, ca “pecuniat non olet”, m'abbizo chi S'Unione e Sa Nuova imprentan pazinas in limba sarda. E sos zornalistas de sa Rai sa limba, cussa chi partit dae sa gorgoena, l'imprean, arrejonanne in sardu. At a essere pro su dinari, pro custu motivu mi paret chi sas difficultates si potan brincare, comente capitat in certas oras de sa chita, o in certas pazinas de sos quotidianos sardos. Su sentitu corale, pro me, non naschit dae su dinari, ma dae sa limba chi naschit intro de sa pessone.
Chie comunicat in sardu, secat tottu so ligatzos, presentes in sa mente  e in sa cultura monolimba imparata in sas iscolas. E gai sichinne s'intennet liberu, riccu de sa connoschenzia de sa ateras limbas, danne sa proa  chi credet in su chi valutat, nanne chi est a s'ala de su populu sardu.